lunedì 5 dicembre 2022

Perché “no” la teologia?

 

Perché “no” la teologia?

 

 Nell’organizzare il ciclo di incontri sulla sperimentazione della sinodalità ecclesiale nelle realtà di base, ho proposto di porre questi limiti: non trattare questioni teologiche, né usare il gergo teologico.

  Perché?

 La Commissione teologica internazionale, organo consultivo del Dicastero per la dottrina della fede, organismo che svolge funzioni di polizia teologica e politica nei poteri ecclesiastici centrali, ha dato il nulla osta allo sviluppo di una sinodalità con il documento “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”, pubblicato il 2 marzo 2018, spiegandone le ragioni teologiche.

https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html

Tanto ci basta per ciò che dobbiamo fare in una realtà di base come la nostra parrocchia.

   In quell’ambito non dobbiamo riformare nessuna struttura ecclesiale costituita, in particolare quelle che esercitano poteri ecclesiastici di qualsiasi tipo e amministrano i beni ecclesiastici, compreso l’ufficio del parroco. Che continuino a farlo, finché ne avranno forza e voglia.

  Dobbiamo invece provare a vivere  sinodalmente la nostra fede. Per questo obiettivo la teologia che c’è basta e avanza. Il di più ci ostacolerebbe.

  Il principale problema della teologia è divenuto, nel corso di un processo che va avanti del Cinquecento, quello di giustificare, legittimandolo dal suo punto di vista, quindi sacralizzandolo, un ordinamento ecclesiastico autocratico. Quest’ultimo da metà Ottocento è divenuto fortemente assolutistico nella contrapposizione politica frontale con i processi democratici sorretti dal liberalismo e dai socialismi europei.  Esso, così com’è ora, è sicuramente incompatibile con la sinodalità come la si vuole sviluppare di questi tempi, in modi che non sono mai stati vissuti prima. Per questo se ne è avviata la riforma, cercando anche di trovarne precedenti nella storia delle nostre Chiese. Ma questo tema non ci riguarda se vogliamo proporci di creare  in una realtà di base modi sinodali di vivere insieme la fede. Se ne occuperanno la gerarchia e i suoi teologi di corte, con procedure che già si annunciano piuttosto travagliate e controverse, che vedranno scontrarsi duramente le varie fazioni che si contendono il predominio del potere, come in genere  è sempre accaduto in queste cose.

  La teologia cattolica non ci può più essere di aiuto in ciò che intendiamo fare, proprio perché si occupa prevalentemente di sacralizzare poteri ecclesiastici e, in questo lavoro, non è libera, perché condizionata dalla struttura assolutistica che ancora la gerarchia ecclesiastica ha e continuerà a lungo ad avere, né  ha come principale riferimento la popolazione di fede. Risponde alla domanda “Chi comanda?”. I suoi committenti diffidano dell’autonomia di coloro che si vuole che si mantengano solo assoggettati ai poteri ecclesiastici. Ed è invece proprio questa autonomia del gregge  che è cruciale sviluppare nei processi sinodali secondo il principio “Non senza di noi, non solo da noi”, che consente di conciliare autonomia e relazione. Dal punto di vista sociale, la Chiesa si presenta come una rete di relazioni, una bella tela che richiede abili tessitori, per mantenerne l’armonia e l’integrità. La violenza la strappa, la deturpa.

  Inoltre la teologia, quella cattolica ma in genere quella espressa dalla Chiese cristiane, è diventata una scienza, con il suo metodo e i suoi requisiti. Ogni questione teologica deve essere sviluppata secondo quei principi o lascia il tempo che trova. La fede, tuttavia, non coincide con la teologia: può essere comunicata anche con il linguaggio comune, perché ogni persona vive  la fede, anche se non è capace di comunicarla con il rigore che in teologia si richiede, ed è appunto a questo vivere  che dobbiamo riferirci costruendo una sinodalità di base. La domenica, nella messa, ci fanno recitare il Credo  faticosamente costruito nel Quarto secolo: lì c’è tutta la teologia che ci serve.

   Il riunirsi per dialogare  su come sperimentare una sinodalità di base è già un tirocinio di vita sinodale. E’ stato osservato infatti che la sinodalità si costituisce a diversi livelli facendone tirocinio, provando e correggendosi sulla base dell’esperienza.

 Ad un certo punto anche la teologia, forse,  sarà autorizzata ad occuparsene sotto questo aspetto, ma dopo, la teologia storicamente è venuta sempre dopo, e in passato, ad essere realisti, ciò che ne è uscito non è stato poi tanto positivo. Così poi ci si pente e si celebrano liturgie chiedendo il perdono, dopo tanto sangue versato. E quelle liturgie, tutto sommato, sembrano piuttosto miserelle a confronto di tutto il male che si è fatto.   Questo perché, almeno fino ad oggi, i poteri pubblici hanno fatto ampio ricorso alla violenza politica per affermarsi, e le nostre Chiese non hanno fatto certamente eccezione, anche se oggi le democrazie le hanno private del diritto di vita e di morte sulla gente e viene più che altro  usata la violenza dell’emarginazione, dell’esclusione, che per i teologi di professione può significare perdere il posto e le altre fonti di reddito, con il divieto di pubblicare. La teologia in genere è stata la lingua del potere e, quando non lo è stata, di solito si è cercato di tagliarla.

  Nella società europea di oggi, nella cultura comune,  abbiamo tutto ciò che occorre per tessere pazientemente procedure per vivere insieme la fede in forma più partecipata, condivisa: è il modo in cui si crea cultura.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli