lunedì 3 luglio 2023

Terre di cristiani

 

Terre dei cristiani

 

   Su La lettura, il supplemento del Corriere della sera uscito domenica scorsa, c’è la recensione di un libro di Janine Di Giovanni, La fede scomparsa. Il tramonto del cristianesimo nella terra dei profeti, La nave di Teseo 2023. L’articolo, di Marco Ventura, si intitola “Non c’è posto per i cristiani nelle terre del cristianesimo”: sono molto diminuite le persone che praticano il cristianesimo nel Vicino Oriente, in particolare in Palestina, dove, secondo Ventura, il cristianesimo è nato, divenendo poi, per circa quattro secoli, la religione principale.

   Quando si fanno, tra cristiani, discorsi del genere, si sente come una ingiustizia che, lì dove hanno dominato i cristiani, ora non sia più così e che, anzi, i cristianesimi abbiano sempre meno praticanti. Questo perché il cristianesimo aderirebbe alla terra, a quella terra, facendone una Terra Santa.

  Accade anche nella Roma dei nostri tempi, nella quale, nonostante sia ancora piena di chiese cristiane, le statistiche avvertono che c’è molta meno gente che pratica una religione cristiana. La differenza è che quest’ultima non è stata sostituita da nient’altro di così potente come furono i cristianesimi dei secoli passati.

  Del resto, da  noi non sono scomparsi gli antichi culti prepagani? Perché non dovrebbe accadere anche ai cristianesimi? Altrove, appunto  nel Vicino Oriente, è accaduto e potrebbe succedere anche da noi. Dove è scritto che sarebbe stato garantito il radicamento perpetuo della  nostra religione in una determinata terra? Anzi, il fatto che non lo sia stato è uno degli elementi che distinse fin dalle origini i cristianesimi dal giudaismo, suo ambiente originario, e, aggiungo, distingue nettamente gli attuali cristianesimi da gran parte degli ebraismi contemporanei, che fanno gran conto sullo Stato di Israele.

   Da punto di vista religioso, non mi pare che abbiamo motivo di considerare una certa terra “santa”, fosse anche la Gerusalemme contemporanea. Non rientra tra i comandi del Maestro, né nelle promesse soprannaturali contenute nei suoi insegnamenti. Verificate.

  Ma, allora, perché tanta violenza nei secoli passati per cercare di mantenere il controllo politico della Palestina?

   Forse che i cristianesimi sono radicati in una qualche popolazione, facendone un popolo? Il problema è che né noi né le nostre culture siamo vegetali, pertanto non abbiamo radici, siamo immersi in certe culture, dalle quale però possiamo sempre staccarci, come storicamente è avvenuto continuamente.

  Argomenti molto persuasivi sul tema possono leggersi in Contro le radici. Tradizione, identità, memoria, di Maurizio Bettini, Il Mulino 2012, disponibile anche in e-book.

  Le culture delle popolazioni cambiano secondo le esigenze della gente, e anche per il cambiare della gente, ad esempio per modi nuovi di vivere che derivano dal contatto con altra gente: ciò che non serve viene abbandonato. Una religione è come una lingua, che evolve continuamente: in questa evoluzione ogni parlante dà un suo contributo.

  Personalmente non sono legato in alcun modo all’attuale Vicino Oriente, e alla Palestina in particolare. Non ha nessun senso religioso per me. E preferirei che a quei posti non fosse stata data  nel nostro tremendo passato tutta l’importanza che invece è stata ad esso attribuita. Le cose che riguardano il Vicino Oriente mi interessano di più quanto alle conoscenze archeologiche e linguistiche, ma non mi interessa andarci a pregare, tanto meno ora che sono ancora travagliati, come nei secoli passati, da un’orrenda violenza politica.

  Non credo che da quelle parti i cristianesimi possano essere utili, per cui non mi interessa collaborare a farvi evangelizzazione. E preferirei che, come Chiesa, mollassimo la presa che ancora pretendiamo di mantenervi.

  Mi pare che la pratica dei primi cristianesimi, quand’ancora non erano stati strumentalizzata a fini politici, riguardasse piccoli gruppi che cercavano di vivere la propria fede come in una grande famiglia. Consentiva una spiritualità che non c’era negli altri culti, in particolare nei politeismi greco-romani. Emerge anche un notevole pluralismo, al quale si cominciò  ad essere insofferenti quando si misero di mezzo i filosofi di cultura ellenistica e, molto più tardi, coloro che impersonavano la politica.

  Non vorrei ritornare a quei primi tempi, che avevano molti aspetti sconcertanti per la nostra mentalità, ma farne memoria ci può essere utile per convincerci che il cristianesimo non scaturisce da una certa terra, ma da relazioni umane. Non basta abitare da una qualche parte per diventare cristiani.

  Concludo queste riflessioni proponendo questo tema: sia poi sicuri che “il cristianesimo”, in particolare quello che ancora noi pratichiamo qui a Roma,   sia nato  nel Vicino Oriente, o addirittura in Palestina? Da ciò che ho letto in materia di cristianesimi delle origini, penso possa accettarsi che da quelle parti si siano diffusi alcuni cristianesimi, che avevano alcuni elementi culturali comuni con il nostro cristianesimo, che certamente, però, non è nato  nel Vicino Oriente, ma molto più tardi e anche molto più lontano.

  Il nostro cristianesimo vive  in noi. Poiché noi siamo elementi caduchi della natura, se vogliamo che ci sopravviva dovremmo cercare di tramandarlo alle nuove generazioni. In più si è a lavorarci, maggiore è la possibilità di riuscita. Questo è un motivo per insistere nel veicolarlo con le nostre relazioni sociali, nell’ambiente sociale siamo immersi. Il problema, in questo campo, è che l’età media di chi pratica la religione si è molto alzata e questo la rende meno attraente per le persone giovani, perché così va la natura, e noi ne facciamo parte.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli