sabato 10 agosto 2024

Ode “Marzo 1821” di. Alessandro Manzoni

Ode Marzo 1821

di Alessandro Manzoni

 

ALLA ILLUSTRE MEMORIA

DI

TEODORO KOERNER

POETA E SOLDATO

DELLA INDIPENDENZA GERMANICA MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA

IL GIORNO XVIII [=18] D’OTTOBRE MDCCCXIII [=1813] NOME CARO A TUTTI I POPOLI

CHE COMBATTONO PER DIFENDERE

O PER RICONQUISTARE

UNA PATRIA

 

Soffermàti sull’arida sponda,

volti i guardi al varcato Ticino,

         tutti assorti al nuovo destino,
         certi in cor dell’antica vertù,
              han giurato: ‘ non fia che quest’onda
         scorra più tra due rive straniere;
         non fia loco ove sorgan barriere
         tra l’italia e l’italia, mai più! ’
         

 L’han giurato: altri forti a quel giuro
          rispondean da fraterne contrade,
          affilando nell’ombra le spade
         
che or levate scintillano al sol.
         già le destre hanno strette le destre;
         già le sacre parole son porte:

         o compagni sul letto di morte,
              o fratelli sul libero suol.

 

  Chi potrà della gemina Dora,
              della Bormida al Tanaro sposa,
              del Ticino e dell’Orba selvosa
              scerner l’onde confuse nel Po:
              chi stornagli del rapido Mella
              e dell’Oglio le miste correnti,
              chi ritogliergli le mille torrenti
        
      che la foce dell’Adda versò,


Quello ancora una gente risorta
              potrà scindere in volghi spregiati,
               e a ritroso degli anni e dei fati
         
     risospingerla ai prischi dolor:
              una gente ch’è libera tutta,
              o fia serva tra l’Alpe ed il mare;
              una d’arme, di lingua, d’altare,
        
      di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
               con quel guardo atterrato ed incerto,
               con che stassi un mendico sofferto
               
per  mercede nel suolo stranier,
               star doveva in sua terra il Lombardo;
               l’altrui voglia era legge per lui;
               il suo fato, un segreto d’altrui;
              la sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
              torna Italia, e il suo suolo riprende;
               o stranieri, strappate le tende
              da una terra che madre non v’è.
              non vedete che tutta si scote,
               dal Cenisio alla balza di Scilla?
               non sentite che infida vacilla

     sotto il peso de’ barbari piè?

 

O stranieri, sui vostri stendardi
              sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
              un giudizio da voi proferito
               v’accompagna all’iniqua tenzon;
              voi che a stormo gridaste in quei giorni:
                Dio rigetta la forza straniera;
              ogni gente sia libera, e pèra
               
della spada l’iniqua ragion.’
      

Se la terra ove oppressi gemeste
              preme i corpi de’ vostri oppressori,
      
        se la faccia d’estranei signori
  
            tanto amara vi parve in quei dì;
              chi v’ha detto che sterile, eterno
               saria il lutto dell’itale genti?
               chi v’ha detto che ai nostri lamenti
                sarai sordo quel Dio che v’udì?
 

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
              chiuse il rio che inseguiva Israele,
                quel che in pugno alla maschia Giaele
               pose il maglio ed il colpo guidò:
                quel che è Padre di tutte le genti,
              che non disse al Germano giammai:
              va’, raccogli ove arato non hai;
               spiega l’ugne; l’Italia ti do.’

 

Cara Italia! dovunque il dolente
              grido uscì del tuo lungo servaggio.
              dove ancor dell’umano lignaggio
              ogni speme deserta non è.
              dove già libertade è fiorita,
              dove ancor nel segreto matura,
              dove ha lacrime un’alta sventura,
     
         non c’è cor che non batta per te.

 

Quante volte sull’Alpe spiasti
               l’apparir d’un amico stendardo!
               quante volte intendesti lo sguardo
               
ne’ deserti del duplice mar!
               ecco alfin dal tuo seno sboccati,
               stretti intorno a’ tuoi santi colori,
               forti, armati de’ proprj dolori,
               
i tuoi tuoi figli son sorti a pugnar.
 

 Oggi, o forti, sui volti baleni
                ii furor delle menti segrete:
                 per l’Italia si pugna, vincete!
               
  il  suo fato sui brandi vi sta.
                 o risorta per voi la vedremo
                 al convito de’ popoli assisa,
                 o più serva, più vil, più derisa
               
  sotto l’orrida verga starà.


O giornate del nostro riscatto!
                o dolente per sempre colui
                che da lunge, dal labbro d’altrui,
                
come  un uomo straniero, le udrà!
                che, a’ suoi figli narrandole un giorno,
                dovrà dir sospirando: ‘ io non c’era ’;
                che la santa vittrice bandiera
                
salutata  quel di non avrà.