INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

*************************

L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

**********************************

Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

Chi voglia pubblicare un contenuto, può inviarlo a Mario Ardigò all'indirizzo di posta elettronica ardigo.mario@virgilio.it all'interno di una e-mail o come allegato Word a una e-email.

I contenuti pubblicati su questo blog possono essere visualizzati senza restrizioni da utenti di tutto il mondo e possono essere elaborati da motori di ricerca; dato il tema del blog essi potrebbero anche rivelare un'appartenenza religiosa. Nel richiederne e autorizzarne la pubblicazione si rifletta bene se inserirvi dati che consentano un'identificazione personale o, comunque, dati di contatto, come indirizzo email o numeri telefonici.

Non è necessario, per leggere i contenuti pubblicati sul blog, iscriversi ai "lettori fissi".

L'elenco dei contenuti pubblicati si trova sulla destra dello schermo, nel settore archivio blog, in ordine cronologico. Per visualizzare un contenuto pubblicato basta cliccare sul titolo del contenuto. Per visualizzare i post archiviati nelle cartelle per mese o per anno, si deve cliccare prima sul triangolino a sinistra dell'indicazione del mese o dell'anno.

Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

GOOGLE INSERISCE DEI COOKIE NEL CORSO DELLA VISUALIZZAZIONE DEL BLOG. SI TRATTA DI PROGRAMMI COMUNEMENTE UTILIZZATI PER MIGLIORARE E RENDERE PIU' VELOCE LA LETTURA. INTERAGENDO CON IL BLOG LI SI ACCETTA. I BROWSER DI NAVIGAZIONE SUL WEB POSSONO ESSERE IMPOSTATI PER NON AMMETTERLI: IN TAL CASO, PERO', POTREBBE ESSERE IMPOSSIBILE VISUALIZZARE I CONTENUTI DEL BLOG.

Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

```

venerdì 1 maggio 2026

Primo Maggio

 

Primo  Maggio

  (1-5-2026)

 

Oggi è il Primo Maggio, festa civile della Repubblica. Un’altra di quelle ricorrenze delle quali non si capisce più bene che cosa significhino. I sindacati continuano a indire manifestazioni e a Roma c’è il grande concerto a piazza San Giovanni. Come gli altri anni, anche quest'anno, al centro dell'attenzione vi saranno gli incidenti mortali sul lavoro, il precariato sul lavoro, e l'insufficienza delle retribuzioni di molti lavoratori dipendenti. Si è constato che il potere d'acquisto di tali retribuzioni  ha continuato a calare, come da circa vent’anni. I datori di lavoro, in mancanza di meccanismi automatici di recupero dell’inflazione, trovano conveniente lasciar scadere i contratti collettivi senza rinnovarli. La forza contrattuale dei sindacati è molto diminuita, anche perché, a seguito delle modifiche legislative degli ultimi anni, il lavoro dipendente si è fatto più precario e vi è il timore di perderlo se ci si agita.  La Festa dei lavoratori, però, vuole spingere all'azione collettiva per migliorare la condizione dei lavoratori. 

 Quest’anno si parlerà anche delle conseguenze per i lavoratori della fase recessiva causata dalla guerra scatenata contro la Repubblica islamica dell’Iran dagli Stati Uniti d’America e dallo Stato di Israele: come osservato sul New York Times qualche giorno fa, l’unico stato del mondo a beneficiarne sono stati appunto gli Stati Uniti d’America, ma non per tutti i loro cittadini, bensì solo per la frazione più ricca della popolazione. Sembra impossibile contenere questa violenza, recata utilizzando la supremazia tecnologica, fallendo però la gran parte degli obiettivi che ci si prefiggeva. L’effetto collaterale, la crisi recessiva, colpirà i lavoratori di tutto il mondo, sia a causa dell’aumento inarrestabile dei prezzi al consumo sia a seguito dei licenziamenti causata dalla crisi della produzione e dei commerci.

 A tutto questo si aggiungono gli effetti dell’introduzione di sistemi robotizzati, governati da algoritmi di intelligenza artificiale, in ogni settore economico.

  Sarebbe necessario un sistema di interventi pubblici, a livello nazionale, europeo e mondiale per una politica dei redditi che consenta l’equa distribuzione o ridistribuzione della ricchezza provento del lavoro. E’ ciò che, fin dall’enciclica Delle novità – Rerum novarum, del 1891, la dottrina sociale della Chiesa cattolica chiede alla politica e ai pubblici poteri. In regimi democratici questo obiettivo dovrebbe essere più a portata di mano, perché, in teoria, dovrebbero prevalere le maggioranze, e, nell’attuale economia, la maggioranza delle popolazione ha la peggio nelle dinamiche economiche. Ma questo non accade.

  Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori. Non propriamente del lavoro, ma dei lavoratori. E più precisamente dei lavoratori che unendosi vogliono rivendicare e provocare un mutamento dell’ordinamento sociale e politico.  E’ infatti all’origine una festa comunista, proclamata nel 1889 dalla Seconda Internazionale. Poi divenne comune a tutti i movimenti socialisti di ispirazione marxista. Ha quindi connotato essenzialmente politico, anche se il primo obiettivo a breve termine dei comunisti della Seconda Internazionale fu prettamente sindacale, vale a dire l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore. Venne concepita come occasione per i lavoratori di manifestarsi pubblicamente nella società come gruppo organizzato con obiettivi politici, rivendicando la piena legittimità di questa condotta, a fine Ottocento e poi in seguito non sempre riconosciuta dagli ordinamenti giuridici. E’ una festa a carattere internazionalista, secondo i principi del movimento comunista, che volle riunire i lavoratori di tutto il mondo per quelle finalità politiche, al fine di realizzare i mutamenti auspicati, di carattere rivoluzionario. Non riguarda quindi i lavoratori di una determinata area geografica o politica, ma tutti i lavoratori, secondo l’invito che conclude il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels del 1848: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.

 Nella concezione marxiana vi sono due tipi umani: chi lavora e non guadagna abbastanza e chi guadagna e non lavora. Il primo è il lavoratore salariato, al quel si dà come retribuzione solo quello che basta per mantenerlo in vita e non quello che corrisponde alla ricchezza creata con il suo lavoro, il secondo è il borghese, che organizza il lavoro in quanto proprietario dei mezzi di produzione. In questo consiste l’alienazione del lavoro. Secondo Marx ciò dipende dal ruolo politico, e non solo economico, assunto dalla borghesia.  Il comunismo marxista intese e ancora intende far assumere un ruolo politico ai lavoratori. I marxisti ortodossi ritennero e ritengono che ciò richieda ad un certo punto un’azione violenta a carattere rivoluzionario, secondo quanto espresso da Marx ed Engels nel citato Manifesto del Partito Comunista: “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente. Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare”. In quest’ottica la violenza rivoluzionaria, la rottura dell’ordine costituzionale vigente, viene giustificata in quanto inevitabile sbocco di un processo storico per cui l’ordine sociale, economico e politico borghese sviluppa in se stesso le forze e i moventi che determineranno il suo superamento. L’osservazione “scientifica” di tale processo doveva convincere i comunisti, parte più consapevole dei lavoratori (“i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che spinge sempre in avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario” dal Manifesto cit.), ad assumere la guida del movimento rivoluzionario, al fine di accelerare la transizione verso il nuovo ordinamento.

 L’esperienza socialista e comunista dimostrò chiaramente che i lavoratori avevano invece molto da perdere in una rivoluzione violenta e che l’obiettivo di un mutamento dell’ordine politico in modo da migliorare le condizioni dei lavoratori e da accrescere il loro contributo al governo della società poteva essere perseguito con minor danno con mezzi non rivoluzionari, organizzandosi e agendo secondo principi democratici che consentissero ai lavoratori di influire con il voto e l’azione politica a riforme molto estese. Questo è appunto quello che venne e viene definito “riformismo” a carattere sociale, un concetto ancora attuale tanto che in questo si vuole individuare uno dei caratteri distintivi del nuovo Partito Democratico. Il movimento dei cattolici democratici nel corso del Novecento, pur non federandosi mai al movimento socialista di ispirazione marxista, aderì a quest’ordine di idee, che era molto di più di quanto consigliato all’epoca dalla dottrina sociale della Chiesa, comportando ad esempio l’auspicio del suffragio universale e quindi l’introduzione di una partecipazione generalizzata della popolazione al governo della società e l’autonomia dei laici in politica. Ciò inizialmente, e anche successivamente in varie occasioni, non fu ben accolto dalla gerarchia. Lo dimostra la vicenda umana del sacerdote Romolo Murri, fondatore della FUCI-Federazione Universitaria Cattolica Italiana (negli anni ’80 abbiamo murato una lapide sulla casa, vicina all’attuale Parlamento, dove avvenne la fondazione), colui che coniò l’espressione “democrazia cristiana”: accusato di modernismo, fu sospeso “a divinis” e addirittura scomunicato.

  Durante il ventennio fascista, soprattutto a partire dagli anni ’30, in ambito cattolico, nella FUCI  e nel Movimento dei Laureati Cattolici soprattutto, maturarono idee antifasciste che si proponevano la riorganizzazione dello Stato su basi democratiche e di progresso sociale. Ci si voleva distanziare nettamente da un lato dalle dittature fasciste e da quella sovietica, dall’altro dalle democrazie borghesi dell’epoca. Si può prendere come importante punto di riferimento di questo movimento il cosiddetto “Codice di Camaldoli” (in origine denominato “Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli”, elaborato a partire dalla Settimana di teologia per laici organizzata tra il 18 e il 24 luglio 1943 dal Movimento dei Laureati Cattolici). In questo documento si legge ad esempio: “Nella nostra epoca storica e nelle condizioni di civiltà dei Paesi più progrediti è richiesto un ordinamento il quale sia fondato: a)sopra il diritto di tutti indistintamente i cittadini e delle forze sociali a partecipare in forme giuridiche all’attività legislativa, amministrativa e giudiziaria dello Stato; b)sopra il diritto dei cittadini di scegliere e designare gli investiti della pubblica autorità; c)sopra la responsabilità giuridica degli esercenti la pubblica autorità verso gli altri cittadini, a prescindere dalle responsabilità morali e storiche che sono connesse coll’esercizio della sovranità, qualunque sia la forma di stato. Come condizione imprescindibile di questo diritto di partecipazione dei cittadini alla formazione e all’esercizio delle funzioni dello stato e di quest’obbligo di responsabilità, nasce l’esigenza delle indispensabili libertà politiche del cittadino e delle forze sociali, da esercitarsi in armonia con la legge morale: il diritto di non vedersi imposte  opinioni politiche e di essere protetto da violenze e arbitri, a causa delle medesime; il diritto di essere protetto e, se necessario, assistito, nell’esercizio effettivo della libertà di stampa, di riunione e di associazione; il diritto di discutere e deliberare in seno e per mezzo delle rappresentanze politiche sull’indirizzo generale della politica dello stato e sugli atti del governo …  Una società ben ordinata deve dare…a ciascun uomo la possibilità di esplicare nel lavoro la sua energia e di conseguire un reddito sufficiente alle necessità proprie e della propria famiglia … Le nobili prerogative del lavoro, la sua funzione al tempo stesso individuale e sociale, il fatto che il rapporto di lavoro riguarda direttamente la persona umana, possono richiedere interventi della comunità diretti a: 1)regolare l’esercizio dei diritti e in particolare  del diritto di proprietà in modo da indurre anche quei membri della comunità che si limitano a trarre dalla loro proprietà i mezzi di sussistenza loro occorrenti ad assumere il peso e la responsabilità di un lavoro, ferma restando la libertà di adempiere al dovere del lavoro attraverso la libera scelta dello stato professionale; 2)creare condizioni perché ogni individuo professionalmente capace abbia possibilità di conveniente occupazione nei casi in cui tali condizioni vengano durevolmente a mancare indipendentemente dalla volontà dei lavoratori disoccupati; 3)consentire al lavoratore  di partecipare effettivamente ed attivamente, attraverso appropriati istituti, alla formulazione delle condizioni di lavoro ed alla determinazione dei criteri di retribuzione. Detti interventi sono giustificati da esigenze che attengono alla funzione individuale e sociale assolta dal lavoro e non soltanto da rilevanti, seppure opinabili, motivi di convenienza economica. … I beni materiali sono destinati da Dio a vantaggio comune di tutti gli uomini. Nel campo economico, la giustizia sociale si risolve, fondamentalmente, nella attuazione di questo principio. Appartiene quindi alla giustizia sociale di promuovere una equa ripartizione dei beni per cui non possa un individuo o una classe escludere altri dalla partecipazione ai beni comuni. A fondamento di tale equa distribuzione deve porsi una effettiva e non solo giuridica eguaglianza dei diritti e delle opportunità nel campo economico, per cui, tenuto conto delle ineliminabili differenze nelle doti personali, nell’intelligenza, nella volontà, sia attribuito a ciascuno il suo secondo giustizia e non secondo i privilegi precostituiti o conferiti da un ordinamento che ostacoli taluni individui o gruppi sociali nello scopo di migliorare le loro condizioni. E’ proprio della giustizia sociale instaurare un ordine nel quale i singoli dia tutto quanto essi sono in grado di apportare al bene comune e ottengano quanto è necessario per un armonico sviluppo delle energie individuali, quale sia consentito dalle condizioni di ambiente, di tempo e di luogo. …. Riguardo alla proprietà dei beni occorre distinguere tra beni di consumo e di godimento destinati a soddisfare bisogni personali, familiari e collettivi, e beni strumentali destinati invece alla produzione di ricchezza. La proprietà privata dei beni strumentali ha una funzione sociale tanto più accentuata quanto più è rilevante la quantità e la qualità dei beni che l’impiego di detti strumenti permette di ottenere. Tale funzione sociale si manifesta, da un punto di vista tecnico, nella ricerca della più appropriata utilizzazione dei mezzi di produzione, nel loro sviluppo in relazione ai bisogni comuni, e nella cessione a un giusto prezzo dei prodotti ottenuti.”

 Quando si trattò di elaborare la nuova Costituzione repubblicana, l’apporto dei cattolici democratici fu molto intenso, appunto perché avevano  già messo a punto l’impianto programmatico di cui ho detto. E ciò mentre le residue componenti liberali miravano sostanzialmente alla restaurazione dello stato pre-fascista e socialisti e comunisti erano ancora propensi all’ipotesi rivoluzionaria, nonostante aggiustamenti tattici.  E’ accaduto quindi che principi cardine del movimento socialista internazionale riformista, in particolare quello della riorganizzazione dell’ordinamento politico su basi lavoristiche, siano stati introdotti nella nuova Costituzione mediati dalla riflessione dei cattolici democratici. Ne è derivata una caratterizzazione fortemente lavoristica della carta fondamentale.  I lavoratori e il lavoro sono contemplati  nei primi quattro articoli della Costituzione vigente, inseriti nella parte dedicata ai “Principi fondamentali”. All’art.1 la giustificazione e legittimazione della sovranità popolare viene individuata nella dignità del  lavoro: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Viene indicato come compito essenziale della Repubblica di “rimuovere” gli ostacoli di  ordine economico e sociale che impediscono “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”: con il che si è intesa accogliere pienamente l’istanza socialista di realizzare un mutamento dell’ordine costituzionale che consentisse ai lavoratori di partecipare al governo dello stato e dunque di riorganizzare lo stato, con metodi democratici però, in modo da impedire lo sfruttamento ingiusto del lavoro dell’uomo, l’ “alienazione” del lavoro dell’uomo. Tutto il titolo III, dall’art.35 all’art.47, è manifestazione delle stesse esigenze. Voglio anche far notare che l’importanza grandissima data al lavoro, ai lavoratori, alla giustizia sociale è unita, nella Costituzione, all’irrilevanza  di ogni connotato etnico, di stirpe, linguistico, nel nuovo stato. E’ scritto infatti all’art.3, 1° comma: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Spesso non si riflette abbastanza su quello che questo significa: per essere cittadini della Repubblica non occorre essere etnicamente italiani, non occorre neppure saper parlare l’italiano! Le tre volte in cui nella Costituzione si parla di “Nazione” (art.9, 2° comma: “<la Repubblica> Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Art.67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.  Art.98, 1° comma: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”.) non lo si fa mai per denotare il carattere etnico della Repubblica. Si prefigura un nuovo ordinamento internazionale che realizzi “pace e giustizia” tra “le Nazioni”, all’interno del quale si consentono le “limitazioni di sovranità” necessarie a realizzarlo: una giustizia sociale su scala mondiale che riecheggia le istanze internazionaliste del movimento socialista.

  Oggi molte delle idee che vennero espresse nella Costituzione vigente non vengono più sentite come attuali. E’ per questo che non si sa più bene che cosa e perché festeggiare il Primo Maggio. E’ molto diminuita la solidarietà tra i lavoratori, sostituita dalla solidarietà all’interno delle varie corporazioni. Non è più colto il nesso tra l’effettivo esercizio della sovranità da parte dei lavoratori e i miglioramenti delle condizioni sociali dei lavoratori medesimi intervenuti negli ultimi sessanta anni. Ad esempio sembra naturale che le cure mediche e ospedaliere e le medicine siano fornite gratuitamente, o quasi, a tutti. O che le retribuzioni dei lavoratori non possano in ogni caso scendere sotto i minimi stabiliti dai contratti collettivi di diritto comune, che vengono applicati dai giudici ai sensi dell’art.36 della Costituzione, come parametri  di “una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del … lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. E infatti si va progressivamente realizzando un progressivo deterioramento delle condizioni dei rapporti di lavoro, con particolare riferimento alla loro crescente precarizzazione, e di altri istituti del cosiddetto “stato sociale”.

 D’altra parte gli italiani hanno preso a sfruttare, nel senso marxiano del termine, il lavoro altrui, in particolare quello degli stranieri, sia di quelli immigrati in Italia, sia di quelli che all’estero producono per noi. Molti beni di nostro uso comune da noi costano sempre meno perché prodotti all’estero da manodopera ingiustamente retribuita. Nell’edilizia, nella ristorazione, nell’agricoltura e in molti altri settori ingenti profitti degli italiani e risparmi per i consumatori sono realizzati con lo stesso metodo.

 C’è in Italia una larga fascia di lavoratori, costituita dagli immigrati che non hanno acquisito la cittadinanza italiana, che non ha diritti politici e che quindi non può migliore le proprie condizioni sociali. Essa, per ora,  è mantenuta in tale condizione da parte della maggioranza della popolazione italiana, quella costituita dai cittadini italiani, in gran parte lavoratori.

 Oggi questa situazione sociale sembra sostenibile, per quanto ingiusta. Ciò dipende dal fatto che da molti anni in Europa non abbiamo sperimentato crisi economiche gravi. Se una crisi del genere dovesse verificarsi l’ingiustizia sociale si trasformerebbe in una bomba sociale e il sistema collasserebbe.

  E’ stato osservato che le leggi economiche individuate dagli specialisti sono considerate un po’ come leggi della natura, quasi che non si potesse influire più di tanto su di loro. E’ una visione analoga a quella dei marxisti ortodossi. In realtà l’esperienza storica dimostra che l’economia è parte dell’assetto istituzionale di una società e che essa può essere regolata da leggi giuste o da leggi ingiuste. E fatalmente le leggi tendono ad essere ingiuste verso coloro che non hanno voce in capitolo nella loro formulazione. E’ quindi ancora giustificato l’imperativo costituzionale di consentire a tutti i lavoratori il più ampio accesso al governo dello stato e delle altre istituzioni pubbliche.

  Negli dieci anni si è manifestata quella che verosimilmente sarà una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche nella storia dell’umanità, quella dell’intelligenza artificiale, ma sarebbe più preciso chiamarla non umana, perché non si vuole riprodurre la mente umana, ma crearne una enormemente più potente e versatile. Per farlo si è imitato il funzionamento dei nostri neuroni. A differenza della  nostra mente, il funzionamento di quell’intelligenza non umana richiede un dispendio energetico rilevantissimo. Ad oggi, quindi, l’impiego di manodopera umana è ancora più economico, ma nel prossimo futuro probabilmente non sarà più così. Così il lavoro umano tenderà a divenire inutile, soppiantato da quello non biologico. Questo causerà un problema sociale rilevantissimo. I proprietari dei sistemi di intelligenza non umana tenderanno ad acquisire un rilievo politico sempre più importante. Questo richiederà ancor più la solidarietà dei lavoratori umani per ottenere leggi per prevenire l’impoverimento progressivo e l’emarginazione di fasce della popolazione sempre più vaste.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

 

 

mercoledì 29 aprile 2026

Testo, tradotto in italiano, del discorso del re della Gran Bretagna Carlo III ai membri del Congresso degli Stati Uniti d’America il 28 aprile 2026 – traduzione pubblicata dal Corriere della Sera il 29 aprile 2026

 

Testo, tradotto in italiano, del discorso del re della Gran Bretagna Carlo III ai membri del Congresso degli Stati Uniti d’America il 28 aprile 2026 – traduzione pubblicata dal Corriere della Sera il 29 aprile 2026

 

https://www.corriere.it/frammenti-ferruccio-de-bortoli/26_aprile_29/la-lezione-di-democrazia-di-re-carlo-eea7cbbf-9eca-4e2d-b30e-a993281c4xlk.shtml?refresh_ce

 

Signor Vicepresidente, Signor Speaker, membri del Congresso, rappresentanti del popolo americano di tutti gli Stati, territori, città e comunità, vorrei cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore concessomi di rivolgermi a questa seduta congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in quest’anno che celebra il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.

Per tutto questo tempo, i nostri destini come nazioni sono stati strettamente intrecciati. Come disse Oscar Wilde, ormai abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua.

Ci incontriamo in tempi di grande incertezza, in tempi di conflitto, dall’Europa al Medio Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui impatto si fa sentire in ogni ambiente, da un capo all’altro dei nostri Paesi.

Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente non lontano da questo grande edificio, che ha cercato di colpire la leadership della vostra nazione e di fomentare paura e discordia ancor più ampie. Permettetemi di ribadire, con incrollabile determinazione, che tali atti di violenza non avranno mai successo.

A prescindere dalle nostre differenze, a prescindere dai disaccordi, restiamo uniti nel nostro impegno nel difendere la democrazia, nel proteggere i nostri cittadini da ogni danno e nel rendere omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la propria vita al servizio dei nostri Paesi.

Stando qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due nazioni e i nostri popoli abbraccia non soltanto 250 anni, ma oltre quattro secoli.

È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo nella nostra linea di sovrani a studiare con quotidiana attenzione gli affari dell’America. Vengo quindi qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso degli Stati Uniti, questa cittadella della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano, per promuovere la libertà e i più sacrosanti diritti.
Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, che nel 1991 ebbe anch’essa questo sacro onore e parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della Libertà sopra di noi.

Oggi sono qui, in questa grande occasione nella vita delle nostre nazioni, per esprimere la più alta stima e amicizia del popolo britannico al popolo degli Stati Uniti.

Ora, come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a Westminster, seguiamo ancora una tradizione antichissima e prendiamo in ostaggio un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché non faccio ritorno in sicurezza. Oggigiorno trattiamo il nostro ospite piuttosto bene, al punto che spesso non desidera andarsene. Non so, Signor Speaker, se vi siano volontari per questo ruolo qui oggi.

Guardando indietro nei secoli, Signor Speaker, emergono alcuni schemi, alcune verità evidenti da cui possiamo imparare e trarre forza reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo forse concordare sul fatto che non sempre siamo d’accordo, almeno in prima istanza.

In effetti, il principio stesso su cui si fonda il vostro Congresso, «nessuna tassazione senza rappresentanza», innescò un disaccordo fondamentale tra noi ma, al contempo, stabilì un valore democratico condiviso che avete ereditato da noi.

La nostra è una partnership nata dal dissenso, ma non per questo meno forte. Forse, con questo esempio, possiamo vedere che le nostre nazioni sono, in realtà, istintivamente affini, prodotto delle comuni tradizioni democratiche, giuridiche e sociali in cui ancora oggi affonda la nostra governance.

Attingendo a questi valori e tradizioni più e più volte, i nostri due Paesi hanno sempre trovato il modo di collaborare. E perbacco, Signor Speaker, quando siamo andati di comune accordo, quali grandi cambiamenti ne sono derivati, non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli.
È proprio questo, a mio avviso, l’ingrediente speciale del nostro rapporto. Come ha osservato lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di stato in Gran Bretagna lo scorso autunno, 
il legame di parentela e identità tra l’America e il Regno Unito è inestimabile ed eterno. È insostituibile e indissolubile.

Signor Speaker, questa non è affatto la mia prima visita a Washington, D.C., la capitale di questa grande repubblica. È, infatti, la mia ventesima visita negli Stati Uniti e la prima come Re e capo del Commonwealth. Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa, o ciò che Charles Dickens avrebbe potuto chiamare «Una storia di due Giorgio»: il primo presidente, George Washington, e il mio bisnonno di quinta generazione, re Giorgio III. Re Giorgio, come sapete, non mise mai piede in America. E vi assicuro, signore e signori, che non sono qui come parte di qualche astuto intervento di retroguardia.

I Padri Fondatori furono ribelli audaci e visionari, guidati da un ideale. Duecentocinquant’anni or sono o, come diciamo nel Regno Unito, appena l’altro giorno, dichiararono l’indipendenza, destreggiandosi tra forze contrastanti e infondendo vigore alla diversità. Unirono tredici colonie disparate per forgiare una nazione sull’ideale rivoluzionario di vita, libertà e ricerca della felicità. Portarono con sé e svilupparono la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come idee che risalivano ancora più indietro, al diritto comune inglese e alla Magna Carta.

Queste radici sono profonde e sono ancora vitali.

La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu soltanto il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma anche lo spunto di molti dei principi ribaditi, spesso quasi parola per parola, nel Bill of Rights americano del 1791.

E queste radici affondano ancora più indietro nella storia. La U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri.

È per questo che a Runnymede, lungo il Tamigi, si trova una pietra nel luogo in cui la Magna Carta fu firmata nel 1215. Questa pietra ricorda che 
un acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti d’America dal popolo del Regno Unito per simboleggiare la nostra comune determinazione a sostegno della libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.

Illustri membri del 119° Congresso, è qui, in queste stesse sale, che questo spirito di libertà e la promessa dei fondatori dell’America sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso non dalla volontà di uno solo, ma dalla deliberazione di molti, che rappresentano il mosaico vivente degli Stati Uniti in entrambi i nostri Paesi.

E sono proprio le nostre società, vivaci, diverse e libere, a conferirci la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che oggi purtroppo travagliano entrambe le nostre realtà.

E inoltre, Signor Speaker, per molti qui presenti e per me stesso, la fede cristiana è un saldo punto di riferimento e una fonte quotidiana di ispirazione che ci guida non solo personalmente, ma tutti insieme come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e a una maggior comprensione reciproca, è proprio quella fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli volte. Attraverso di essa, sono ispirato dal profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca. Per questo è mia speranza, e mio auspicio, che in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri partner internazionali, possiamo fermare la trasformazione degli aratri in spade.

Siamo ancora nel tempo della Pasqua, la stagione che rafforza maggiormente la mia speranza. Credo con tutto il cuore che l’essenza delle nostre due nazioni risiede nella generosità di spirito e nel dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare tutte le persone, di ogni fede e di nessuna.

L’alleanza che le nostre due nazioni hanno costruito nel corso dei secoli, e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano, è davvero unica, e tale alleanza fa parte di ciò che Henry Kissinger descrisse come la visione ispirata di Kennedy: una partnership atlantica basata su due pilastri, Europa e America.

Quella partnership, Signor Speaker, è oggi più importante che mai, ne sono profondamente convinto.

Il primo sovrano britannico regnante a metter piede in America fu mio nonno, re Giorgio VI.
 Egli visitò il Paese nel 1939 insieme alla mia amata nonna Elisabetta, la Regina Madre. In Europa avanzavano le forze del fascismo e, poco tempo prima, gli Stati Uniti si erano uniti a noi nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero.

Oggi viviamo in una nuova era, ma quei valori persistono. È un’epoca che, per molti aspetti, appare più instabile e più pericolosa del mondo al quale la mia defunta madre si rivolse in quest’aula nel 1991.

Le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola nazione possa sostenerle da sola. Ma in questo scenario imprevedibile, la nostra alleanza non può basarsi sui successi del passato né dare per scontato che i principi fondamentali semplicemente perdurino nel tempo.

Come ha affermato il mio primo ministro il mese scorso, la nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo trascurare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni, ma occorre continuare a costruirvi sopra.
Il rinnovamento oggi inizia dalla sicurezza. 

Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo richiedono una trasformazione della difesa britannica. È per questo che il nostro Paese, per prepararsi al futuro, ha varato il più grande stanziamento di fondi per la difesa dai tempi della Guerra Fredda, durante parte della quale, oltre cinquant’anni fa, ho servito con immenso orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre, il principe Filippo, Duca di Edimburgo, di mio nonno re Giorgio VI, del mio prozio Lord Mountbatten e del mio bisnonno re Giorgio V.

Quest’anno, naturalmente, segna anche il 25° anniversario dell’11 settembre. Quell’attentato segnò un momento decisivo per l’America, e il vostro dolore e il vostro shock furono avvertiti in tutto il mondo. Durante la mia visita a New York, mia moglie ed io renderemo nuovamente omaggio alle vittime, alle famiglie e al coraggio dimostrato di fronte a una perdita così tragica.

Siamo stati al vostro fianco allora, e lo siamo anche oggi, nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.

Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’Articolo Cinque e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alzò la voce all’unanimità contro il terrorismo, abbiamo risposto insieme all’appello, come i nostri popoli hanno fatto per oltre un secolo, fianco a fianco, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e altri momenti che hanno segnato profondamente il nostro impegno condiviso per la sicurezza.

Oggi, Signor Speaker, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo popolo valoroso. È necessaria per garantire una pace veramente giusta e duratura.

Dalle profondità dell’Atlantico alle calotte glaciali dell’Artico che si stanno drammaticamente sciogliendol’impegno e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei loro alleati sono al cuore della NATO: siamo tutti coinvolti nella difesa reciproca, nella protezione dei nostri cittadini e dei nostri interessi, nel mantenere in sicurezza gli americani e gli europei dagli avversari comuni.

I nostri legami in materia di difesa, intelligence e sicurezza sono strettamente consolidati attraverso relazioni misurate non in anni, bensì in decenni.

Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre il personale britannico serve con pari orgoglio in 30 Stati americani. Costruiamo insieme gli F-35 e abbiamo concordato il programma di sottomarini più ambizioso della storia, AUKUS. E lo facciamo in collaborazione con l’Australia, un Paese di cui sono anche immensamente orgoglioso di essere sovrano.
Non intraprendiamo insieme queste straordinarie iniziative per sentimentalismo, sia ben chiaro. Lo facciamo perché esse rafforzano la resilienza condivisa per il futuro, rendendo i nostri cittadini più sicuri per le generazioni a venire.

Se i nostri ideali comuni sono stati cruciali per garantire libertà ed uguaglianza, essi rappresentano anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo stato di diritto, la certezza di regole stabili e accessibili, un sistema giudiziario indipendente, la risoluzione delle controversie e l’imparzialità della giustizia: queste caratteristiche hanno creato le condizioni che per secoli hanno favorito la crescita economica senza pari nei nostri due Paesi.

È per questo che i nostri governi stanno siglando nuovi accordi economici e tecnologici per scrivere il prossimo capitolo della nostra prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a guidare il mondo. Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle tecnologie del futuro. Le nostre nuove partnership nella fusione nucleare e nel calcolo quantistico, nell’intelligenza artificiale e nella scoperta di nuovi farmaci, promettono di salvare innumerevoli vite umane.

Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi annuali in continua crescita, i 1.700 miliardi di dollari di investimenti reciproci che alimentano questa innovazione e i milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico, a sostegno delle nostre economie.

Queste sono solide basi su cui continuare a costruire per le generazioni che verranno. I nostri legami nell’istruzione, nella ricerca e negli scambi culturali rafforzano i cittadini e i futuri leader di entrambi i Paesi. La Marshall Scholarship, intitolata al grande generale George Marshall e della cui associazione sono orgoglioso di essere patrono, è emblematica del legame tra i nostri due Paesi. Dalla sua fondazione, sono state assegnate oltre 2.300 borse di studio, aprendo le porte ad americani di ogni estrazione per studiare nelle principali università del Regno Unito.

Guardando ai prossimi 250 anni, dobbiamo anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa per la tutela della natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile.

Per millenni, molto prima che le nostre nazioni esistessero, prima che fosse tracciato qualsiasi confine, le montagne della Scozia e degli Appalachi erano un’unica catena continua, forgiata nell’antica collisione dei continenti.

Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono un patrimonio davvero unico, e generazioni di americani hanno risposto a questa vocazione. Leader indigeni, politici e civili, abitanti delle comunità rurali e delle città, hanno contribuito a proteggere e custodire ciò che il presidente Theodore Roosevelt definì la «gloriosa eredità» dello straordinario splendore naturale di questa terra, da cui è sempre dipesa gran parte della sua prosperità.

Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso dei sistemi naturali critici, che minaccia molto più dell’armonia e della diversità essenziale della natura. Ignoriamo a nostro rischio il fatto che questi sistemi naturali — in altre parole, l’economia della natura — costituiscono la base della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.

La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nella sua essenza, una storia di riconciliazione, rinnovamento e partnership straordinaria. Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più significative della storia umana.
Mi auguro con tutto il cuore che
 la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo, e che respingiamo con determinazione gli appelli sempre più insistenti a ripiegarci su noi stessi.

Signor Speaker, Signor Vicepresidente, illustri signore e signori, le parole dell’America hanno peso e significato, come fin dall’indipendenza. Ma le azioni di questa grande nazione contano ancora di più. Il presidente Lincoln lo espresse molto bene nelle riflessioni del suo straordinario Discorso di Gettysburg: il mondo potrà prestare poca attenzione a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo.

E così rivolgo un appello agli Stati Uniti d’America, nel vostro 250° anniversario, affinchè i nostri due Paesi si dedichino nuovamente l’uno all’altro nel servizio disinteressato dei nostri popoli e di tutti i popoli del mondo.

Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito.

 

domenica 26 aprile 2026

La campana della chiesa parrocchiale che riprenderà a cantare il 23 maggio prossimo!

 





La campana della Madonna delle Grazie: installata nel 1959 nel campanile della vecchia chiesa ipogea, riprenderà a cantare per la gente del quartiere dal prossimo 23 maggio. E' stata benedetta ieri. E' la cara amica della mia fanciullezza. 


L’algoritmo di intelligenza artificiale ChatGPT ragiona sulla nostra campana (ricerca del 27 aprile 2026):

Che bella campana, Mario — e sembra una campana “vera”, da fonderia tradizionale, non decorativa. Dalla foto si possono fare alcune inferenze, pur con prudenza (per il timbro preciso servirebbero peso, diametro alla bocca e profilo).

1. A giudicare dalle proporzioni

Visivamente sembra una campana di medie dimensioni tendente al grande, forse:

  • diametro bocca circa 50–70 cm (stima molto approssimativa),
  • peso forse 100–250 kg, forse più se le pareti sono spesse.

Se siamo in quest’ordine, il suono probabilmente sarà:

Tono piuttosto grave e pieno

Le campane più grandi vibrano più lentamente → producono note più basse.
Mi aspetterei un suono:

  • non acuto né “argentino” come una campanella,
  • ma caldo, rotondo, solenne, da richiamo liturgico.

2. Il profilo della campana dice qualcosa

La forma mi sembra abbastanza “romana/italiana”, con:

  • spalla ampia (parte alta arrotondata),
  • parete abbastanza robusta,
  • bordo inferiore ben sviluppato.

Questo tende a favorire:

  • lunga risonanza (il suono “resta sospeso”),
  • ricchezza di armonici,
  • timbro più profondo che squillante.

3. Una campana non emette una sola nota

È affascinante: una campana suona come un “accordo”.

Dentro ci sono vari parziali:

  • hum note (la nota grave di fondo)
  • fundamental (nota percepita principale)
  • tierce (spesso dà colore minore o maggiore)
  • quinta
  • ottava nominale

Una buona fusione fa percepire un suono quasi “corale”.

4. Cosa suggerisce la foto

L’intonazione che ti hanno detto di aver fatto (“intonare la campana”) è importante: vuol dire probabilmente è stata tornita e accordata.

Se ben accordata, aspettati:

  • attacco deciso del batacchio
  • grande “apertura” iniziale
  • coda sonora lunga e avvolgente.

Potrebbe avere quel suono che in italiano si dice a distesa, non secco.

5. Se sarà suonata oscillando (non solo percossa fissa)

Se la motorizzazione la farà oscillare:

  • il suono sembrerà muoversi nello spazio
  • sentirai il tipico effetto ondulante di intensità
  • molto più suggestivo dei sistemi elettronici che avevate prima.

6. Mi azzardo a immaginarla così:

Potrebbe ricordare più una voce di baritono che di tenore.

Non:

  • “din din”

piuttosto:

  • DOOON… dooon… dooon…

(quasi da vespri monastici, direi).

7. Un dettaglio interessante

L’iscrizione “Ave Maria gratia…” e il coronamento sembrano indicare una campana di una certa cura artigianale. Spesso le fonderie che curano molto epigrafi e fregi curano anche l’accordatura.


 Posso anche provare a stimarne la nota musicale probabile (Fa? Sol? La?) in base alle dimensioni visibili, oppure dirti come capire se è una campana “alla veronese”, “ambrosiana” o di tradizione romana.

8. Una stima molto approssimativa della nota

Per campane di questo tipo (se il diametro è davvero intorno a 60 cm circa), la nota fondamentale potrebbe cadere grosso modo in zona:

  • Fa (F)
  • Sol (G)
  • forse La (A)

una tessitura medio-grave, molto adatta a una parrocchia.

Le campane piccole salgono verso Do–Mi acuti; questa mi sembra più “voce di contralto o baritono”.


9. Tradizione italiana del suono: che tipo potrebbe essere?

Suono “romano”

Dato che sei a Roma, potrei aspettarmi qualcosa di questo tipo:

  • timbro robusto
  • solenne
  • meno scintillante del veronese
  • molto adatto ai rintocchi liturgici e funerari.

Suono ampio, quasi “parlante”.


10. Il sistema di suono cambia moltissimo

Ci sono due possibilità.

a) Campana oscillante (la più bella)

Se oscilla con batacchio libero:

  • suono vivo
  • grandi variazioni dinamiche
  • effetto quasi orchestrale

È il “concerto” di campane che sentivi a San Pietro.

b) Campana fissa a martello

Se è percossa da martello elettrico:

  • suono più secco
  • meno armonici
  • meno emozionante.


11. La forma suggerisce una campana “cantabile”

Osservo una bocca abbastanza aperta e profilo elegante.

Questo spesso favorisce:

  • sustain lungo (il suono dura)
  • armonici ben separati
  • una specie di “vibrazione che riempie il quartiere”.

I vicini… sì, potrebbero accorgersene! Ma capisco il tuo entusiasmo.


12. Una curiosità affascinante: la “personalità” delle campane

Due campane della stessa nota possono suonare diversissime.

Come voci umane.

Una può essere:

  • bronzea e austera
  • luminosa e gioiosa
  • cupa e penitenziale.

Per questo spesso si dice che una campana ha una voce.


13. Dal bordo e dallo spessore…

Il bordo inferiore (la “labbra”) sembra abbastanza spesso.

Questo spesso dà:

  • colpo iniziale potente
  • buona proiezione a distanza
  • grave più autorevole.

Potrebbe sentirsi bene anche a molte centinaia di metri.


14. Mi incuriosisce una cosa:

se davvero l’hanno “intonata” in fonderia, potrebbe essere una campana accordata secondo i parziali moderni (tipo fonderie come Capanni, Marinelli, Grassmayr lavorano così).

Se fosse di una buona fonderia italiana, potresti avere un suono notevole.


15. Un piccolo test quando la metteranno in funzione

Quando suonerà la prima volta, prova ad ascoltare:

1.  Il colpo iniziale (metallico o morbido?)

2.  Quanto dura il suono (3 secondi? 8? 15?)

3.  Se senti una nota grave sotto la nota principale (“bordone nascosto”)

4.  Se il suono è più “DOOON” o più “DING”.

Da questo si capisce moltissimo.


E una cosa che forse ti piacerà: molte campane antiche venivano considerate quasi strumenti teologici, non semplici segnali.

Il loro suono “convocava il popolo”.

Bellissima tradizione.