venerdì 27 ottobre 2023

Legami

Legami

 

   Viviamo immersi in relazioni sociali che ci condizionano, tanto che ne dipende anche la nostra salute fisica, come è stato osservato in sede clinica. Ogni relazione sociale ha una forza e un’estensione, che variano a seconda delle persone, delle loro età e necessità  e dei contesti. Le nostre relazioni sociali sono connotate da affettività e diritto, ma in misura diversa. L’affettività è massima in quelle più strette: si è visto che ci legano con solo una trentina di altre persone. In quell’ambito ve ne sono alcune, tra  familiari, che possono avere anche la massima forza giuridica. Man mano che ci si allontana da questo contesto, forza, estensione, affettività e diritto calano rapidamente. Siamo alla vigilia di una tremenda guerra nel Vicino Oriente e un’altra non meno efferata è in corso molto più vicino a noi, ma sono fatti che non riescono a coinvolgerci emotivamente più di tanto. Perché dovrebbe essere diverso in religione? E infatti non lo è. Ma questo mette a disagio chi ha avuto riconosciute funzione di comando in quell’ambito e chi professionalmente si occupa di ragionarci sopra per stabilire chi è dentro e chi è fuori. Qui si vuole immaginare che le relazioni religiose abbiano sempre la massima forza, estensione e affettività perché così dev’essere per diritto.

  C’è sempre quindi in religione una certa discrasia tra come si è e come si immagina che si debba essere. Le esperienze religiose più intense si fanno nelle età in cui, per natura e consuetudini sociali, si dovrebbe essere impegnati nella riproduzione, anche se ce la si vieta, come accade per clero, religiose e religiosi. Sono sempre legate ad un atteggiamento di speranza e, insieme, ad una proiezione più in là nel futuro, condizione tipica della genitorialitá naturale. Da più giovani prevale la forza sociale del conformismo, e così manca la proiezione verso il futuro perché si tende a vivere giorno per giorno, da più anziani il timore per la fine e quindi scema la speranza.

  Nella forza ed estensione delle relazioni sociali, e anche di quelle religiose, conta molto l’utilità sociale, che può consistere nelle opportunità di integrazione o in un ritorno economico. Nell’Europa occidentale contemporanea l’utilità sociale della nostra religione è bassa, anche perché le strutture ecclesiali sono obsolete, frustranti per i più, e comportano pretese insostenibili proprio per chi è nelle età della vita in cui la religiosità tende ad essere più intensa.

  Si vorrebbe che si debba essere legati, in religione, ad una struttura universale di relazioni sociali molto accentrata e caratterizzata dalla massima forza, estensione e affettività, e si considera peccaminoso cercare di sottrarvisi. È una sorta di impero religioso delle anime, che stride con le dinamiche naturali delle relazioni sociali. Di fatto le cose vanno diversamente, e vanno  come accade in tutti gli altri ambiti sociali. Da qui poi chi si accosta ai nostri ambienti ecclesiali ne ricava spesso una certa sensazione di essere disapprovato. Si è sempre spinti, anche liturgicamente, a pentirsi di qualcosa, ma non lo si prende tanto sul serio. Ci si batte il petto e si continua come prima,  come fanno tutte e tutti. In sostanza è cosa che è vissuta come rito.

  La questione seria della religione, anche della nostra, non sta però in tutto ciò, ma nella consapevolezza del proprio posto nel mondo e della propria responsabilità etica nel corso degli eventi sociali. È un problema di coscienza sociale: sorge nell’interiorità e tende a permeare tutte le nostre relazioni sociali. La pratica della religiosità, in particolare la meditazione a sfondo biblico, tende a svilupparla.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli