giovedì 5 gennaio 2023

La questione della messa in latino

 

La questione della messa in latino

 

  Sembra che il partito reazionario approfitterà delle esequie di questi giorni per chiamare a raccolta la propria gente.

  Uno dei fronti di attacco  è quello della “messa in latino”.

  Si tratta in realtà della messa in latino secondo il rito organizzato dopo il Concilio di Trento, nel Cinquecento (1545-1563). E’ una liturgia che mette in scena una Chiesa completamente dominata da una gerarchia sacralizzata, nel quale il resto della popolazione di fede è un elemento accessorio, appiccicato ma non indispensabile, tanto che non serve che capisca ciò che si dice, che contrasta con il modello accolto, con forza di dogma, durante il Concilio Vaticano 2°, quattro secoli dopo.

 Il latino all’epoca era da circa  tre secoli la lingua delle scienze, come oggi è l’angloamericano e prima lo era stato il greco. Lo rimase fino all’inizio dell’Ottocento. Lo era diventata nel processo di creazione delle grandi organizzazioni universitarie europee, che aveva preso come modello i costumi dei cultori delle discipline giuridiche, i quali , appunto, usavano il latino, avendo come principale riferimento il diritto romano raccolto nell’insieme di raccolte pubblicato nel Sesto secolo a Costantinopoli/Bisanzio con il nome di Corpus Iuris civilis[trad.: La raccolta del diritto sui fatti e relazioni rilevanti per l’ordinamento pubblico]. Il latino era quindi diventato, in particolare, anche la lingua della teologia, negli ambienti universitari europei. Da secoli, però, la gente comune non lo intendeva più. Per essa il latino acquistò quindi un senso di magico, proprio perché incomprensibile, mentre per i dotti, al contrario, era lo strumento per farsi capire dalla comunità dei sapienti di dovunque fossero.  

  Perché papi e concili hanno ritenuto di impicciarsi sui riti della messa e sulla lingua usata per celebrarla?

  Dipende da come è organizzata quella liturgia, considerata centrale per manifestare la Chiesa. Essa è dominata dal clero, inquadrato nella gerarchia sacralizzata a cui s’è accennato: come tale è strumento del suo potere, che, in quanto gerarchico, si ritiene che debba essere sotto il dominio del vertice. Quest’ultimo, proprio dal Concilio di Trento, venne configurato come un assolutismo autocratico, che venne rafforzato in tal senso nel corso del Concilio Vaticano 1° (1870).

  In questo quadro, il latino divenne lingua della Chiesa cattolica  in quanto lingua dei sapienti e del potere ecclesiastico. Alle origini, naturalmente, il latino non era tale. Infatti il Nuovo Testamento fu scritto in greco. Nel corso del Primo millennio, le Chiese cristiane parlarono varie lingue -la prima di tutte l’aramaico, la lingua del Maestro-, le più importanti delle quali divennero il greco e il latino, ma il greco più di tutte. Nel Secondo Millennio, con la costruzione del Papato romano come impero religioso, cominciò ad affermarsi in Occidente il latino, rafforzato anche dall’essere divenuto lingua delle scienze. Le nuove università dell’Europa occidentale costruirono poi, parlando latino, la teologia come scienza pari ordinata alle scienze giuridiche e alla filosofia, rivendicandone in seguito la primazia come scienza dell’assoluto accreditata da un “Vicario” del Cielo.

  A seguito del Concilio Vaticano 2° si volle attuare un modo più partecipato di fare Chiesa. Ad oggi si è fatto molto poco in questo senso. Il nuovo rito della messa, che può anche essere celebrato in latino (è una messa in latino diversa però da come la vogliono i reazionari), è  manifestazione di questo intento: in particolare ha reso comprensibili le formule liturgiche e ha organizzato una partecipazione maggiore al rito, per altro, limitata al recitare certe formule riservate ai fedeli. Anche l’architettura dei nuovi luoghi di culti (ad esempio quella della nostra chiesa parrocchiale) e la posizione del celebrante rispetto all’assemblea dei fedeli convenuti ne è espressione.

  Perché gente che non intende più il latino ama partecipare a un tipo di messa celebrata in quella lingua e secondo un rito che la umilia? E’, credo, per il fascino delle cose incomprensibili: compreso quello del potere di chi le media agli altri. Il mondo, a prescindere dal latino,  è in genere di difficile comprensione per tutti, ma se si pensa che vi sia chi, per dono soprannaturale, ha la capacità di trovare la via giusta, allora si è rassicurati, e così viene soddisfatto un bisogno psicologico fondamentale.

  Perché i reazionari che intendono il latino e la liturgia di quel tipo di messa vogliono tornare al passato? È solo una questione di potere ecclesiastico. Quella lingua e quella liturgia mettono la gran parte dei fedeli nelle loro mani. C’è un proverbio che fa: “Chi sa è servo di chi non sa”. Se ci si mette in condizione di non sapere, si decide di sottomettersi a chi sa. Quest’ultimo accetta di sottomettere. Può osservarsi che questo non sembra conforme allo spirito evangelico dell’esercizio del potere, che dovrebbe essere quello di colui che serve. Ne è, anzi, un completo rovesciamento.

 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli