Fede come condizione umana
La fede religiosa non consiste in certezze soggettive sul soprannaturale, che non sono alla nostra portata. Non si è credenti in quel senso, anche se coloro che si definiscono non credenti pensano spesso che si tratti di quello.
Le certezze sul soprannaturale hanno a che fare con la nostra emotività e lasciano il tempo che trovano. Maturando nella fede si impara a prenderle nel senso giusto e se non ci si riesce si pratica una religiosità un po’ superficiale.
Qualche volta i non credenti sembrano prenderci per degli sciocchi visionari. Se tuttavia riflettessero sulla grande cultura che c’è dietro la religiosità dei cristiani, arriverebbero a cambiare parere.
La religione è uno strumento per la comprensione della realtà vissuta, e l’aggettivo vissuto è molto importante perché ci implica come esseri viventi che si percepiscono come tali, consapevoli della loro condizione di viventi umani, naturalmente con ed entro i limiti della loro fisiologia. I criteri convenzionali di comprensione usati dalle scienze sono altra cosa, fanno parte della cultura della società.
Le Scritture sono essenziali per la nostra religiosità perché ci uniscono in questo tempo e ci legano ai viventi del passato, sono quindi elementi di mediazione per orientarci; lo stesso dicasi per la liturgia. Sono state utilizzate come oggetti interculturali e funzionano ancora molto bene.
Le persone scoprono la fede viva entro di sé: questa è un’esperienza che prima o poi si fa. Tra persone di fede ci si riconosce allo sguardo. I non credenti spesso si aspettano da noi una sorta di predicazione per convincerli, ma è fatica sprecata e io non mi ci applico minimamente. Del resto non saprei convincere nessuno a chiacchiere. Così, quando una persona tiene a dirmi che è non credente, la pianto lì.
Non ci sono più in giro, mi pare, i non credenti di una volta. Magari uno ti dice di essere ateo, ma poi pencola sempre verso la religione. Si aspetta da me dei discorsi, per poi magari obiettarmi. Le mie figlie, catechiste, mi dicono che anche i loro ragazzi, fin dalle elementari, si atteggiano così, ci si provano. Ma è sbagliato dar loro spago. Nella nostra religiosità si fanno discorsi e si provano emozioni, ma non è questo l’essenziale.
Ad un certo punto si sente la sete della fede, e allora la religione è acqua viva.
E allora si diviene anche veicolo della fede, che, è stato osservato, si espande come un incendio.
I pencolanti, quelli a cui certe volte sembra di credere e altre no, mi snervano. Ho poca pazienza con loro. Mi sa che lo zelo pastorale mi fa difetto, ma non ho scelto quel mestiere. Mi piace la gente che prende posizioni nette, o da una parte o dall’altra. E, soprattutto, faccio davvero fatica a sopportare quelli che, da dichiarati non credenti vorrebbero insegnarmi la mia religione, e anche al Papa a fare il suo mestiere. Perché ce ne sono di persone così, li chiamano atei devoti o simili.
A diciassette anni circa anch’io pencolai. Un’estate mio zio Achille mi portò sulle Dolomiti con la nonna. C’era lì un prete suo amico, un fine intellettuale oltre che persona di profonda religiosità. Stava scrivendo un libro e ne parlava con lo zio. C’entrava la nostra fede. Io li stavo a sentire. Non stette lì a perdere tempo a convincermi. Dopo mi scrisse un biglietto, che conservo ancora, in cui mi augurava di incontrare la luce di Cristo, il che avvenne.
I non credenti a volte mi sembrano delusi dalla mia scarsissima voglia di convincerli a chiacchiere. Del resto in genere condivido tutti gli argomenti che mi propongono contro la mia fede. E questo è un bel paradosso, indubbiamente. Lo scrisse Dostoevskij in una lettera: anche se mi dimostrassero che Dio non esiste, non cesserei per questo di credere. L’anelito religioso, come ho detto, scaturisce dalla condizione umana, per questo finora è stato universale.
Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli