sabato 29 aprile 2023

Fede, miti, neuroscienze

 

Fede, miti, neuroscienze


    A metà maggio concluderemo le riunioni infrasettimanali del nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, fino alla ripresa a ottobre.  Questo però non significherà la cessazione di tutte le altre attività.

  Ma quali sono?

  C’è chi pensa che se un gruppo non si riunisce cessa di esistere. E’ come quando si valutava la fede di una popolazione parrocchiale dal numero delle particole distribuite alla Comunione nelle messe domenicali. E’ un criterio superficiale.

  La fede è una manifestazione della vita di una persona ed è sempre un fatto sociale, oltre che interiore. Quindi è costante, non viene mai meno finché c’è vita cosciente. Non ne parlo qui come fanno i teologi, con le loro particolari categorie. Mi limito a constatare ciò che di fatto di essa si può percepire, dentro di sé e nelle proprie relazioni. Non dipende da quanto spesso ci si incontra, anche se non si manifesta se non nelle relazioni. Tuttavia queste non necessariamente devono essere attuali.

  Rimaniamo persone di fede anche quando non ci si incontra il martedì e il sabato e lo rimaniamo con quelle particolari caratteristiche che si acquisiscono progressivamente  in Azione Cattolica.

  Il sociologo austriaco Peter Ludwig Berger (1929-2017), il quale si dedicò molto allo studio scientifico del fatto religioso, ne parlò come di un brusio.

 Molte persone fanno ormai riferimento, ad esempio, a questo blog, che è uno dei modi in cui continuiamo a esercitare relazioni nel tempo in cui non ci riuniamo in parrocchia. Sono disponibili oltre 3.000 post, il primo pubblicato il 1 gennaio 2012. Forniscono una guida elementare per conquistare, negli affari sociali, vale a dire nel campo d’elezione dell’Azione Cattolica,  una mentalità e costumi che consentano di esprimere i valori cristiani con metodi e secondo principi democratici, in una democrazia avanzata come quella italiana. E’ una parte di quel brusio.

  Il cristianesimo democratico è cosa che non rientra in genere nella formazione religiosa di base. I preti, con qualche eccezione, non l’hanno nel proprio curriculum di studi, sebbene molto lungo, impegnativo, vasto. Una formazione in questo campo la si fa solo in alcuni ambienti, come l’Azione Cattolica, gli universitari cattolici, il MEIC e pochi altri. Altrove prevale lo spiritualismo devozionale o colto, che in società lascia il tempo che trova.

  Ciò che consente quel brusio  di cui scriveva Berger è il mito.

  Una definizione di mito che ho trovato molto completa è questa, che si trova in Esodo  dello storico ed egittologo tedesco Jan Assman, Adelphi 2023 (l’originale in tedesco è del 2015), anche in e-book e Kindle, ed è la seguente:

 

E’ proprio dei miti essere raccontati di continuo e in sempre nuove versioni. Essi hanno la capacità di fondare e di spiegare la vita, e gettano luce su situazioni ed esperienze  cui conferiscono senso e orientamento.

 I miti sono nuclei narrativi, la cui multiforme elaborazioni aiuta le società, i gruppi e anche i singoli individui a costruirsi un’identità, ossia a capire chi sono e qual è il loro mondo, così come a dominare situazioni complesse e crisi esistenziali”.

[dall’Introduzione]

 

  Le religioni, anche la nostra come l’antico giudaismo da cui prese origine, sono sostanzialmente complessi di miti, e di riti su di essi organizzati. Nei cristianesimi, su di quei miti e connessi riti si sono costruite complesse architetture culturali a sfondo filosofico e giuridico nelle quali consistono le loro teologie. Di natura diversa sono fatte le discipline che si occupano di esegesi biblica e che sono lo strumento più affidabile per decrittare quei miti, insieme all’antropologia.

  Non dobbiamo confondere il mito con la favola, l’illusione, nel senso di racconti di pura fantasia, quindi sostanzialmente irreali. Se fossero tali, non ci servirebbero. E invece servono: ci sono indispensabili per spiegare il senso  di ciò che ci accade. Per questo la creazione di miti e la modificazione di quelli correnti, e qualche volta il loro abbandono, sono continui in ogni ambito del pensiero umano.

  I miti, tuttavia, non descrivono realisticamente le relazioni di causa ed effetto. Definisco realistico  ciò che può essere osservato criticamente nella natura intorno e, se possibile, replicato. I miti vengono, però, organizzati sulla base dell’esperienza di vita, per darle senso. Finché riescono a svolgere questa funzione non vengono abbandonati. Corrispondono anche a percezioni interiori. In questo campo le neuroscienze procedono rapidamente dandoci spiegazioni sorprendenti.

   Recentemente è stato pubblicato anche in italiano un libro in cui se ne parla: di Anil Seth, Come il cervello crea la nostra coscienza, Raffaello Cortina editore 2023, anche in e-book e Kindle.

  Secondo questa prospettiva, ciò che definiamo coscienza è un prodotto della nostra fisiologia. Ma è più del senso del sé, quale tutti noi percepiamo. Tutta la realtà come ci appare è una creazione della nostra fisiologia, una interpretazione dei segnali sensoriali che i nostri neuroni, confinati nella scatola cranica, ricevono dall’esterno. Una interpretazione che è costantemente corretta alla luce di quei segnali sensoriali. Sotto questo punto di vista, il mito non ha consistenza diversa da ogni altra percezione, ma variano i criteri per correggerne l’interpretazione. Questo spiega la persistenza di miti antichissimi, come quelli relativi alla Creazione, anche se le spiegazioni correnti sui rapporti di causa/effetto non sono  più compatibili con quelle che vennero impiegate per costruirli. Si tratta di concetti controintuitivi, come, osserva Seth, è diventata ad esempio molta parte della fisica contemporanea più avanzata.

  Ecco come  Seth prova a renderne un’idea accessibile al largo pubblico:

 

  Immaginate, per un momento, di essere il vostro cervello.

   Provate, davvero, a pensare com’è lassù, sigillati dentro la volta ossea del cranio, cercando di capire cosa vi sia all’esterno, nel mondo. Non vi è luce, né suono, niente – è completamente buio e vi è un assoluto silenzio. Quando tenta di dar forma alle percezioni, tutto quello che il cervello ha a disposizione è il continuo fuoco di fila dei segnali elettrici che solo indirettamente si riferiscono alle cose che si trovano fuori, nel mondo, quali che siano. Gli input sensoriali non arrivano con sopra etichette del tipo: ‘vengo da una tazza di caffè’, ‘vengo da un albero’. E neppure si presentano con etichette che specificano di che modalità sono – se sono visivi, uditivi, tattili o di altre modalità sensoriali meno familiari come la termocezione (il senso della temperatura) o la propriopercezione (il senso della posizione del corpo).

  Com’è che il cervello trasforma questi segnali sensoriali, che sono intrinsecamente ambigui, in un mondo percettivo coerente, ricco di oggetti, persone e luoghi? In questa seconda parte del libro esploreremo l’idea che il cervello sia una ‘macchina predittiva’ e che quello che vediamo, sentiamo, proviamo altro non è che la ‘migliore ipotesi’ che il cervello fa circa le cause dei suoi input sensoriali. Seguendo questa idea sino in fondo, vedremo che i contenuti di coscienza sono una sorta di sogno a occhi aperti -un’allucinazione controllata- che è al contempo di più e di meno di qualunque cosa il mondo reale davvero sia.

 

  Ogni persona si interroga costantemente sul senso della propria vita. In questo si relaziona costantemente con quella parte di società in cui è immerso e alla quale è collegato e che costituisce il suo criterio di controllo delle proprie percezioni. In questo lavoro, assumendo la terminologia di Seth, formula delle predizioni e così facendo agisce sui miti e produce percezioni. Lo fa dal momento in cui si sveglia a quello in cui si addormenta e anche quando, nel sonno, sogna. E sappiamo bene l’importanza che hanno, nei miti religiosi, i sogni.

  In religione ci diamo molta importanza, a motivo della coscienza  che percepiamo in noi stessi. Seth, tuttavia, non è convinto della nostra eccezionalità in questo. Del resto usa una definizione di coscienza che è molto diversa da quella corrente nel senso comune. Ma, a prescindere da ciò, ritiene che stati propriamente di coscienza si manifestino anche in altri viventi, e, in particolare, in quelli che biologicamente ci sono più vicini, come gli altri mammiferi.

  Tuttavia la fisiologia della nostra mente ci consente relazioni sociali particolarmente complesse, e anche l’organizzazione dei miti, che non si manifesta nei gruppi degli altri animali sociali, neanche  quelli geneticamente più vicini a noi, vale a dire i gorilla e gli scimpanzé.

  E’ in questo continuo ragionare sul senso della vita attraverso i miti religiosi che consiste ciò che chiamiamo spiritualità: persiste anche se non ci si incontra purché ci si riesca a percepire  ancora in relazione, così come in genere ci si pensa riguardo ai propri cari che non sono più.

  Questo blog  vorrebbe costituire un aiuto in questo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli