venerdì 3 febbraio 2023

Senso della realtà

 

Senso della realtà

 

  Le teologie devono occuparsi di un materiale documentario immenso che, per stessa ammissione degli specialisti, non può più essere padroneggiato da un’unica persona. Insomma, non ci sarà più un altro Tommaso D’Aquino a scriverne una sintesi.

  Ma non c’è solo questo a complicare le cose. C’è anche che ormai tutte le scienze, e anche le teologie le quali si sono date uno statuto scientifico per il metodo che usano e per il fatto che i risultati del loro lavoro sono riconosciuti come teologia se hanno l’apprezzamento di una comunità scientifica, sono divenute interdipendenti per cui uno studioso non deve solo cercare di avere sufficiente consapevolezza del macro-settore di indagine in cui si colloca il suo specifico campo di impegno (ad esempio, un teologo biblico deve essere informato della teologia dogmatica), ma anche dei risultati principali delle scienze confinanti con esso ed anche, per molti aspetti, di quelli di discipline molto diverse. Ad esempio, oggi nei vari campi della teologia morale occorre tener conto dell’evoluzione delle scienze psicologiche e anche dei risultati delle neuroscienze, che sono un ramo della biologia a loro volta con moltissimi collegamenti con altre scienze.

   Pur con tutta questa complessità, le scienze, nel loro complesso, sono (ancora) un prodotto della mente umana. Dico (ancora) perché i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale potrebbero rivoluzionare questa definizione, anche se gli specialisti nel ramo tendono a mostrare un profilo basso perché hanno visto che è controproducente per le loro ricerche fare diversamente. Gli esseri umani temono ancora gli dei e, sotto certi profili, è alla costruzione di un dio che là si sta lavorando.

  Essendo un prodotto delle menti umane e di menti che devono collaborare per superare i propri limiti, perché, nessuna persona può sapere tutto ciò che le serve per andare avanti, la ricerca scientifica di muove come per correnti e moti ondosi, sotto l’influsso di ciò che si muove intorno.

  Un fattore molto importante è la committenza, vale a dire chi richiede di lavorare in un certo campo e ne paga i costi. In particolare la formazione degli specialisti, che si fa in ambito universitario, ne dipende. Per creare uno specialista in qualsiasi campo occorrono ormai una ventina d’anni e lo si fa in strutture universitarie che hanno necessità di cospicui finanziamenti, innanzi tutto per mantenere gli studiosi in formazione. Nessuna persona ormai più divenire specialista in qualsiasi campo scientifico chiuso nella sua stanza, con i suoi libri. In questo modo è possibile solo diventare una persona colta, vale a dire sommariamente informata dei risultati dei principali campi di indagine scientifica, che è molto meno di uno specialista in un settore scientifico. La differenza tra una persona colta e una che è scienziata specialista è che sono nella comunità scientifica delle persone specialiste si realizzano i progressi delle scienze.

  Io, ad esempio, cerco di essere una persona colta e, nel ramo del diritto, sono un pratico, l’equivalente di un pilota di una macchina complessa come un aeroplano rispetto a chi ha progettato e realizzato quell’apparecchio e alle persone specialiste scienziate che hanno scoperto le condizioni di quella tecnologia. Persone colte possono solo immaginare i progressi delle scienze e delle tecnologie, così come gli scrittori di fantascienza hanno immaginato il sistema informatico degli smartphone,  le reti di intelligenze artificiali alle quali ormai siamo connessi costantemente mediante  i nostri personali telefoni cellulari intelligenti (smart  significa questo in inglese) e che sono diventati parte della nostra identità.

  La committenza pone dei limiti, delle condizioni, fornisce degli obiettivi, che sono determinati a seconda del risultato che si propone di ottenere e che, in genere, vengono determinati non in modo scientifico ma politico. Infatti il principale problema di chi controlla le risorse economiche, e quindi può pagare la ricerca scientifica, è da sempre il controllo sociale, quindi il governo delle società, e questo appunto è la politica.

 Ad esempio, ciò che chiamiamo sinodalità è principalmente un obiettivo di politica ecclesiastica.

 Ecco che un patriarca latino-americano diventa patriarca di tutte le Chiese del mondo (mondiale  è più realistico di universale, tenuto conto del peso del nostro mondo nel contesto dell’Universo) e da Roma cerca di porre rimedio a un problema di potere che aveva fatto molto soffrire dalle sue parti: l’assolutismo autocratico del Papato. Ha approfondito la teologia in Germania, ma non è considerato un teologo dalla comunità scientifica teologica. Rispetto alla teologia è solo una persona colta, ma ha la responsabilità politica anche delle ricerche teologiche nell’ambito del cattolicesimo. Qui la ricerca non può essere considerata libera, appunto a causa di quell’assolutismo di cui dicevo, che spietatamente comprime la ricerca con misure disciplinari disposte da un organismo di polizia politica, ideologica e teologica. Il rimedio attuato dal nuovo patriarca mondiale si chiama sinodalità: un modo di fare Chiesa più partecipato a tutti i livelli, anche se quello che veramente conta è quello dell’episcopato, sia rispetto al centro romano che rispetto alla gente della base, ridotta a suddita. Le due cose sono strettamente collegate: in tanto l’episcopato potrà avere più spazio rispetto al centro romano in quanto sarà effettiva espressione della base, ad essa vitalmente connesso. Il modello di riferimento è quello delle comunità di base latino americane. La teologia di riferimento è una variante argentina della teologia della liberazione,  che ebbe nel domenicano peruviano Gustavo Gutierrez Merino (del 1928) uno dei suoi primi esponenti [espose il suo pensiero nel libro Teologia della liberazione, del 1972, al quale nelle successive edizioni apportò delle integrazioni e modifiche. E’ disponibile pubblicato da Queriniana, 1992]. Si tratta di una variante che, per ciò che posso apprezzare da semplice persona che cerca di essere colta, mi pare piuttosto confusa, per come l’ho vista esposta negli scritti del teologo argentino Rafael Tello (1917-2002), pubblicato nel 2020 in traduzione italiana da Edizioni Messaggero, con prefazione di papa Francesco. Ma politicamente quell’ideologia si presenta come una forma di quello che il bolognese prof. Loris Zanatta ha definito populismo gesuita, del quale anche il peronismo argentino e il castrismo cubano appaiono manifestazioni (leggi, per approfondimenti,  di Loris Zanatta, Il populismo gesuita: Peron, Fidel, Bergoglio, Laterza 2020, anche in e-book). La caratteristica politica principale di questo orientamento politico è di essere anti-democratico, vedendo nella democrazia un imbroglio del liberalismo a danni del buon popolo fedele. Fateci caso: negli scritti e nella predicazione di papa Francesco mancano riferimenti positivi alla democrazia.

 Organizzare una nuova politica ecclesiastica più partecipata richiederebbe la collaborazione innanzi tutto di antropologi, sociologi e anche psicologi, in particolare di specialisti di psicologia sociale, oltre che di storici, per avere affidabile consapevolezza dei processi sociali in cui ci si inserisce. Da essa dipende la possibilità di produrre dei risultati conformi agli obiettivi e anche la loro qualità.

  Tuttavia questo sembra superare il potere di un Papa, sulla carta, ma solo sulla carta, sovrano assoluto e universale.

  E, infatti, l’ordine è di lavorare solo sulla teologia, cercando di contaminare quella europea, che è tuttora egemone, con quella latino-americana di cui dicevo. Ai teologi, almeno a quelli cattolici,  è stato vietato di fare riferimento ad altro. Bisogna ricordare che si è ancora in un ambiente di assolutismo gerarchico presidiato da un efferato organismo di polizia politica, che lascia poco scampo a chi non vi si sottomette e, inserito nell’organizzazione ecclesiastica, come prete o religioso, ne dipende per il suo mantenimento.

  Questo però rende la ricerca in materia di sinodalità poco attenta alla realtà sociale che vorrebbe rinnovare.

  Come ho scritto all’inizio: nessuna scienza oggi può, se vuole essere efficace, confinarsi in sé stessa.

  Della sinodalità scrivono quindi prevalentemente teologi, anche se la teologia, come sempre, dovrebbe venire dopo, per legittimare qualcosa che si è già prodotto.

  Quindi ne escono delle assurdità irrealistiche come quella di proporre come modello di sinodalità addirittura la Trinità, un sofisticato schema della teologia dogmatica ignoto alle origini e  che inizia ad manifestarsi a partire dal pensiero dello scrittore cartaginese Tertulliano, vissuto a cavallo tra il Secondo e il Terzo secolo,  venendo poi definito dogmaticamente nei primi Concili ecumenici ordinati da imperatori romani e svoltisi nel Quarto e Quinto secolo a Costantinopoli e dintorni, con il quale si cerca di rendere un’idea di una realtà soprannaturale ineffabile, vale  a dire indicibile, e quindi, per definizione, non riproducibile. Questo metodo, di fatto, non ha altro scopo che consentire all’assolutismo papale, che controlla la comunità scientifica dei teologi cattolici, di mantenere da presso il controllo del processo: questo, però, con l’obiettivo principale dei processi sinodali, avviati, paradossalmente, proprio dall’autocrate il cui potere dovrebbe esserne limitato.

  Sinodalità non è principalmente teologia, ma costruzione sociale che, per la sua novità, non può essere dedotta ragionandoci sopra dall’imponente corpo di fonti proprie delle scienze teologiche. La teologia non ci può dire come fare  per riorganizzare sinodalmente le nostre Chiesa: può solo dirci che nel sistema della sue verità, vale a dire delle definizioni, degli asserti, che si ritiene debbano essere condivisi per essere considerati dentro, nulla osta. Dal punto di vista storico, per il quale però i teologi cattolici sembrano avere molte limitazioni, certamente la sinodalità collide con molte manifestazioni del potere ecclesiastico del passato, responsabili in grande misura di tutti quegli orrori per i quali sbrigativamente abbiamo inscenato una liturgia di pentimento, nella Giornata del Perdono, celebrata durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.