lunedì 16 gennaio 2023

Riorganizzare in senso sinodale

Riorganizzare in senso sinodale

 

 Nonostante l’apparente attivismo, tutto è fermo in materia di attuazione della sinodalità, in particolare nelle realtà di base, come è la parrocchia.

  E’ consigliabile, naturalmente, procedere con gradualità, tenendo conto del punto di partenza. Si può avere un progetto di massima, ma poi ne va verificata l’attuabilità in concreto. E’ proprio il principio di sinodalità, una dimensione che si vorrebbe più partecipata, a richiederlo.

  La parrocchia, come le diocesi, è di solito organizzata sulla base del servizi resi al pubblico.

  I settori operativi di solito sono: registri e certificazioni; gestione del patrimonio;  liturgia; formazione; carità; animazione sociale, comprensiva delle attività sportive. Tutto fa capo al parroco, designato dalla Diocesi, che incarica i preti suoi collaboratori di curare quelle attività di cui non si occupa direttamente e personalmente.

 La formazione è di solito legata alle liturgie sacramentali. Raramente ho osservato, nella mia vita, un programma di formazione permanente degli adulti: se ne occupano in genere associazioni e movimenti. La gran parte delle attività a carattere sociale coinvolgono i più giovani e i più anziani.  Manca proprio la parte più attiva della popolazione. Con essa l’interfaccia con il clero è più problematica.

  Anche nel clero parrocchiale di origine italiana mi pare che manchino le età di mezzo: o si è molto giovani o piuttosto anziani, ma prevalgono i più anziani. Spesso si supplisce con clero straniero, che però sa poco o nulla della società e soprattutto della nostra storia, e comunque ha difficoltà di inserirsi nella prima. Più che altro fornisce servizi liturgici.

  Dove cominciare con la sinodalità?

  In realtà, come consigliano le linee guida dei nostri vescovi, bisognerebbe partire da estendere i compiti del Consiglio pastorale parrocchiale, in particolare cercando di inserirvi membri eletti dalla gente della parrocchia. Questo significa anche organizzare un’attività formativa specifica per chi viene chiamato a lavorare in quell’organismo. In genere viene vissuto più che altro come un’assemblea condominiale e ci si partecipa con spirito proprietario, cercando, da parte dei membri di diritto, che sono i capi di associazioni e movimenti, quanto più possibile per la propria parte.

  Consiglierei di non cercare di sinodalizzare le attività burocratiche e di gestione patrimoniale, per le quali il parroco ha ricevuto una formazione specifica e permanente. Bisognerebbe però chiedere una maggiore circolazione delle informazioni: ora non si sa nulla, al di fuori dell’organismo del Consiglio parrocchiale per gli affari economici, l’unico ad impronta sinodale obbligatorio per la parrocchia, in base al codice di diritto canonico (a Roma però è obbligatorio anche il Consiglio pastorale parrocchiale, per decreto della Diocesi). Partecipare significa anche sentirsi corresponsabili, atteggiamento che in genere non si ha verso le aziende che forniscono servizi pubblici, ad esempio le ASL. In realtà ogni cambiamento di solito ha un costo e, quindi, non basta proporlo, ma bisogna anche porsi il problema della sua sostenibilità economica. Se i soldi a disposizione non bastano, si possono fare debiti o richiederli alle persone di fede che frequentano. C'è un altro buon motivo per informarsi: la gran parte delle risorse della parrocchia vengono dal finanziamento pubblico, per cui i cittadini sono sicuramente legittimati a saperne di più, per verificare che non siano sprecate. Da quello che si legge, si può temere che la gestione del patrimonio degli enti ecclesiastici non sia un modello di efficenza. In particolare se ne è lamentato il Papa.

  Per partire con la sinodalitá in modo che non si risolva nei soliti incontri a sfondo spirituale nei quali, come sempre, le persone di fede, a parte il clero, si limitano a scaldare le sedie, bisogna passare in rassegna le forze di  cui si dispone. Quelle critiche per lo sviluppo della sinodalitá sono le persone adulte di età tra i trenta e i quarantacinque anni, che costituiscono l'elemento valido di raccordo con i più giovani. Se non ci sono almeno una decina di persone adulte di quell'età in una parrocchia che abbiano sufficiente tempo da spendere nella sinodalitá, è inutile anche cominciare. Inoltre è necessario che quelle persone abbiano un minimo di competenze utili, una minima acculturazione ai concerti religiosi e una cultura da scuola secondaria superiore. Tra di esse ci devono essere donne in una percentuale significativa. Ma non devono mancare gli uomini.

  Una volta che si abhia quella gente disponibile, bisogna assolutamente evitare di impegnarla come complementi nei servizi parrocchiali, tentazione alla quale difficilmente i preti sfuggono.

 Le strutture sinodali non devono infatti essere progettare come un servizio, nell'ambito dell'organigramma parrocchiale, ma come organismi di incubazione della partecipazione, che oggi è in genere inesistente.

 Il primo obiettivo di una struttura di sinodalitá dovrebbe essere quello di progettare come coinvolgere l'altra gente della parrocchia, con una prima tappa consistente nel convocare varie sessioni dell'assemblea parrocchiale sullo specifico argomento della sinodalitá. È la via seguita dal Papa quando, per sviluppare la sinodalitá, ha convocato un'assemblea del Sinodo dei vescovi sulla sinodalitá.

  I problemi su quella via sono molti. Ad esempi: come riconoscere le persone che si trovano nella condizione di poter partecipare ai lavori, e quindi al momento opportuno anche alle decisioni, posto che naturalmente non ogni persona che passa ed entra in chiesa può esserlo? 

 Si tratta di formare una nuova organizzazione sociale, che finora non c'è mai stata.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemenfe papa - Roma, Monte Sacro, Valli