Tra passato e futuro
Le nostre Chiese,
come ogni fatto sociale, hanno uno sviluppo storico, ben riconoscibile a posteriori
ma intuibile anche mentre si attua. In definitiva si è sempre in una condizione
di transizione, anche se in certe epoche, come quella in cui stiamo vivendo, i
cambiamenti sono più veloci.
Se si è consapevoli che siamo tutti noi a
fare le nostre Chiese, in qualsiasi ruolo ci troviamo nella loro
organizzazione, allora sorge il problema di decidere che fare, sentendo anche
la responsabilità di ciò. Comunque si faccia, anche se si decida di non
decidere, di lasciarsi guidare o trascinare, il risultato sarà anche opera
nostra, perché una decisione l’avremo presa. Sarà un modo di manifestare la
fede che avrà anche conseguenze sul piano della teologia, anche se solo gli
specialisti sapranno argomentare in quel campo.
Le
possibilità del futuro spesso spaventano. Ma fermare lo sviluppo della società
è impossibile, la storia lo dimostra. Nulla rimane mai lo stesso sempre. Lo
sperimentiamo nel nostro stesso organismo. Potremmo mai ritornare bambini? E’
lo stesso con le fasi storiche. Indietro non si torna. Chi si illude di poter
ricostruire il passato, in realtà ne inscena uno nuovo, un neo-passato.
E’ così anche quando si immagina di ritornare al Primo secolo. Questo perché lo
sviluppo storico ci ha cambiati, ha aggiunto qualcosa che non può più essere
tolto. Qualcosa che non c’era in origine. L’idea invece che ciò che c’è ora sia
l’espansione di qualcosa che c’era già agli inizi e che poi noi scopriremmo andando
avanti non mi pare che possa avere grandi conferme ragionando sulla nostra
storia.
Ciò detto, però, certi dilemmi dell’oggi risalgono
effettivamente alle origini, mantengono quindi la loro attualità.
Con il Meic Lazio oltre agli incontri sui temi dell’attualità
sociale e religiosa, ci riuniamo anche come gruppo del Vangelo e si tratta di
un’esperienza molto interessante. Non partecipano preti, non perché non ce li
vogliamo, ma perché hanno troppo altro da fare. Siamo però persone colte, di
lunga esperienza religiosa, qualcosa di interessante riusciamo sempre ad articolare.
In genere io sono l’unico a non essere un professore.
Ieri, ragionando sul brano evangelico di
Giovanni 4, 3-42, che proclameremo domani a messa, è venuta in risalto la
religiosità all’epoca proposta nell’ambiente sociale nel quale si è formato quel
Vangelo. Che è diversa da quella che risalta negli altri Vangeli, come anche,
ad esempio, nelle lettere di Paolo. Molto centrata sull’adorazione. Il Maestro,
come ci viene narrato in quel testo, sembra una persona diversa da quella
raccontata negli altri scritti neo-testamentari. Nella seconda metà del Primo
secolo, quando le tradizioni dai quali questi ultimi si formarono iniziarono a condensarsi,
le diverse visioni della religiosità non vennero vissute serenamente, ci furono
controversie molto accese, in particolare tra tre gruppi, i giudei palestinesi,
quelli ellenisti, ormai di cultura greca, e i cristiani non giudei. Gli scritti
neo-testamentari ci sono giunti in greco antico, quindi è chiara la tradizione dal
quale culturalmente deriviamo. Tuttavia, alla fine, prevalsero i non giudei,
cosa che determinò scontri molto aspri e violenti con il giudaismo di allora, che
era presente in vari luoghi dell’Impero romano in proporzione molto maggiore di
ora rispetto all’altra popolazione. Da qui poi un anti-giudaismo endemico,
evolutosi nello scorso secolo in anti-semitismo stragista, nel quale noi anche
noi italiani fummo pesantemente coinvolti al tempo in cui demmo al fascismo
mussoliniano.
Adorazione o impegno sociale?
Spesso l’atteggiamento adorante comporta una
certa dose di immobilismo, e quindi è consigliato da chi vorrebbe fermare la
storia.
Però l’impegno sociale sembra un cercare di svuotare
il mare con un bicchiere senza avere una prospettiva adorante.
Che senso diamo, oggi, all’espressione “Salvatore del mondo”, Σωτὴρ τοῦ κόσμου – sotèr tu kòsmu che troviamo in Giovanni 4, 42?
Lo sviluppo storico ha un senso, e, in
particolare, un senso religioso?
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli