giovedì 19 gennaio 2023

Produrre religione

 

Produrre religione

 

  La fede non si inventa, si copia. Ogni persona la vive come fanno le altre persone intorno a lei. L’insieme dei modi di manifestare la fede che in una collettività vengono considerati come socialmente ammissibili costituisce la religione. Sotto questo punto di vista, la fede deriva dalla religione, non c’è senza di essa e muta con essa.

  La fede è anche  un sistema di concetti, di convinzioni, definiti da certe formule, ma non è essenzialmente questo: è principalmente un modo di affrontare la vita con le altre persone. Sotto entrambi gli aspetti, è cultura. Come cultura deriva  da come si vive, e si pensa,  in una certa società e, sotto questo aspetto, si fa religione. Le religioni, infine, sono produzioni sociali.

  La teologia razionalistica normativa corrente dà molta importanza al sistema delle definizioni  sulla fede, del resto come fu fin dai primi decenni delle nostre comunità religiose, nei quali fu costruita una religione distinta dal giudaismo delle origini, fondamentalmente in ambiente ellenistico. Questo modo di concepire la religione porta all’illusione di poterne bloccare l’evoluzione, di mantenerla sempre uguale di generazione in generazione. Tuttavia, proprio perché fede e religione sono cultura, si tratta, appunto, di un’illusione, una convinzione non realistica. Infatti la cultura religiosa riconducibile ai cristianesimo è molto cambiata nel corso della storia, talvolta anche molto velocemente e radicalmente.

  Ad un certo punto dei processi di cambiamento, i teologi mettono nero su bianco, sviluppando ragionamenti, le linee di sviluppo dei mutamenti. Tuttavia questi ultimi, in genere, non sono mai partiti dalla teologia, ma da corrispondenti cambiamenti nelle società di riferimento. La teologia si limita a prenderne atto e a descriverne le conseguenze. Questo è appunto il caso della riforma sinodale  che faticosamente è stata avviata  e in qualche modo sta proseguendo.

  Per rendersi realisticamente conto del processo in corso, bisogna tuttavia convincersi che la Chiesa,  da un punto di vista antropologico e sociologico, è un complesso multiforme di strati sociali, ciascuno dei quali manifesta una sua propria  religiosità, e quindi una sua cultura religiosa. Da questo punto di vista, abbandonando per un momento la prospettiva della teologia dogmatica corrente, possiamo riconoscere che non v’è una sola religione, un cristianesimo, ma varie religioni accumunate dal riferimento mitico e culturale al cristianesimo, e anche da certi riti,  dunque, vari cristianesimi. Questo è piuttosto evidente a qualsiasi livello, ad esempio nella nostra parrocchia, nella quale vediamo vivere la religione in modo molto diversi, e anche confliggenti.

  Un sistema concettuale e in genere una cultura non vengono vissuti dalla persona senza che quest’ultima vi apporti qualcosa di proprio e lo tramandi, insieme a ciò che ha recepito dal passato. Si è legati al passato, perché nessuna persona si è inventata  la propria religione, ma nello stesso tempo, nel processo di tradizione, lo si supera. Ogni persona e ogni collettività, a qualsiasi livello, producono costantemente religione.

  La teologia, fin dalle origini, è assillata dallo sforzo di ricondurre a unità la multiformità, ma questo si è storicamente rivelato uno sforzo vano, quindi inutile. Esso fu in gran parte legato a questioni di potere, all’esigenza di una legittimazione sacrale della gerarchia ecclesiastica. Da ciò derivò un gran male, sul quale di solito nella formazione religiosa di base, a carattere marcatamente propagandistico, si sorvola, e invece non si dovrebbe, almeno arrivati ad un certo punto, ad una certa età della vita.

  L’unica funzione della teologia che ancora mi pare valida è quella di rendere comunicabile la fede. In questo modo si possono talvolta creare relazioni positive tra le diverse forme di religiosità che storicamente si manifestano. Ma non è detto che questo possa sempre accadere. Alcune manifestazioni religiose possono risultare incompatibili. E, tuttavia, una teologia cristiana, avendo come riferimento comunque il comandamento dell’agàpe, dovrebbe essere in grado di costruire una convivenza pacificata, ciò che però non sempre storicamente  è avvenuto. Questo lavoro è particolarmente importante affrontando la sinodalità, che mette di fronte alla realtà della multiformità religiosa e cerca di favorire il dialogo pacificato al suo interno. Per dialogare occorre trovare un linguaggio condiviso.

   In teologia, del resto in linea con le narrazioni bibliche, ci si riferisce al popolo, come se fosse una realtà unitaria, ma, almeno dal punto di vista antropologico e sociologico, le cose non stanno  così. La religiosità si manifesta in popolazioni che esprimono culture molto diverse.

 La sinodalità,  come viene ora articolata da papa Francesco, quindi come una sinodalità popolare, diffusa, non origina nelle culture religiose europee, ma in quelle latino-americane. Papa Francesco la declina però secondo una teologia del popolo pensata in Argentina, ad esempio da un autore caro al Papa come Rafael Tello (1917-2002) [nel 2020, Messaggero di Sant’Antonio editrice, ha pubblicato, con prefazione di papa Francesco, alcuni saggi di quell’autore, con il titolo di Popolo e cultura]. Per un europeo, la lettura del testo che ho da ultimo citato è piuttosto ostica, tanto è lontana dall’esperienza, innanzi tutto politica, che si vive nel nostro continente. Dunque ci viene proposto di applicare un’idea di sinodalità  prodotta in un’altra cultura, molto lontana dalla nostra. Da qui, penso, non poche difficoltà.

  La sinodalità come trattata dalle teologia europee è essenzialmente una diversa forma di vivere l’autorità ecclesiastica. Questo rimane un po’ sullo sfondo nella sinodalità popolare al modo di papa Francesco. Per quest’ultimo il popolo intuirebbe una verità che lo condurrebbe all’unità basata  su valori di religiosità e nella forte  ricerca di un ordine personale basato sull’amore.  Per questo il problema principale in materia di sinodalità è ascoltarlo. In Europa abbiamo maggiore consapevolezza del carattere politico  dell’idea di popolo, e quindi della necessità di costruirlo  perché possa rivelarsi una forza sociale in grado di influenzare il corso della storia. La democrazia è appunto il principale strumento per lavorarci sopra. Nel populismo di papa Francesco la democrazia è invece quasi del tutto assente e questa può essere considerata una conseguenza dell’aspra polemica anti-illuministica del gesuitismo latino-americano. Questo può spiegare, poi, la violenta polemica antidemocratica contenuta nelle linee guida dei nostri vescovi per la fase di ascolto dei processi sinodali in corso e ciò nonostante che i vescovi italiani del partito conciliare  provengano essenzialmente dal cattolicesimo democratico, e nonostante che di democrazia certamente si tratti nella loro predicazione. I vescovi italiani sono abituati a seguire acriticamente il papa regnante: non hanno ancora sviluppato una vera loro sinodalità.

  Comunque si vedano le cose, il principale nostro problema è che progressivamente  si è molto indebolita la capacità delle nostre Chiese, in tutte le loro componenti sociali, di produrre  religione. Principalmente ciò è dovuto all’invecchiamento della popolazione di fede, persone laiche e clero. L’allontanamento delle persone più giovani è stato dovuto alla rigidità della predicazione corrente, all’insostenibilità dei modi proposti per vivere la fede e alla dura emarginazione delle persone laiche, in particolare delle donne. Tutto ciò rende inutile  la religiosità e quindi i più giovani non si affannano a produrla, ad esprimerla.

 Produrre  religione richiede di farlo collettivamente, perché la religione è cultura e la cultura è una produzione sociale. Ecco che, allora, la sinodalità, intensa come co-decisione  e corresponsabilità mediante dialogo,  può essere uno strumento prezioso, se solo si riuscisse a farne reale tirocinio, come in genere però non accade.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli