Intorno alla sinodalità
La sinodalità ecclesiale è poco o nulla praticata nelle comunità di prossimità, vale a dire quelle più frequentate dalla gente, le uniche realmente esistenti, le altre essendo tenute insieme dall’architettura giuridica.
Di fatto, non osservo una pressione per cambiare metodo, le cose tutto sommato funzionano così come adesso vanno e la gente si mostra insofferente di legami comunitari più intensi. L’influenza sociale e politica della Chiesa cattolica è ancora notevole, ma è esercitata per mezzo dell’azione di uffici burocratici, accreditati verso gli altri poteri dalla convinzione che quella struttura possa realmente controllare delle masse, e fino ad un certo punto è vero.
Quindi poi l’apparato ecclesiastico organizza grandi eventi per suscitare l’immagine di un pubblico devoto e ci riesce.
Ma l’appartenenza ecclesiale è in genere debole, anche per l’affievolirsi del coinvolgimento in pratiche liturgiche e della comprensione del sofisticato linguaggio derivato dalla teologia. Questo comporta lo scivolamento della pratica religiosa verso un coinvolgimento più che altro identitario, che è evocato dalla politica quando lo si presenta come espressione di “radici”. In questi giorni è accaduto a proposito della consuetudine di allestire il presepio durante le festività natalizie, vista come elemento di cultura popolare, evocativo di buoni sentimenti legati all’appartenenza nazionale, con scarsa o nulla consapevolezza della teologia sull’Incarnazione e che l’evento rappresentato è collocato nelle narrazioni bibliche in Palestina.
Papa Francesco dal 2015 diede impulso ad iniziative per vivere sinodalmente ogni tipo di ecclesialità. Essenzialmente ebbe di mira la riforma dei vertici ecclesiastici, facendo forza su un moto dal basso, che però non si è manifestato. Le procedure sinodali, quella con il coinvolgimento di tutte le Chiese del mondo nel Sinodo sulla sinodalità ecclesiale e quella organizzata dalla Conferenza episcopale italiana hanno coinvolto numeri piuttosto esigui, nonostante i toni trionfalistici della propaganda ecclesiastica e i risultati, per ora, mi paiono piuttosto modesti, essendocisi tenuti sul vago, sulle generali. Incredibilmente, trattandosi di organizzare la sinodalità, i partecipanti ai processi sinodali sono stati tenuti alla riservatezza sui dibattiti svolti, e anzi l’indirizzo è stato di non chiamarli così ma “conversazioni spirituali”. Quindi l’altra gente, di fuori, ne ha saputo poco, in pratica solo da scarni comunicati ad andamento omiletico e con toni inutilmente enfatici.
La riforma dei vertici ecclesiastici non avverrà per quella via. L’ipertrofico apparato ecclesiastico di governo fa resistenza ed è difficile superarla perché si tratta di uffici in varia misura sacralizzati in una struttura assolutistica e tendenzialmente totalitaria.
Nelle realtà di base forme di sinodalità potrebbero attecchire, come iniziò ad accadere negli anni’70, ma non come esperienza per tutti e di tutti. I più continueranno a preferire l’appartenenza debole,
E stupefacente quante poche persone sono coinvolte nell’animazione parrocchiale da noi. Poche decine su un bacino di “utenti” stimabile intorno ai sette\ottomila. Che accadrebbe se la gente capace di essere attiva fosse di più? Si arriverebbe a contattare più persone.
Il primo passo penso dovrebbe essere familiarizzarsi con le idee che stanno dietro al modello della sinodalità, il successivo dovrebbe essere iniziare un tirocinio di sinodalità.
Proprio il carattere che si è pensato di imprimere alla nuova sinodalità ecclesiale, con un avvicinamento molto impegnativo delle persone a una comunità e una più ampia consapevolezza della relativa teologia, ostacolerà però il raggiungimento di grandi numeri. Inoltre vi è la scarsa formazione che in merito si è data ai preti: essi appaiono piuttosto restii a collaborare con il laicato
Mario Ardigò – Azìone Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli