martedì 7 marzo 2023

Aveva ragione chi ci criticava

 

Aveva ragione che ci criticava

 

   E’ vero che la verità ci renderà liberi, come è scritto?

   Forse è per questo che nella nostra Chiesa non si sa parlare di libertà, ma ancor meno la si sa praticare: se ne diffida, non la si sopporta.

   Fateci caso: in genere, quando un predicatore se ne occupa è sempre per dire che cosa non è. E si scopre che non è  tutto ciò che di solito si intuisce che sia, anche se non lo si sa spiegare ordinatamente. Ogni “non è questo” è in realtà un divieto che ci limita. Alla fine, in religione sembra che rimanga veramente poco di libertà. Allora ti consigliano di rinunciarvi come atto di virtù, per consegnare la propria libertà a qualche potenza soprannaturale. Ci sono delle preghiere che sono state scritte proprio per esprimere questo sentimento. In questo modo si avrebbe il vantaggio di non aver più responsabilità, perché indubbiamente essa è strettamente correlata alla responsabilità. In definitiva si esorta a chiudere il discorso facendo in modo che l’ultimo atto di libertà sia quello di rinunciare liberamente  e  definitivamente alla propria libertà. L’obbedienza  sarebbe la via per salvarsi  dai pericoli della libertà. Questa, in definitiva, sarebbe la  verità. Tuttavia i conti non tornano perché se questa è la verità, non si può dire che ci faccia liberi secondo il senso del detto evangelico

 

Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: "Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". [Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 8, versetti 31 e 32  - Gv 8,31-32 – versione in italiano CEI 2008]

 

   Nell’ottica evangelica, la libertà sembra però essere una condizione desiderabile.  Non così, in genere, nella predicazione sulla libertà.

  Del resto quella  predicazione corrisponde a come, praticamente fin dal principio, si sono governate le nostre Chiese, cercando di conculcare le libertà. Purtroppo, studiando la storia ecclesiastica cercando di evadere dall’asfissiante propaganda che di solito la infarcisce quando la si presenta al grande pubblico, si capisce che anche i primi processi sinodali furono avviati a quello scopo. Insomma, non credo che poi siano veramente un buon esempio per quello che oggi, parlando di sinodalità, si vorrebbe ottenere.

  Nella nostra pratica religiosa, la storia ecclesiastica veritiera, affidabile, basata su fonti degne di fede,  è un potente incentivo alla riforma, ma è anche qualcosa di sconvolgente per l’efferata ed estesissima violenza che la pervade. Su questo, purtroppo, i cosiddetti nemici della religione hanno in genere perfettamente ragione.

  Il caso di Cirillo patriarca d’Alessandria in Egitto nel Quinto secolo, ritenuto santo dalla nostra Chiesa, è esemplare a questo proposito. Lo si può considerare un precursore di certi tremendi papi del Medioevo. I critici dicono che fu un corrotto e un corruttore, un violento, un despota. Ebbe un ruolo importantissimo durante il Concilio di Efeso del 431, in cui fu proclamato il dogma della maternità divina di Maria, caratterizzato da scorrettezze e violenze. I suoi, e forse lui stesso, furono implicati nell’atroce assassinio della filosofa e matematica Ipazia, che viveva nella sua città. Silvia Ronchey vi ha scritto sopra un bel libro, disponibile anche in e-book: Ipazia, la vera storia, BUR 2011. Ipazia fu fatta a pezzi in una chiesa di Alessandria, ancor viva le furono cavati gli occhi e  ciò che rimaneva del suo corpo fu arso. Gli scritti di Cirillo sono considerati molto importanti per lo sviluppo della  nostra dogmatica. Ne parlò durante un’udienza generale del 3 ottobre  2007 il papa Benedetto 15°:

 

 https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071003.html

 

  La storia, purtroppo, è quella che è. In preparazione al Grande Giubileo dell’Anno 2000, il papa Giovanni Paolo 2° ci esortò a farne una memoria veritiera, nella sforzo di purificazione della memoria. Per non seguire certi cattivi esempi del passato. Ma, per funzionare, questa pratica non deve consistere nella cancellazione  della memoria dei fatti disdicevoli, disonorevoli. Altrimenti dov’è la verità? A meno di non considerare tale, come in genere si è esortati a fare (un tempo si era costretti), solo quella proclamata dai nostri gerarchi ecclesiastici. Così facendo però, c’è poi poca reale verità  e naturalmente anche poca libertà. Serve la violenza per mettere a tacere la verità e sostituirla con la sua contraffazione.

  Un  processo sinodale può servire per cambiare veramente se non preclude la ricerca della verità. Richiede impegno  e di sorreggersi a vicenda, per affrontare il terribile peso di certe verità. Non si parla qui delle fantasie della teologia (è a queste a cui di solito si allude parlando di verità in religione). No, si parla di ciò che è accaduto, ad esempio di chi ha ammazzato chi, come e perché. La nostra storia ecclesiastica è stata orrendamente stragista.

  Ma la nostra fede, con tutti gli orrori in mezzo ai quali è stata praticata, ha ancora un senso? O, come sostengono i suoi critici, è qualcosa che, nell’interesse dell’umanità, sarebbe meglio abbandonare?

 Purtroppo la storia dell’umanità si è sviluppata tra orrori e orrori, e, in fin dei conti, oggi non siamo meglio degli avi, come è dimostrato chiaramente nella guerra che si combatte in Ucraina, con gente che ha preso a massacrarsi ferocemente a colpi di pala, emulando gli orrori delle guerre medievali, con le mazze ferrate e altri ordigni simili. Cristiani contro cristiani, nell’impotenza, e anche connivenza, dei gerarchi ecclesiastici su entrambi i fronti. Il vangelo ci consente di dire che questo è il male, e non è poco.

  Sento spesso parlare e predicare di religione in termini un po’ bambineschi, e anche da persone adulte colte. E’ una cosa da cambiare cercando di diventare realmente sinodali.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.