giovedì 28 novembre 2024

Catechesi travagliata

Catechesi travagliata

 

 Con mia moglie, ho fatto da catechista alle mie figlie, e mi pare che abbiamo lavorato bene, ma non mi è mai lontanamente passato per la mente di esserlo per figlie e figli altrui, perché ricordavo com'ero stato da ragazzo e non volevo i conseguenti grattacapi. Ricordavo anche i problemi che aveva avuto mia madre, da catechista, nel clima di sperimentazione del rinnovamento della catechesi negli anni '70, quando si cominciò ad abbandonare i metodi autoritari e nozionistici che risalivano ai primi del Novecento.

  Quando cominciai a manifestare le irrequietezze che oggi si sperimentano nelle ragazze e ragazzi (specialmente in questi ultimi) nella catechesi per la Cresima, io la Cresima l'avevo già ricevuta all'età delle elementari, pochi giorni dopo la Prima Comunione. Poi si decise, a ragion veduta credo, di posticipare il sacramento al tempo delle medie, e allora ci si dovette confrontare con persone che attraversavano quella età di veloci, improvvisi  e poco prevedibili cambiamenti, di fronte ai quali genitori ed educatori spesso non sanno che pesci prendere.  Ma tanto meno i preti, la cui formazione, anche nei più giovani, mi pare non di rado insufficiente in questo campo.

  Ricordo di aver letto, ai tempi in cui le mie figlie uscivano dall'infanzia, un manuale per i genitori di una psicologa francese dell'età evolutiva la quale concludeva che, quando una persona raggiunge i tredici anni circa, i genitori devono solo sperare di aver lavorato bene negli anni precedenti, perché a quel punto c'è poco da fare. C'è da esserne scoraggiati, anche se, quando si decide di generare, non ci si pensa. In effetti, se si riflette sulla propria esperienza di quell'età ci si può convincere che le cose vanno proprio così, anche se qualche punto di riferimento parentale rimane sempre, come anche ne emergono di nuovi, e non sempre positivi (almeno da un punto di vista del genitore).

  Naturalmente si può osservare che andare a catechismo per la Cresima non è obbligatorio come lo è andare a scuola fino a sedici anni. Di fronte all'insofferenza di una persona giovane verso questo tipo di formazione religiosa si può anche decidere di lasciar perdere. Tuttavia non di rado questa è una scelta che risulta dolorosa per i genitori, che vedono nell'esperienza religiosa un arricchimento della persona. Sanno poi bene, a volte anche per esperienza personale, che ciò che in questo campo non si assimila (non solo si impara) nell'adolescenza difficilmente si recupera più tardi. Infatti per i più la formazione religiosa acquisita fino all'età delle medie rimane l'unica della vita e questo per varie ragioni, ed anche per il carattere scadente delle attività formative che si fanno per le persone adulte, quando si riesce ad organizzarle, e ciò non sempre avviene.

  La ragazza o il ragazzo che va controvoglia al "catechismo" a volte disturba l'attività, e ne risente  tutto il gruppo. Fa perdere tempo, che è già poco. Si ripropongono, quindi,  i problemi che si generano in una classe scolastica e che lì vengono contenuti facendo leva sull'autorità riconosciuta all'insegnante dalle norme e sul timore di sanzioni. Ma al "catechismo" non si dovrebbe creare un ambiente simile a quello scolastico, perché al centro dell'attività non vi è l'apprendimento di nozioni o abilità ma la costruzione di una comunità evangelica, nella quale convivere nello spirito del vangelo, anche con riferimento alla "missione" di diffonderlo. È ciò che rientra nella definizione di "agàpe".

  In più c'è l'obiettivo di improntare questa agàpe alla sinodalitá che oggi si vorrebbe caratterizzasse ogni aspetto ecclesiale.

  Ma come riuscire dove non arrivano, a volte, neanche i genitori, ai quali la legge civile riconosce particolari poteri su figlie e figli? Non c'è da aspettarsi alcuna risoluzione prodigiosa dei problemi, perché questi ultimi dipendono da come gli esseri umani sono stati "fatti", e sono stati "fatti" come li si è voluti dall'alto, dal punto di vista della religione. E non bisogna quindi pensare che l'irrequietezza giovanile, spesso insensata dal punto di vista delle persone adulte, dipenda da una "cattiveria" di chi la manifesta. 

 Inoltre raramente genitori ed educatori possiedono particolari competenze nel campo della psicologia evolutiva che consentano loro di distinguere più chiaramente le origini di certi comportamenti negativi e di cercare di arginarli e addirittura risolverli nel modo più appropriato scientificamente. Non è mai consigliabile improvvisarsi psicologi e, quando occorra veramente, è preferibile rivolgersi a specialisti  riconosciuti, ma questo compete ai genitori.

  Piuttosto si può tentare di far leva sull'elemento comunitario per cercare di creare un punto di resistenza  collettiva che possa ad un certo punto influire sulla persona recalcitrante. Questo anche coinvolgendo le persone adulte che stanno dietro il gruppo di catechesi, vale a dire gli altri genitori (non solo i genitori della persona in formazione recalcitrante, pena il mostrare la figura del formatore confusa con quella del genitore subendo poi la ribellione - inevitabile e fisiologica - della ragazza o del ragazzo verso l’autorità genitoriale).

 Tuttavia è prevedibile che non sempre i risultati siano positivi. Per varie ragioni la persona in formazione  può non rispondere a questi tentativi, anche perché nell'adolescenza si è portati ad assumere atteggiamenti di sfida, per vedere che succede, soprattutto verso l’autorità di chi si sa che cercherà di contenere le proprie reazioni, per affetto o per dovere. A quell’età si inizia a sfidare l’autorità di chi è ben disposto verso di noi. Ciascuna e ciascuno pensi a quand'era giovane e vedrà che cose del genere anche lei\lui le ha fatte,

 Dunque, a quel punto occorre evitare il peggio, con l'avvertenza che ci sono dei limiti precisi, derivanti anche  dalla legge, ai provvedimenti che possono essere presi, soprattutto verso ragazze e ragazzi che sono usciti dall'infanzia. Spesso i genitori, loro stessi esasperati dai lati sgradevoli della loro prole, invocano severità, durezza. Ma si tratta di richieste che non vanno assecondate dagli educatori e questo per un complesso di buone ragioni, alcune delle quali anche di tipo religioso.

   Definiamo Grazia  l’azione di Dio sulle persone. Chi fa formazione in ambito di religioso ne è solo strumento, uno tra gli altri, non ne è invece un un dispensatore, che possa anche decidere chi la merita e chi non, e quindi di negarla agli irrequieti e indisciplinati, e questo a qualsiasi funzione venga chiamato e  a qualsiasi grado nell’ordinamento gerarchico. La Grazia straripa per ogni via come un fiume in piena e non è limitata dagli argini istituzionali, dalle metaforiche condutture mediante le quali ordinariamente scorre ma anche la si vorrebbe contenere per darla a chi si ritiene ne sia degna o degno.

  L’agàpe evangelica, poi, è danneggiata dalla sopraffazione, anche realizzata, nelle intenzioni, a fin di bene. Non è questo l’esempio del Maestro.

  Infine la violenza è vietata dalla legge, sia quella fisica che quella sui beni che appartengono alla persona. Viola valori costituzionali. Un’intrusione nella sfera personale può ritenersi ammissibile solo in condizioni di stato di necessità, che è quando si deve agire per prevenire danni gravi alla persona non altrimenti evitabili, e nei limiti dell’indispensabilità e secondo il criterio di proporzionalità. Non deve ingannare che siano in questione relazioni tra persone adulte e minorenni, quando queste ultime sono uscite dall’infanzia.

  L’unico provvedimento disciplinare, quando non si riesce a contenere certe condotte, è quello che viene adottato nelle partite di calcio e in altri giochi di squadra, è l’espulsione dalle attività in corso, se si constata l’indifferenza ai richiami, ai cartellini gialli. Sarebbe preferibile, come esercizio dell’agàpe sinodale, che fosse condivisa dal gruppo, se la maturità di chi ne fa parte lo consente. Ma poi bisognerebbe avviare una interlocuzione con i genitori per valutare se la persona in formazione ha sufficienti motivazioni per continuare.

  La gran parte delle ragazze e dei ragazzi lascia la pratica religiosa più o meno all’inizio delle superiori, ma questo non significa che sia per sempre e, soprattutto, che l’abbandono sia totale. Nella mia esperienza, tanto più duramente si reagisce tanto più si approfondisce il distacco. E’ ciò che emerge dai racconti che ho spesso ascoltato sui metodi educativi che si seguivano nelle scuole delle suore, molto centrati sulla sottomissione e sull’ubbidienza. Quest’ultima, come scrisse Lorenzo Milani, non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni. Ma non di rado nella predicazione e nella catechesi è tuttora molto apprezzata. L’idea evangelica è però che bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini, e questo, come è stato osservato, significa imprimere un blando anarchismo alla vita religiosa.

  A volte sento fare una colpa ai formatori se le persone giovani affidate alla loro cura sono turbolente e cercano di sottrarsi. Da preti e catechisti, in particolare, si pretende che non annoino. Questo poi porta verso una spettacolarizzazione della formazione e della pratica che non è utile, perché induce una certa superficialità. Non penso che si debba lavorare sui copioni, ma sulla qualità delle relazioni del gruppo in formazione lavorandoci sopra. E’, ad esempio, ciò che si fa nel metodo scout.

  Robert Baden-Powell, il fondatore scoutismo, era un ufficiale britannico, in un’armata in cui formazione e disciplina erano (e sono) molto dure. In patria divenne famoso per come guidò la resistenza durante l’assedio di Mafeking, in Sud Africa, per diversi mesi tra il 1899 e il 1900, da parte dei boeri, coloni di origine olandese che erano insorti contro gli inglesi. Fu un brutale episodio di colonialismo da parte degli inglesi, ma anche gli assedianti non furono da meno. Baden-Powell ebbe l’idea di impiegare bambini e adolescenti molto giovani in vari ruoli molto pericolosi, come portaordini e osservatori, stimolandone l’autonomia in gruppi di coetanei. Ai tempi nostri probabilmente finirebbe sotto processo penale, ma, evidentemente, i genitori, nella cittadina assediata, non ebbero obiezioni. Tornato in patria come un eroe di guerra inventò lo scoutismo che si basa sull’idea di prendere sul serio i più giovani: questo gli diede fama mondiale. Prendere sul serio figlie e figlie usciti dall’infanzia  in genere ai genitori dell’Europa occidentale contemporanea non riesce bene. Da qui, poi ragazzi che regrediscono a comportamenti infantili. Lo scoutismo si basa sulla corresponsabilità in un lavoro di squadra. I capi, le persone adulte con il ruolo di educatrici, fanno conto sul capisquadra, scelti tra le persone in formazione, tra persone che gli adulti superficialmente indicano come ragazzine e ragazzini.  Si cerca di stimolare l’autonomia individuale, anche in situazioni difficili, proponendo come esempio i trapper nordamericani dell’Ottocento, i cacciatori per ricavare pellicce di animali selvatici, gente che sapeva sopravvivere in ambienti naturali molto ostili.  Da qui l’esortazione ad essere scout, cioè esploratori del mondo, coraggiosi ma anche animati da una forte etica (sull’esempio di quella proposta ai militari inglesi all’epoca di Baden-Powell). Ai miei tempi, per conseguire il grado più alto, la qualifica di scelto, bisognava fare un’escursione da soli accampandosi una notte all’aperto. Posso testimoniare per esperienza personale che il metodo funziona, anche se mi rendo conto, con il senno della persona adulta, che si corsero rischi.

  La disciplina nelle attività collettive si consegue con la conquista della maturità e questo dipende dallo sviluppo dell’autonomia personale, il che passa inevitabilmente per una fase di conflitto relazionale, a partire da quello con i genitori. Sono cose che, prima che sui libri, si imparano dalla propria vita. E non va così solo nella nostra specie, ma anche nelle altre dei mammiferi, a partire dalle altre dei primati.

  A volta i genitori non riescono a convincersi che l’adolescente non sia più una bambina o un bambino e continuano a trattare figlie e figli come se fossero ancora piccoletti, ad esempio costringendoli a seguire la catechesi per la Cresima quando non sono veramente motivati, come si era fatto all’età delle elementari, per la preparazione alla Prima Comunione.

Si è creata, per queste persone che bambine e bambini non sono più ma che vengono trattate ancora come tali, la categoria della ragazzina e del ragazzino. Da scout, all’età delle medie, mi sarei sentito offeso se mi avessero dato del ragazzino. 

Affrontai il mio ruolo di caposquadriglia con lo stesso spirito e la stessa disciplina che mi caratterizzò più avanti nella professione,

   L’esercizio della catechesi mi pare un’arte, che si impara praticandola e migliorandosi sulla base dell’esperienza. Le istruzioni lasciano il tempo che trovano. Bisogna mettere in gioco la propria umanità e, allora, si scopre quanto è impegnativo il lavoro della formazione dei più giovani che è tanto più efficace quanto più positive sono le relazioni sociali in un gruppo, dove si riesce a non rimanere sempre concentrati su sé stessi, ma si scopre la gioia della vita comunitaria. Il vangelo è gioia comunitaria: lo scrisse il Papa nella sua prima esortazione apostolica, undici anni fa.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli