lunedì 2 marzo 2026

Evoluzione e sviluppo delle culture umane

 

Evoluzione e sviluppo delle culture umane

 

 Nel saggio Da animali a dei [From animals into God. A Brief History of Mankind], del 2011, pubblicato in italiano nel 2019 da Giunti\Bompiani, disponibile anche in formati Kindle e e-Book, lo storico israeliano Yuval Noah Harari, formatosi nell’Università di Oxford in Inghilterra, ha notato somiglianze tra l’evoluzionismo biologico e quello delle culture umane. Quest’ultimo è estremamente più veloce.

  In entrambi i casi il metodo per evolvere non è quello di ricominciare da capo, ma di riutilizzare vecchi pezzi per nuove funzioni. Cercare di ricostruire interamente dall’inizio non rende altrettanto bene e spesso è fatale: è molto più semplice aggiungere varianti nelle fasi finali dello sviluppo. Questo comporta che gli organismi viventi e le culture recano evidenti tracce di questo processo evolutivo, per quanto siano diventate molto diversi dalle origini.

  Questo è molto evidente nelle religioni, e anche nella nostra, anche se, in genere, si preferisce evidenziarne gli elementi di novità.

   Ad esempio, nell’antichità romana la carica di Pontefice massimo, che comportava importanti funzioni e poteri religiosi, in particolare garantiva l’ordine tra uomini e dèi e quindi   comportava una funzione giuridico-sacrale, da Giulio Cesare, vissuto nel Primo secolo prima di Cristo,  in poi venne attribuita agli imperatori, fino al 382, quando, in un impero in cui i poteri pubblici erano ormai cristianizzati, l’imperatore Graziano vi rinunciò. I Papi romani se l’attribuirono progressivamente dal Sesto secolo. Tuttavia le funzioni e i poteri esercitati dai Papi romani erano molto diversi da quelli del Pontefice massimo nell’antichità precedente  e vennero molto ampliandosi nel Secondo Millennio, quando si strutturò la Chiesa cattolica come ancor oggi la viviamo, e i Papi romani pretesero di esercitare le funzioni di Vicari di Cristo, definito Sommo sacerdote, quindi supremo mediatore tra il Cielo e l’umanità, nella Lettera agli ebrei.

  L’antropologia individua molti altri elementi di continuità tra le religioni precristiane e i riti cristiani, che sono molto evidenti nelle espressioni della religiosità popolare.

  A fine Settecento, i rivoluzionari francesi tentarono di radicare il nuovo culto della Dea Ragione, ma senza successo. Si cercò di trasformarlo nel culto di un Essere Supremo, ma la cosa fallì in breve tempo. Le religioni che si è preteso di fondare senza legami con quelle precedenti, e addirittura in radicale contrapposizione, non hanno attecchito. Occorre costruire narrazioni di transizione, che leghino il nuovo al vecchio, mantenendone espressioni.

  La fede cristiana praticata nella Chiesa cattolica di oggi non è identica a quella delle origini e anche alle forme che assunse in seguito, fino ad epoca molto recente, ma presenta importanti elementi di continuità. Un teologo potrebbe evidenziare meglio quanto è nuovo il nostro attuale modo di praticare la religione e quali elementi del passato ha mantenuto. Certamente i cristianesimi del passato espressero, ad esempio,  una incredibile violenza, che oggi noi, in genere, ripudiamo, dichiarando invece che la pace è un importante valore cristiano.

   Un popolo di un miliardo e mezzo di persone non ha le stesse esigenze religiose di quando si era in poche migliaia.

  E’ come quando, nel corso della fanciullezza e dell’adolescenza si cresce e si devono cambiare gli abiti. Non li si cambia a nostro puro arbitrio, occorre tenere conto del contesto ambientale e sociale.

  Ogni esperienza religiosa, finché si sviluppa, quindi si espande e tocca altri campi della vita, evolve, quindi cambia: l’evoluzione non è biologica, ma culturale, e tutti ne siamo partecipi, in tutto ciò che facciamo, in come viviamo la nostra fede. E’ ciò che sta accadendo anche ai nostri tempi. Quando una religione, o un’altra espressione culturale, finisce di cambiare, significa che non è più vitale, è finita, è morta. Tuttavia, salvo i casi di annientamento completo della popolazione di riferimento, in genere gli elementi culturali non muoiono ma evolvono. E’ il caso delle lingue.

  In questo lavoro, ricordiamo però sempre la lezione che ci viene dal passato, dall’evoluzionismo biologico e da quello delle culture: non pretendiamo mai di ripartire da capo, in nessun campo, ma innoviamo utilizzando elementi esistenti per nuove funzioni, dando loro nuovi significati, e provando pazientemente ad inserire elementi di novità, come nel bricolaggio, l’arte del fai-da-te contrapposta all’ingegneria totale. Correggendo e sostituendo le nuove parti che non ingranano.

  Mi viene in mente il detto evangelico che si trova nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 13, versetto 52:

 

Perciò, un maestro della Legge che diventa discepolo del regno di Dio è come un capofamiglia che dal suo tesoro tira fuori cose vecchie e cose nuove.

 

 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli