venerdì 26 dicembre 2025

La pratica della sinodalità

 

La pratica della sinodalità

 

  Definiamo sinodalità un modo di impersonare e vivere la Chiesa nel quale le persone si sentano in qualche modo coinvolte nell’orientare la comunità di appartenenza in una misura e in un modo sufficienti a far sì che le forze centripete tendano a prevalere su quelle centrifughe, che spingono ad allontanarsi dal gruppo. Ai tempi nostri si vorrebbe che la sinodalità fosse il modo ordinario nel quale tutte le persone di fede vivono la loro ecclesialità. Le forme di sinodalità del passato coinvolsero invece, in genere, cerchie più limitate, in particolare le gerarchie ecclesiastiche e le assemblee deliberanti degli ordini religiosi, come anche di confraternite, associazioni e movimenti laicali.  La sinodalità come pratica ecclesiale globale costituisce un moto di riforma ecclesiale.

  Nel progettare questa nuova forma di sinodalità, si sono ripercorse le esperienze del passato e si è cercato di farla derivare mediante sviluppi logici, razionali, dalle definizioni teologiche. Si è visto che quella nuova sinodalità non ha veri precedenti nel passato e che la teologia aiuta poco, proprio perché si tratta di una esperienza nuova.  In genere la teologia interviene sempre a posteriori, dopo che una novità sociale si è già prodotta. Prima viene la vita concreta e poi la teologia cerca di inquadrarla nelle sue categorie.

  I fautori della nuova sinodalità sono partiti dalla constatazione del crescente allontanamento della gente dalla pratica della religioni, in un contesto in cui la grande maggioranza di essa non aveva voce e si pretendeva che si limitasse a fare, dire e pensare ciò che veniva ordinato dalle gerarchie ecclesiastiche. Gli avversari della nuova sinodalità osservano che il legame con la religione, vissuto anche come elemento identitario, è oggi in forte ripresa nel mondo, salvo che in Europa occidentale, per quanto con debole aderenza alle definizioni dogmatiche e una certa libertà dei costumi.

  In Germania il moto verso la nuova sinodalità è stato molto più marcato che in Italia, dove in genere prevale un certo clericalismo, che è quando si preferisce in ogni cosa avere un ruolo subalterno al prete e si rinuncia a prendere l’iniziativa e anche ad aver parte nel decidere.  Penso che sia la prassi prevalente nelle nostre parrocchie.

  In effetti, in Italia le masse accorrono ai grandi eventi ciclicamente organizzati dalla gerarchia. Si è osservato che, però, questa religiosità appare piuttosto superficiale e non coinvolge più larga parte delle persone più giovani, mentre risulta diminuita la vicinanza e la frequenza delle donne. Ci si rivolge al prete quando si tratta di organizzare una cerimonia per celebrare un evento importante della vita, di dare un primo orientamento etico alle persone nella fanciullezza e nella prima adolescenza e di cercare lavoro e sostegno materiale o psicologico. Quindi, poi, l’influenza etica e politica della Chiesa ne risulta ridotta.

 Dall’ottobre 2021, nelle assemblee sinodali preparatorie al Sinodo sulla sinodalità e poi nel deliberare nel Sinodo dei vescovi integrato da altre componenti si è cercato di iniziare a praticare la nuova sinodalità, ma i risultati hanno lasciato molto a desiderare. Al dunque si continua un po’ come prima e con il nuovo Papato non sono ancora giunte pressioni a riprenderne il tirocinio.

 Pare un paradosso, ma, a differenza di ciò che si vive in Germania, da noi si tende a vivere la sperimentazione della sinodalità in modo piuttosto clericale, ciò che non ne favorisce certamente lo sviluppo.

 

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli.