domenica 19 novembre 2023

Popolo, popoli, populismo - 2 –

 

Popolo, popoli, populismo  - 2 –

 

  Il popolo è quella parte della popolazione di un territorio che rileva politicamente.

  La popolazione varia continuamente. In essa si colgono tendenze, regolarità, aggregazioni, consuetudini, costumi, tradizioni, liturgie, gerarchie, alleanze e conflitti, corporazioni e altre manifestazioni del genere. L’antropologo ci vive in mezzo  e le studia.

  Le persone e i gruppi si spostano e possono capitare in mezzo ad altre popolazioni e, finché ci rimangono in mezzo, ne fanno parte e le connotano. A seconda delle loro capacità di integrazione può andare bene o può finire male. Lo vediamo con la gente che ci raggiunge via mare senza osservare le procedure amministrative previste (passaporto e visto ove sia richiesto). Possiamo considerare la popolazione come un fatto naturale.

  Dalle popolazioni emergono gli ordinamenti sociali e, in particolare, quelli politici. Chiamiamo ordinamenti pubblici quelli che riescono a imporsi su un determinato territorio a prescindere dalla volontà di chi li subisce. E’ a questo punto che, da una popolazione, emerge il popolo, che è la gente che conta per i poteri pubblici. Il popolo è quindi parte di un ordinamento politico. Un regime politico è democratico se la gente che  è considerata popolo può in qualche modo influire, con procedure formali, sull’esercizio dei poteri pubblici a cui è soggetta. Chi non è considerato parte del popolo è straniero. Se non fa parte di nessun popolo è detto straniero apolide. Può accadere ai rifugiati che ci giungono da popolazioni che per vari motivi non li riconoscono più come parte dei loro popoli o nelle quali si sono dissolti gli ordinamenti pubblici che  ne individuavano i popoli.

  Nella dottrina dello stato si distinguono quattro elementi che lo costituiscono: un potere pubblico sovrano, un territorio, un popolo e l’effettività di quel potere su quel popolo stanziato su quel territorio. E’ sovrano quel potere pubblico che non riconosce altri poteri sopra di sé: fino all’istituzione  delle Nazioni Unite e di diversi altri organismi internazionali che si impongono agli stati, era considerato tale quello degli stati. Erano dette sovrane le monarchie assolutistiche di un tempo, che esprimevano sovrani,  i  monarchi, e da lì l’espressione si è estesa agli stati in genere, anche con diversa struttura di vertice. Di fatto nessun potere riesce mai ad essere veramente sovrano. Nell’ordinamento internazionale si tende oggi a negare la pretesa di sovranità degli stati, in particolare perché si vogliono riconosciuti universalmente diritti fondamentali della persona. Negli ordinamenti democratici questi ultimi entrano nelle costituzioni degli stati e, in realtà, la sovranità è abolita anche verso i cittadini. Nella nostra Costituzione repubblicana il potere supremo è attribuito al popolo, ma si scrive che anch’esso deve essere esercitato nei limiti di legge: però una sovranità limitata non è più tale.

  E’ la struttura politica che riesce a dominare una società a definire chi fa parte del suo popolo, della gente caduta sotto il suo dominio. E’ in base a questo che si diventa cittadini, e quindi parte di un popolo. Un dominio sul popolo caratterizza sempre il potere pubblico, che senza un popolo non è riconosciuto come tale. Gli ordinamenti pubblici sono necessari alla convivenza, ma chi pretende di dominarli lo fa soprattutto nell’interesse proprio e del proprio gruppo sociale di riferimento.  Nei regimi democratici queste dinamiche di dominio sono limitate, e innanzi tutto regolate, dalle procedure parlamentari e dal riconoscimento costituzionale di un sistema di libertà politiche dei cittadini e dei gruppi e, in genere, anche di certi altri principi di etica pubblica, e tuttavia sono sempre presenti. Un limite agli abusi di potere  molto importante che caratterizza i regimi democratici è la temporaneità delle cariche elettive, che consente al popolo dei cittadini di influire realmente sull’esercizio dei poteri di governo. La svalutazione del ruolo dei parlamenti e delle altre assemblee  elettive  è uno dei marcatori più significativi del degrado di un regime democratico.

  Una legge generale dei regimi politici, che può essere formulata in base all’osservazione di ciò che è accaduto e ancora accade,  è che quanto più è esteso il popolo, quindi la popolazione che un sistema politico pretende di dominare, tanto maggiore è la violenza pubblica necessaria a mantenerlo soggetto a quel dominio. Marcate differenze culturali o economiche all’interno del popolo o l’accentramento del controllo di ingenti fonti di ricchezza nelle mani di gruppi ristretti richiedono maggiore violenza pubblica. Questo accade anche nei regimi democratici.

  In base a questo principio, un ordinamento pubblico mondiale che considerasse proprio popolo l’intera popolazione della Terra, e agisse per mantenerne il dominio, non potrebbe che essere un regime autoritario, non democratico, connotato da un’intensissima violenza pubblica.

  Ogni ordinamento pubblico che riesce a crearsi un popolo sviluppa ad un certo punto  una propria mitologia di legittimazione, per stabilizzare e perpetuare il proprio potere dopo la prima fase, in genere connotata da più intensa violenza, in cui si lotta per imporlo ad una popolazione. Dal Quarto secolo al Diciannovesimo la strategia che ebbe maggior successo in questo fu di costruirla sulla religione cristiana. Si disse quindi che i sovrani governavano  per Grazia di Dio. In particolare come suoi vicari. Presentare un regime politico come voluto da un dio  significa sacralizzarlo. In questo modo chi lo contrasta viene perseguito anche come eretico e viene colpito da uno stigma morale molto forte.

  Se consideriamo l’ideale di popolo espresso nel capitolo 2° della Costituzione Luce per le genti – Lumen gentium  del Concilio Vaticano 2° è proprio alla realizzazione di un solo popolo dalle popolazioni di tutta la Terra che sembra puntarsi.

 

13.Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi […]

 

 Questo obiettivo è presentato come legato alla volontà divina: vi è dunque una sacralizzazione  del processo. Per il resto è facilmente constatabile, leggendo il documento, che l’ideologia del popolo che viene sviluppata è del tutto conforme ai principi generali che ho sopra esposto. L’ordinamento politico-religioso che ne dovrebbe conseguire è presentato come fortemente accentrato e autocratico, in cui le cariche ecclesiastiche vengono attribuite per cooptazione dall’alto. Fino al Settecento il tentativo di imporlo alle popolazioni europee e americane generò forme di violenza pubblica intensissima, addirittura stragista.

  Il problema è costituito proprio dal volere fare di tutte le popolazioni del mondo un solo popolo.

  La teologia cattolica relativa è stata costruita sulla base delle concezioni dell’antico giudaismo, nelle quali però il popolo era limitato a quello degli israeliti, un popolo tra molti.

  Così è sintetizzata quella antica fase nella Costituzione Luce per le genti:

 

9. […] Scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un'alleanza e lo formò lentamente, manifestando nella sua storia se stesso e i suoi disegni e santificandolo per sé. Tutto questo però avvenne in preparazione e figura di quella nuova e perfetta alleanza da farsi in Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere attuata per mezzo del Verbo stesso di Dio fattosi uomo. « Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo... Porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l'imprimerò; essi mi avranno per Dio ed io li avrò per il mio popolo... Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore » (Ger 31,31-34). 

 

  Ed ecco invece come, nel medesimo documento, subito dopo, si sintetizza la teologia dell’unico popolo universale:

 

Cristo istituì questo nuovo patto cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25), chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono « una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo... Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di Dio » (1 Pt 2,9-10).

[…]

13. In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra ». Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell'unità dello Spirito di lui.

 

   Il problema dell’umanità di oggi, che conta ormai circa otto miliardi di persone, è quello di istituire un nuovo ordinamento politico mondiale che consenta la convivenza e il benessere di questa moltitudine di gente senza dinamiche distruttive. In base ai principi che ho sintetizzato all’inizio, enunciati in base alla consapevolezza storica di ciò che accadde in passato e all’osservazione di come vanno oggi le cose, questo obiettivo non può essere ottenuto facendo di tutte le popolazioni della Terra un unico popolo, perché questo porterebbe fatalmente a un impero mondiale autocratico, caratterizzato da una violenza pubblica intensissima. Quando, come nella dottrina sociale, si pensa a un potere mondiale  che imponga la pace alle potenze in guerra, è più o meno a questo che si pensa, e non è cosa che può funzionare (e infatti non funziona già oggi).

  Si può però farmi osservare che nella Costituzione Luce per le genti  si parla di ordinamento religioso e non politico: bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Ma nella nostra Chiesa la distinzione tra politica e religione non è così netta come viene presentata: ad esempio in Italia la nostra gerarchia ecclesiastica esercita anche un rilevantissimo ruolo politico, arrivando con successo a porre il veto  su progetti di legge dello Stato,  ben oltre quello che si è messo nero su bianco negli sciagurati Patti Lateranensi  del 1929, dei quali il Concordato, la parte che riguarda l’influenza specificamente sugli affari italiani, revisionato quasi interamente nel 1984, in particolare con l’istituzione di un ingente, automatico e incomprimibile finanziamento pubblico delle strutture ecclesiastiche, ciò che le ha rese indipendenti dal loro popolo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli