Introduzione alla democrazia dell'Unione Europea - 9
Parlare di democrazia non è semplice negli ambienti cattolici perché la nostra gerarchia ecclesiastica rivendica orgogliosamente l'ordinamento antidemocratico della nostra Chiesa immaginando che risalga alla volontà del Maestro. Quest'ultimo, però, non diede un'organizzazione alla comunità che lo seguiva nelle sue peregrinazioni in Palestina e dintorni e nemmeno a quelle che (possiamo immaginare) si andavano costituendo nei luoghi dove egli aveva insegnato e risanato. È stato tramandato un suo detto in cui si definiva "re" ma di un regno "non di questo mondo" e lo disse al funzionario del re del mondo in cui viveva, Pilato, evidentemente per chiarirgli le idee sul tema. Gli era stato domandato "se fosse re". Quindi, in definitiva, l'organizzazione della nostra Chiesa, che ebbe molte configurazioni nei secoli, e senz'altro alle origini e almeno fino al Cinquecento fu molto diversa da com'è ora, ci appare obiettivamente, dal punto di vista sociologico e antropologico, come un elemento culturale che ha rispecchiato l'assetto storico dei poteri implicati nel governo ecclesiastico, con la correlativa mitologia, che nello sviluppo delle istituzioni pubbliche non manca mai.E la tradizione, anzi la Tradizione? In teologia le si attribuisce una forza normativa, ma io non sono nè voglio essere un teologo, e mi limito a dire in merito che spero che certi elementi che vi sono ricondotti non siano realmente espressione di una volontà divina, perché sono stati parte delle cause dei molti orrori della nostra tremenda storia ecclesiastica. Ma, ad esempio, l'autorità papale come viene configurata nell'attuale normativa canonica non può farsi rientrare, con solidi argomenti, nella tradizione che si vorrebbe normativa per la fede, perchè, semplicemente, l'assolutismo papale dei nostri giorni è una forma organizzativa molto recente, che iniziò ad essere costruita più o meno dal Seicento.
Nell'attuale magistero la democrazia è spesso presentata come una forma di amicizia e le sue manifestazioni come espressione di carità-agàpe, in questo modo travisandone il senso e generando aspettative infondate. Al centro della democrazia vi è l'idea della limitazione dei poteri sociali pubblici e privati mediante procedure partecipative. La partecipazione, per essere effettiva, richiede l'istituzione di spazi di libertà e di autodeterminazione e una certa condivisione alle ricchezze prodotte, quindi una condizione di benessere diffuso, perché l'indigenza, sia quella materiale ma anche quella morale, vale a dire l'ignoranza, è la causa principale dell'asservimento ai poteri altrui. Nelle società di massa, che in Europa si sono prodotte grosso modo dalla seconda metà dell'Ottocento, la partecipazione democratica, quella efficace per limitare i poteri sociali, si è fatta organizzandosi in partiti, nei quali si praticavano la formazione e il tirocinio democratici. In questo scenario è cruciale l'affermazione universale dell'uguaglianza,intesa come uguaglianza in dignità e quindi tale che l'individuo non possa essere in totale dominio altrui e debba essere coinvolto in procedure formali in grado di costituire un limite ad ogni potere pubblico o privato, senza che possano esservi di ostacolo il censo, l'istruzione o la condizione sociale. Una democrazia di questo tipo si dice anche popolare per l'ampio coinvolgimento delle popolazioni. Non erano tali le democrazie liberali, che invece limitavano la partecipazione della gente a quelle procedure sulla base di censo, istruzione e condizione sociale. In Italia solo la Repubblica postfascista, istituita dal 1946, fu organizzata come una democrazia popolare, quando alle elezioni poterono partecipare anche le donne.
In democrazia si può essere amici o non. In democrazia si cerca di mantenere i conflitti sociali nel quadro di procedure, non di eliminarli, in modo che dai conflitti non emergano poteri dispotici, quelli che rifiutano limiti e quindi rivendicano sovranità. La democrazia viene mantenuta in una condizione di costante instabilità, e pertanto vi si manifesta anche l'inimicizia, quel tanto che serve perché nessun potere sociale finisca per prevalere senza limiti. Lo scopo della democrazia non è il consenso totalitario, e anzi si tende a tenere sempre aperta la possibilità di dissentire e resistere. Questo richiede un'ampia cooperazione ed è alla base dell'intesa democratica. Si conviene che nessun potere debba ottenere sovranità e su questo si fa blocco. Sul resto ci si divide.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli