martedì 20 maggio 2025

L'agàpe di prossimità

 

L’agàpe  di prossimità

 

   Le relazioni di prossimità, nelle piccole cerchie dove si svolgono i rapporti più profondi, sono quelle che impegnano più tempo ed energia, ma che lasciano una traccia maggiore nella vita di una persona.

  La ragione è spiegata molto bene, sulla base anche di osservazioni sistematiche, nel libro di Robin Dunbar, Amici. Comprendere il potere delle nostre relazioni più importanti, Einaudi 2022, disponibile anche in eBook e Kindle.

  Mio zio Achille Ardigò, sociologo, definiva quei gruppi mondi vitali, perché da essi si ricavava il senso  dell’esistenza, vale a dire l’orientamento fondamentale della persona. La qualità di queste relazioni è molto importante per il benessere individuale in ogni età della vita, ma, in particolare, da più giovani e da più anziani. Ma determina anche l’efficienza sociale per la cura degli interessi collettivi. Anni fa, nel dare raccomandazioni in questa materia, si indicava ad esempio la cura della gente per le strade e gli arredi urbani del quartiere in cui abitava e si faceva l’esempio della fontana in una piazza principale.

  Una parrocchia come la nostra, intorno alla quale gravitano circa quindicimila persone, è una realtà locale ma è composta da una vasta trama di mondi vitali, che solamente in piccola parte hanno una loro formalizzazione istituzionale, sono quindi organizzati con una specifica struttura con definizione degli scopi e delle regole interne.

  In genere la nostra vita sociale di mondo vitale  si svolge in cerchie informali di una decina di persone o poco più. Di solito si tratta di gente della stessa fascia d’età, con le stesse esigenze vitali e gli stessi problemi. Difficilmente vi possono essere relazioni di mondo vitale al di fuori delle persone coetanee che non siano anche parenti prossime.

  Tutte le relazioni al di fuori di quelle di mondo vitale  richiedono di essere formalizzate in strutture narrative mitologiche, liturgiche e giuridiche e sono meno intense: le persone si avvicinano le une alle altre solamente per un tempo limitato e secondo procedure definite. Il caso di questo tipo che nella parrocchia è maggiormente rilevante è quello della partecipazione alla messa domenicale. Le messe dei giorni feriali tendono invece a radunare una cerchia di persona che per certi aspetti assume caratteristiche di mondo vitale.

  Quando le persone si avvicinano le une alle altre aumentano le occasioni di contrasto. Da un lato si ha bisogno delle altre persone per fare delle cose insieme, dall’altro le dinamiche di gruppo non sempre assecondano ciò che le singole persone vorrebbero e vorrebbero fare.

  Spontaneamente si cerca di rimanere più vicini alle persone più simili a noi. Più si è particolari nella propria vita e nelle proprie esigenze più è difficile associarsi ad altre persone. Questo è uno dei problemi più gravi nell’età anziana, nella quale la gente rischia più facilmente di rimanere sola.

  Nella vita comunitaria di fede spesso si sottovalutano i problemi che possono sorgere in questo campo e, comunque, ci si concentra sulle  occasioni formali, che richiedono meno impegno personale.

  Nei giorni passati abbiamo assistito al convergere di decine di migliaia di persone negli eventi liturgici che sappiamo: questa è una forma di partecipazione che richiede il minimo impegno personale ed è anche poco produttiva di relazioni profonde. Ogni persona vi partecipa da sé sola o in cerchie molto limitate. L’effetto complessivo è potente, ma  illusorio. Non ne deriva una reale rafforzamento delle relazioni comunitarie. L’ordinamento liturgico consente di disciplinare la partecipazione di massa. La cosa ha un effetto politico ed equivale a una procedura referendaria: manifesta il consenso verso un certo assetto di potere. E tuttavia va considerato come un consenso debole, scarsamente impegnativo. Un giorno ci si è, ma non è detto che poi  si accetti di ritornarci. La narrazione dell’ingresso a Gerusalemme, in mezzo all’acclamazione della folla, contenuta nei quattro Vangeli canonici, rappresenta un evento simile.

  Paradossalmente, può essere più facile, disponendo delle risorse giuste, organizzare un grande  evento che far funzionare una parrocchia in modo che i suoi mondi vitali  si avvinino e collaborino intensificando relazioni amicali.  Questo effetto è l’agàpe, la pace solidale, sollecita e misericordiosa che è lo specifico sociale cristiano.

  Non basta la liturgia, non bastano le altre procedure formali. Occorre produrre un reale  avvicinamento delle persone e dei loro mondi vitali.

  Spesso però avvicinarsi ad altre persone risulta intollerabile per vari motivi. Relazioni troppo estese e intense non rientrano nelle nostre capacità cognitive, per limiti biologici insuperabili dei quali spesso non si è ben consapevoli. Di solito ci si concentra sulle relazioni con le persone delle quali si ha bisogno a seconda delle altre età della vita. Quando ci si avvicina, sempre  si incontrano maggiori difficoltà. Di solito, nella maggior parte delle relazioni, anche di prossimità, ci si tiene a un livello intermedio.

  Nell’intenzionalità religiosa si vorrebbe andare oltre, specialmente in certi momenti di trasporto emotivo, che tipicamente si manifestano nelle fasi iniziali di una relazione, quelle che vengono anche definite di stato nascente e che corrispondono, nelle relazioni personali, all’innamoramento. Le leggende che in genere si costruiscono sulle maggiori personalità religiose ci presentano virtù eccezionali in questo campo, che in genere sono ampiamente sovrastimate e non narrate realisticamente. Poi nella predicazione queste figure vengono portate ad esempio, ma si tratta di un esempio inarrivabile, inimitabile. Così, in queste cose si rimane sempre con un certo senso di frustrazione.

  L’agàpe  di prossimità richiede non tanto organizzatori, come i grandi eventi, ma mediatori. Il mediatore  aiuta a superare le tensioni che sempre sorgono avvicinandosi.

  All’interno di un gruppo la figura del mediatore  assume le caratteristiche della persona animatrice: agevola l’avvicinamento e la collaborazione delle persone. Ma è molto importante anche la funzione di mediazione tra i gruppi: serve a farli uscire dall’autoreferenzialità, a familiarizzarli reciprocamente e a farli collaborare. Una funzione di questo tipo è attribuita al Consiglio pastorale parrocchiale, le cui funzioni dovrebbero andare molto oltre quelle di consulente  del parroco, come in genere viene inteso. Una buona qualità del lavoro di quel Consiglio  è essenziale per lo sviluppo dell’agàpe parrocchiale, e, in particolare, per quel complesso di relazioni a cui si si riferisce parlando di sinodalità, una pratica che raramente si osserva nelle parrocchie e che invece si vorrebbe ora che caratterizzasse l’intera loro vita, coinvolgendo tutti i fedeli che vi gravitano intorno.   

  A parte certe caratteristiche personali che ogni persona può manifestare e che segnalano una particolare inclinazione alla funzione di mediazione,  le capacità di mediazione richiedono una specifica formazione, che si fa in primo luogo come tirocinio, provando e riprovando in pratica e cercando di saperne di più informandosi, sforzandosi di andare oltre i propri limiti. Purtroppo la formazione in questo livello, che è un grado ulteriore rispetto a quella di base e anche a quella di secondo livello, raramente si fa nelle parrocchie e soprattutto, quand’anche si fa, di solito rimane a livello teorico, senza possibilità di reali tirocini.

  In genere i preti svolgono anche attività di  mediazione, ma sono pochi e hanno poco tempo residuo dalle attività ordinarie liturgiche e assistenziali. Ma sembrano preferire fare da sé: giovani e anziani che sino sono poco abituati a far spazio ad altre persone e spesso ne diffidano.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.