lunedì 2 giugno 2025

2 Giugno, Festa della Repubblica

 

2 Giugno, Festa della Repubblica

 

 

 Il 2 giugno 1946, a poco più di un anno dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla caduta del regime fascista in Italia, si votò per scegliere se al vertice dello stato riformato vi dovesse essere la monarchia dinastica dei Savoia, come nel passato, o una Presidenza repubblicana e per eleggere l’Assemblea Costituente. Quest’ultima avrebbe dovuto redigere e approvare una nuova legge fondamentale dello Stato e svolgere, insieme al Governo, alcune funzioni legislative, fino all’elezione di un nuovo Parlamento.

  Furono le prime votazioni politiche nazionali democratiche dopo quelle del 1924 e le prime nelle quali votarono anche le donne.

  Monarchia o Repubblica, tra i partiti politici che avevano animato la Resistenza contro il regime fascista c’era l’accordo che il nuovo Stato sarebbe stato una democrazia, quindi un sistema politico largamente partecipato e organizzato secondo il principio dello stato di diritto, in cui nessun potere, pubblico o privato, potesse essere illimitato e ogni potere dovesse essere esercitato nei limiti normativi.

  In questa annuale celebrazione di solito si pone l’accento sulla scelta tra Monarchia e Repubblica, ma in realtà l’aspetto più rilevante fu proprio quello dell’esercizio effettivo e largamente partecipato della democrazia, da parte di una popolazione che per vent’anni era stata soggetta ad un regime che la democrazia aveva diffamato, contrastato, vietato e perseguitato, come fonte di disordine e di arbitrio. Fino al 1942 questa era stata anche la posizione politica del Papato romano, che nel 1929 aveva concluso con il regime fascista mussoliniano un accordo compromissorio che molti all’epoca sentirono come disonorevole e che produsse un notevole consolidamento della dittatura nel decennio che seguì.

  Nel 1942, nel mezzo della guerra mondiale che il Papato aveva tentato inutilmente di scongiurare e dal quale aveva cercato di tener fuori l’Italia, il papa Pio 12°, con una serie di importantissimi radiomessaggi natalizi, diede il via libera per la costruzione di una nuova democrazia ispirata ai valori cristiani, esortando i cattolici democratici a lavoraci sopra, cosa che fu fatta, anche nell’Assemblea Costituente. Infatti la nostra Costituzione repubblicana è piena di principi tratti dalla dottrina sociale.

  Quella dei Savoia era una delle monarchie sacralizzate  europee, vale a dire di quelle che venivano presentate come regnanti per volontà divina. Nello Statuto che aveva concesso nel 1948 quella cattolica era dichiarata l’unica religione dello Stato, per quanto si dichiarasse anche che veniva ammessa la pratica di altre religioni. Tale principio, incompatibile con il sistema dei valori enunciato nella nuova Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, fu dichiarato come superato solo con l’integrale  riforma del Concordato Lateranense del 1984, a seguito di un accordo con la Santa Sede, secondo la procedura prevista dalla nuova Costituzione repubblicana. Il Concordato Lateranense faceva parte dei Patti Lateranensi del 1929, insieme ad un Trattato, dal quale la Santa Sede ebbe la Città del Vaticano, in una porzione di Roma,  come entità territoriale sotto la sua sovranità esclusiva.  Così venne considerata chiusa la Questione romana  e per celebrare l’evento il regime fascista fece costruire lo stradone tra il Lungotevere e piazza San Pietro che chiamò Via della Conciliazione.

  I rapporti tra la Santa Sede e la dinastia Savoia erano diventati tesissimi dal 1870, quando il nuovo Regno d’Italia dei Savoia, costituito nel 1861 a seguito del raggiungimento di un’unità nazionale, aveva invaso militarmente lo Stato Pontificio, il regno territoriale del Papato romano con capitale Roma, e, dopo una breve e impari guerra,  lo aveva soppresso. Il papa Pio 9°, all’epoca regnante, aveva scomunicato il Re d’Italia Vittorio Emanuele 2°, come anche il Presidente del Consiglio dei ministri Camillo Benso di Cavour, e aveva vietato alle persone di fede cattolica di partecipare alle elezioni politiche democratiche italiane. La pretesa del Papato romano di riavere un regno territoriale a Roma venne definita Questione Romana. Il divieto della politica nazionale, una tragedia politica di dimensioni rilevantissime, venne ribadito dai papi Leone 13°, che nel 1901 arrivò a scomunicare il movimento per una democrazia cristiana, e Pio 10°. Quest’ultimo però lo attenuò in vista delle elezioni del 1913. Sotto il suo successore, Benedetto 15°, venne considerato superato e questo permise la costituzione nel 1919 di un partito democratico cristiano che tuttavia, in base all’interdetto del papa Leone 13°, non si chiamò Democrazia cristiana,  ma Partito popolare, e che alle elezioni del 1919 riportò un notevole successo, essendo risultato il secondo partito (20% dei voti) dopo quello socialista (32%), mentre il partito dei fascisti risultò irrilevante (2%).

  Nel 1922 il Re Vittorio Emanuele di Savoia nominò nondimeno Benito Mussolini, uno dei maggiori esponenti del fascismo italiano, Presidente del Consiglio dei Ministri. Nel primo Governo di quest’ultimo entrarono anche esponenti del Partito Popolare. Mussolini rimase Presidente del Consiglio fino al 25 luglio 1943, quando venne costretto alle dimissioni da quello stesso Re, che lo fece anche catturare e  internare sotto custodia.  Il monarca aveva avallato, fino ad allora, tutte le decisioni politiche del Mussolini. Il papa Pio 11°, come ricordato, aveva concluso con lui i Patti Lateranensi, definendolo in un discorso Uomo mandato dalla Provvidenza, e, nell’enciclica Nel Quarantennale [dalla prima enciclica della dottrina sociale contemporanea, la Delle Novità – Rerum Novarum promulgata nel 1891 dal papa Leone 13°), aveva esortato le persone italiane di fede a collaborare nella costruzione del regime corporativo fascista, con il quale il fascismo mussoliniano intendeva sostituire tutte le precedenti organizzazioni di partecipazione politica e sindacale. Nel medesimo documento aveva anche plaudito alla repressione dei socialisti.

 Con il senno del poi, bisogna riconoscere che, almeno fino al 1942,  le posizioni politiche della gerarchia cattolica, controllata dall’assolutismo papale, nei riguardi della democrazia non furono tanto illuminate. Tuttavia l’Azione Cattolica italiana, fondata nel 1906, sotto il regno liberticida del papa Pio 10°, per essere il partito del Papa,  fu una delle  maggiori scuole di politica italiane, in particolare tra le donne anche al tempo in cui erano escluse dal voto, e, per quanto fascistizzatasi negli anni ’30 salvo che nei rami intellettuali degli universitari e dei laureati, ponendo l’accento sui principi di giustizia sociale della dottrina sociale, preparò una larga parte della  popolazione italiana alla democrazia. Questo lavoro fu espressamente di scuola popolare democratica dal 1942, quando il Papato romano rimosse tutti gli interdetti contro una democrazia cristiana.

 Negli anni della Repubblica l’incidenza dell’Azione cattolica nella formazione di una nuova classe politica e nell’orientamento democratico della gente fu notevolissima. La cosiddetta scelta religiosa degli anni ’60, con l’approvazione di un nuovo statuto sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, non fu un abbandono della politica, ma la conquista di un sentimento democratico più ampio, ripudiando definitivamente il compito di braccio politico del papato nella politica italiana, in particolare verso il partito della Democrazia cristiana. Nel nuovo statuto l’Azione cattolica venne definita esperienza popolare e democratica.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli