lunedì 13 febbraio 2023

Popolo e popoli -3

 

Popolo e popoli -3-

     Le teologie dei cristianesimi sono state e sono capaci di un pensiero molto complesso e sofisticato. Si sono infatti formate in ambito filosofico e hanno appreso molto dalla teoria e pratica del diritto. Riflettono quindi la complessità dell’esistenza umana sia sotto il profilo individuale che sotto quello collettivo. Quando però pensano all’idea di popolo è diverso. Questo perché fondamentalmente in questo campo dipendono dalla visione molto semplificata che se ne ricava dalla Bibbia in uso tra i cristiani: il Popolo e il suo Dio, Dio e il suo Popolo. Una reciprocità di appartenenza rappresentata come una relazione d’amore. Ma un po’ come se di fronte a Dio vi fosse sempre il primo uomo, Adamo. Uno solo.

  Questo schema è molto sensibile negli scritti biblici attribuiti agli antichi profeti degli israeliti. Il Popolo pecca e allora viene punito, ma per amore ne viene salvato un piccolo resto, dal quale poi si sviluppa rinnovato e allora le promesse che gli erano state fatte vengono adempiute. È lo schema di una storia della salvezza.

  Il peccato ha due dimensioni: l’ingiustizia nelle relazioni sociali all’interno e la contaminazione, assumendo usi e costumi di altri popoli e mischiandosi con loro, verso l’esterno. Nella prima viene in rilievo principalmente l’aspetto personale, la violazione del principio di fraternità, nella seconda quello collettivo, l’adulterio del Popolo contro il suo Dio.

   I cristiani delle origini, formatisi nell’antico giudaismo, si concepirono inizialmente come un resto dell’antico Popolo destinatario delle promesse del suo Dio, specialmente dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dell’invasore romano, al termine di una lunga fase di resistenza armata, vissuta anche come una catastrofe culturale e religiosa nel giudaismo di allora. Ma il giudaismo tuttavia non finì:  ho letto che la proporzione degli ebrei di allora rispetto alle altre popolazioni dell’impero era molto maggiore di oggi ed essi si erano fortemente radicati nei territori di quella diaspora, sorretti dalla cultura religiosa dell’antico fariseismo, culla dell’ebraismo contemporaneo, quello dei saggi e della civiltà del Talmud. Dalla constatazione di questo fatto scaturì fondamentalmente la separazione dei cristianesimi come terzo popolo, tra i giudei, il Làos [parola greca che significa popolo-stirpe e che nella versione greca della Bibbia degli israeliti veniva riservata al popolo dei giudei, il Popolo,  con centro culturale e religioso nel Tempio di Gerusalemme], e gli èthne, gli altri popoli non giudei (di solito traduciamo in italiano i pagani, con senso dispregiativo di burini, incolti, ma non era questo il senso in cui la si utilizzava nel giudaismo ellenistico). Il termine Làos, da cui l’italiano laico, venne mantenuto anche nell’uso delle comunità di cristiani nelle quali v’erano anche credenti non provenienti dal giudaismo, che erano quelle di cultura ellenistica. È da esse che si svilupparono i cristianesimi delle origini che, in processo storico ancora per molti aspetti misterioso, inculturarono l’antichità classica greco-romana. Ne è prova il fatto che gli scritti neotestamentari, derivanti da tradizioni orali, furono tramandati nel greco antico.

  Quindi: due Popoli-Làos, tra i quali si manifestò presto una profonda inimicizia testimoniata anche dagli scritti di coloro che vengono considerati i Padri della nostra Chiesa, che la espressero con parole violentissime, che oggi in genere vengono ripudiate tra i cattolici, ma non da molto, fondamentalmente dal Concilio Vaticano 2º. Di quale Popolo-Làos  Dio era dio? Il decreto Nostra Aetate (si legge “nostra etàte”) – Nel nostro tempo) tratta la questione

https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decl_19651028_nostra-aetate_it.html

 che però è ancora aperta ai nostri giorni, ad esempio nella polemica assai aspra che divide i seguaci del pensiero teologico di Joseph Ratzinger e quello del movimento di riforma sinodale avviato da papa Francesco.

  Il tema è complicato dal fatto che in alcuni  scritti neotestamentari, in particolare nella Lettera ai Romani attribuita a Paolo di Tarso, un giudeo proveniente dal fariseismo vivo nella  diaspora ellenistica in Asia Minore, proprio da una delle regioni dell’attuale Turchia colpite dal catastrofico terremoto di qualche giorno fa, e nella Lettera agli ebrei, si insegna che le promesse fatte all’antico popolo israelitico non sono state revocate.

  Leggiamo ad esempio nella Lettera ai Romani, capitolo 11, versetti 28 e 29:

«Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri, infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» [versione in italiano CEI 2008].

  La pubblicazione sulla rivista Communio (4, 2018) di una riflessione del papa Benedetto XVI datata 10 dicembre 2015  intitolata Anmerkungen zum Traktat «De Judeis» (Annotazioni sul trattato «De Judeis») proprio sul quei versetti sopra citati, aprì un’aspra polemica sul senso da attribuire alla Dichiarazione conciliare Nostra aetate. Ratzinger, nel rifiutare la tesi della sostituzione del popolo ebraico con quello cristiano, dichiara senza pentimento, espressione che giudica più appropriata di quella “irrevocabili”, doni e chiamata di Israele, pur se l’antica alleanza con quel popolo si è evoluta nella “nuova alleanza nel sangue di Cristo, ossia nel suo amore che vince la morte, dona al patto una configurazione nuova ed eterna” [leggi anche http://www.settimananews.it/ecumenismo-dialogo/benedetto-xvi-ebraismo-e-cristianesimo/ . Sullo sfondo di questo dibattito vi è la questione se il popolo dello Stato di Israele contemporaneo sia da identificarsi con l’antico Popolo di Dio che fu tratto in salvo dall’Egitto e introdotto in Palestina come terra promessa e che quindi, con la costituzione di quello Stato, sarebbe stato nuovamente salvato dagli èthne, dalla dispersione tra gli altri popoli del mondo,  e ricollocato in questa terra dal Dio del giudaismo antico e dell’ebraismo contemporaneo, sua evoluzione culturale e religiosa.

  Quando si tratta di Popolo nel contesto di tale questione teologica molto importante, si pensa al popolo come a un tutt’uno, in una unità organica nella quale diventano indistinguibile le singole persone e i gruppi più limitati.

  Così è anche quando, affrontando la questione della riforma sinodale della nostra Chiesa innescata da papa Francesco nel 2021, si parla di ascolto del Popolo di Dio, o quando si parla di quel particolare intuito nel credere nel modo giusto definito con l’espressione sensus fidei, che significa appunto quello [se ne è trattato estesamente nel documento della Commissione teologica internazionale “Il sensus fidei nella vita della Chiesa”, del 2014 https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20140610_sensus-fidei_it.html ]

  Il punto è che un popolo fatto così semplicemente non esiste nella realtà e  come sono fatti realmente i popoli ci viene spiegato da antropologia e sociologia.

Mario Ardigó- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,Monte Sacro, Valli