sabato 7 giugno 2025

Futuro remoto

 

Futuro remoto

 

  Ci sono narrazioni e narrazioni: tutte sono, in qualche modo, produzioni sociali.

  Una narrazione esiste se chi narra si rivolge a una persona che ascolta e si narra per essere ascoltati.

  Ma le narrazioni sono, tutte, anche produzioni mentali. In qualche modo hanno sempre un aggancio con la realtà. Quelle più affascinanti cercano di rendere un’immagine che corrisponda il più fedelmente possibile  a ciò che si muove oltre la propria mente. Lo si fa applicandosi pazientemente sulle tracce che ce ne giungono e confrontandosi sui risultati.

  E’ un lavoro che può riguardare il presente, ma anche il passato e il futuro.

  Spesso nelle nostre comunità ecclesiali non si ha la pazienza di farlo e ci si accontenta di fantasie di natura mitologica che servono per regolarsi nel presente e nel futuro prossimo.

  Eppure gli spiriti religiosi più alti si sono spinti più lontano, ma solo ai nostri tempi lo si può fare su grande scala e soprattutto con grande attendibilità. Il risultato spesso sconcerta.

  Del resto le narrazioni bibliche, su cui si esercita in gran parte la nostra religiosità, ci portano poco lontano, almeno esplicitamente. Quelle affidabili, che hanno reali riscontro, risalgono ad epoca storica e la storia  dura da circa cinquemila anni, un battito di ciglia rispetto al passato, e comunque poco, anche considerando la nostra specie, quella dell’Homo sapiens, le cui prime tracce risalgono a circa duecentomila anni fa, e da allora, almeno nella struttura fisica, e in particolare nella fisiologia della nostra mente, si è cambiati pochissimo.

  Ci sembrano tanti i duemila anni della storia dei cristianesimi e sono solo la minor parte di quei cinquemila anni di storia. Si stima che gli Homo Sapiens  siano divenuti capaci di cultura e quindi delle prime civiltà da circa settantamila anni. Però le prime tracce di ominidi risalgono a sette milioni di anni fa. C’è una linea evolutiva che ha portato agli attuali umani, una linea evolutiva tra le altre, la sola ad essere arrivata fino a noi. Perché gli altri ominidi si sono estinti. Di alcune specie estinte portiamo traccia nel nostro DNA: questa è un’acquisizione molto recente della genetica; risale a studi pubblicati nel 1997.

  Nei programmi scolastici si cerca di dare consapevolezza fin dai primi anni della scuola secondaria, ma nella formazione religiose di solito se ne prescinde completamente. Ci si ferma a spiegazioni bambinesche, che vanno bene, appunto per bambine e bambini. Ma così non va bene. Infatti, com’è scritto:

 

Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

 

[Dalla prima lettera di Paolo di Tarso ai Corinzi, capitolo 13, versetto 11 – 1Cor 13, 11- versione in italiano CEI 2008]

  Sembra che ci si aspetti che, nelle cose della religione, a parte chierici e religiosi, si debba rimanere bambine e bambini e questo viene presentato come una virtù sulla base del famoso detto evangelico del diventare come bambini, che però non va interpretato in quel senso, naturalmente. Infatti il Maestro radunò intorno a sé uomini e donne, non bambini e bambine, e chiese loro decisioni importanti, difficili, rischiose, da uomini e donne, non da bambine e bambini.

  I Papi hanno istituito una Pontificia accademia delle scienze (nel Seicento) e, dal 1994, una Pontificia accademia delle scienze sociali, per promuovere il dialogo informato e affidabile tra fede e scienze e fornire elementi affidabili per i documenti del magistero che toccano competenze scientifiche. Di quegli organismi sono stati chiamati a far parte anche scienziati non credenti, agnostici o credenti in altre fedi. Le scienze, infatti, progrediscono nel dialogo e quanto più vasto esso è maggiormente si progredisce.

 Invece, nelle nostre comunità ecclesiali, si nota spesso una pastorale dell’ovile, nel senso che si cerca di orientarle in modo che non emergano problemi, in particolare quelli creati, appunto, dal pensiero scientifico e dal pluralismo sociale.

 Non c’è da meravigliarsi, dunque, che le persone giovani, quando si confrontano con un maggior grado di autonomia, tendono ad allontanarsi da una pratica religiosa che diviene progressivamente inutile, per ciò che a loro serve.

  Lo sviluppo di una sinodalità ecclesiale di base potrebbe giovarsi di pratiche comunitarie diverse, per le persone che sono interessate ad allargare i propri orizzonti, come tipicamente sono le persone giovani. Mi pare che, invece, le attività che si programmano siano in genere adatto a un pubblico piuttosto avanti con gli anni. Certo ci sono anche le persone anziane, ma bisognerebbe occuparsi anche delle altro, e non solo nell’ottica della preparazione ai sacramenti.

  Non sto a criticare quello che si fa, dico solo che non mi pare sufficiente, che bisognerebbe integrarlo con altro.

  Ai tempi nostri la scienza ci ha consentito di spingere le nostre indagini e, quindi, le nostre conoscenze, fin ai primi istanti del manifestarsi della natura come oggi ancora è e, di conseguenza, di fare previsioni sul futuro remoto. Sappiamo già, con buona affidabilità, come e quando finirà il nostro sistema solare, e quindi la nostra Terra. Sappiamo che, nel volgere di centinaia di milioni di anni, la deriva dei continenti cambierà profondamente l’aspetto delle terre emerse, come è avvenuto negli ultimi trecento milioni di anni, con lo sviluppo dei continenti come li conosciamo oggi da un originario supercontinente. Solo cinque milioni e mezzo  di anni fa non esisteva il Mar Mediterraneo come lo conosciamo oggi: si era quasi completamente prosciugato; poi l’Oceano si riversò nella grande depressione che ora ne costituisce di nuovo il bacino.

  Ma, ci si può chiedere: visto che la speranza di vita degli esseri umani in Europa è poco più di ottant’anni, che ci importa di eventi che accadranno tanto lontano nel futuro? Il problema è che l’umanità del lontano futuro sarà lo sviluppo della nostra specie, di noi esseri umani di adesso. Si è emersi dagli altri primati da duecentomila anni circa, ma, visto lo sviluppo velocissimo, e non di rado catastrofico, dell’umanità, non possiamo essere sicuri che nostri discendenti saranno ancora vivi tra duecentomila anni. Dipenderà fondamentalmente dall’organizzazione sociale che l’umanità saprà darsi. E’ stato un tema che nel magistero di papa Francesco è stato molto sviluppato. Però nella nostra Chiesa non di rado il succedere di un Papa ad un altro ha portato ad abbandonare filoni di approfondimento del magistero passato, anche se si è sempre cercato di stabilire una certa continuità, specialmente nel campo della politica e l’organizzazione sociale attiene proprio ad essa.

  Le teologie cristiane hanno cominciato da tempo ad approfondire il significato per la fede di ciò che si è saputo in modo affidabile sul passato dell’umanità e, quindi, anche sul suo futuro remoto. C’è, mi pare, una  obiettiva difficoltà di farlo rientrare nell’idea di Creazione  e di Provvidenza. A volte si ricade nel mito o nel fantastico cercando di dare una coerenza che non è di immediata evidenza, anche se rientra nei nostri auspici spirituali.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli