martedì 13 dicembre 2022

Organizzare la sinodalitá popolare

 

Organizzare la sinodalitá popolare

 

1.    Il discorso sulla sinodalitá ecclesiale ha diversi aspetti, tra i quali ci sono quelli che interessano particolarmente clero e religiosi perché hanno a che fare con un governo ecclesiale centrato su di loro.

  In particolare c'è la questione della sinodalitá tra vescovi, che si vorrebbe estendere e intensificare in particolare istituendo una sistematicità di una reale collegialità nel decidere, a partire dall'individuazione delle questioni da porre in decisione.

 E poi quella tra chi collabora nel governo locale e il vescovo territoriale di riferimento: qui la collegialità non c'è, perché decide tutto quest'ultimo, anche se gli è raccomandato di ascoltare anche i suoi collaboratori e anche altre persone a sua discrezione.

  Su quei temi ci sono delicate questioni teologiche da sviluppare, perché i principi di riferimento, ancorati anche a veri e propri dogmi, sono stati costruiti, in un processo durato quasi un millennio, in modo da rendere sacri, quindi intangibili sotto pena di oltraggio contro il Cielo, l'assolutismo del Papato romano e quello della burocrazia ecclesiastica da esso dipendente, nella misura in cui le  si mantiene soggetta. Si ritiene, quindi, che questi assolutismi abbiano una loro verità, nel senso che chi non accetta di assoggettarvisi è fuori, o, detto con il feroce termine usato dalla gerarchia fino al Concilio Vaticano I, anatema. 

  Questo anche se, dal punto di vista storico, non è dimostrabile in modo convincente che l'organizzazione ecclesiastica come le generazioni oggi viventi l'hanno ricevuta dal passato corrisponda realmente alla volontà del Maestro. Comunque, la teologia attualmente accreditata dalla gerarchia ecclesiastica dominata dal Papato romano ritiene che vi corrisponda e ciò mitizzandola. 

  I processi di mitizzazione di persone, istituzioni, narrazioni, eventi naturali è incessante nelle società umane, che senza miti non potrebbero sussistere. La necessità dei miti dipende da come funziona la nostra mente, che, a sua volta, è un prodotto del nostro organismo, che fa parte di ciò che definiamo natura.

  Anche la Bibbia in uso tra i cristiani contiene molte narrazioni mitologiche, che si ritrovano anche nei detti attribuiti al Maestro e riportati nei Vangeli canonici, quelli, cioè, normativi per la nostra fede. Però la Bibbia, ma in particolare gli insegnamenti del Maestro, non è fatta solo  di miti. In particolare non sono essenziali nelle parabole evangeliche ed è anche per questo che esse sono tanto coinvolgenti, per quanto si riferiscano a una cultura popolare tanto distante dalla nostra.

 A me, però, interessa veramente poco la questione del chi  deve comandare nella nostra Chiesa. Questo perché le leggi democratiche preservano la mia coscienza dalla violenza politica e anche solo morale che in passato  è stata storicamente impiegata per imporre alla gente un certo assetto di potere ecclesiastico.

  Certamente l’organizzazione ecclesiastica com’è ora è obsoleta, così come i miti sulla base dei quali è stata sacralizzata. Ma, è legge delle dinamiche sociali, se non verrà trasformata cadrà, inesorabilmente, e  non è necessario che una persona laica si dia tanta pena, ora, per cercare di cambiarla, entrando in conflitto con la gerarchia. Del resto anche quest’ultima si è ben resa conto del problema e qualcosa, così, sarà fatto.

 Penso però che a noi persone laiche dovrebbe interessare un altro campo della sinodalità, quella popolare, o universale nel senso di totale. In questo campo possiamo dare un grande contributo, perché, a teologia di corte immutata, possiamo sperimentare nuovi modi, più partecipati e responsabili per vivere collettivamente la fede. Poi,  se si avrà successo, la teologia spiegherà com’è avvenuto. La teologia viene sempre dopo. Cambia, certamente, ma per ultima.

 Possiamo considerare precursori dei teologi gli scribi dell’antica Giudea al tempo del Maestro e si sa che considerazione ne avesse. Naturalmente all’epoca la teologia non era ancora una scienza: assunse quest’assetto più o meno dal Duecento. Da allora fu protagonista di riforme  e controriforme nelle quali fu impiegata una incredibile violenza, ma nella culture del passato, respirate  anche dalle teologie, questo non faceva scandalo. Sotto questo profilo l’epoca nostra è veramente nuova.

2. Non abbiamo ancora, veramente, un modo per definire ciò che vorremmo realizzare, vale a dire una convivenza pacificata su piccola, grande e grandissima scala, fino a comprendere tutto il  mondo, travolgendone e superandone le attuali divisioni, che spieghiamo su basi mitologiche ricevute dal passato.

 Fratellanza, amicizia?

  In un libro pubblicato l’anno scorso, Friends,   e disponibile anche in traduzione italiana con il titolo di Amici, in edizione cartacea e in e-book, edito da Einaudi, l’antropologo britannico Robin Dunbar, sulla base di test psicologici, descrive alcune importanti caratteristiche della socialità umana. La principale è di essere confinata in piccole cerchie. La vita di relazione degli esseri umani veramente significativa si svolge entro una cerchia di una trentina di persone, comprese le relazioni che indichiamo con il termine di amicizia. Questo dipende da com’è fatta e come funziona la nostra mente e questo limite è insuperabile. La fratellanza universale, così come l’amicizia  universale,  non sono realmente alla nostra portata, anche se lo sono nel mito. Quando ad esempio parliamo di popolo  e di nazione, utilizziamo dei miti.

  La costruzione culturale dei  miti degli stati-nazione europei è descritta con molta efficacia nel libro dello storico britannico Eric Hobsbawn Nazioni e nazionalismi dal 1780. Programma, mito, realtà, del 1990, edito in traduzione italiana da Einaudi, ancora disponibile in commercio.

  La crisi della nostra Chiesa, come in genere delle Chiese cristiane dell’Europa occidentale, può essere spiegata con il venir meno di miti religiosi in grado di sorreggere la socialità nuova che ci serve, e che in particolare l’Unione europea stava cercando di sorreggere con il suo ordinamento giuridico. E’ legge sociale che ciò che non serve o non funziona più venga abbandonato.

  Il problema è sensibile anche su scala minore, come quella di una parrocchia come la nostra, San Clemente papa ai Prati fiscali, che riveste ancora una importanza relazionale effettiva, non solo mitica, per circa un migliaio di persone. Questo è il numero delle persone di fede che vediamo di solito insieme a noi in chiesa nel nostro quartiere candidate alla trasformazione sinodale. Poiché vanno  in chiesa, entrano in relazione, ma vi entrano secondo le possibilità naturali degli esseri umani, quindi formando piccole cerchie. Queste dimensioni però non ci soddisfano più. La questione della sinodalità  sta proprio qui, in questa insoddisfazione.

  I preti, nel loro lungo percorso formativo, frequentano insegnamenti che riguardano la dinamica dei piccoli gruppi, vale a dire di quelle cerchie ristrette in cui si sviluppano le relazioni più significative, in modo da valersene per inculturare meglio, nel profondo dell’interiorità, la dottrina, vale a dire le direttive secondo le quali si vorrebbe che la gente praticasse  la fede. In passato i preti italiani, in particolare dall’Ottocento, ad esempio ricordo il prete piemontese Vicenzo Gioberti (1801-1852), svilupparono anche una capacità prettamente politica di organizzazione sociale, fino ad essere protagonisti nella costruzione culturale di un partito cristiano,  che, in varie fasi storiche, ma in particolare dal 1946 al 1994, fu determinante. Tuttavia ai preti, che io sappia, non viene insegnato a praticare e gestire la sinodalità, e in particolare a organizzare sinodalmente le comunità di base a loro affidate. Al centro della loro mentalità e dei loro interessi, su questa scala si vedono impegnati a rendere servizi  religiosi e caritativi. Quindi poi organizzano, ad esempio, le parrocchie come aziende, come un complesso di beni e di persone     che si dedicano a quei servizi. Si pensa poi che essi cambino  le persone inculcando la dottrina. Anche, ad esempio, l’idea della comunità ospedale da campo, che è tipica del pensiero di papa Francesco, rientra in questo schema.

  In questo quadro la gente che va  in chiesa è vista come un gruppo di clienti  di quei servizi religiosi. La liturgia è quello principale. Vi si va per ascoltare, rispondere a tono  secondo certi copioni, che ciclicamente si ripetono, e partecipare a riti, spiegati con narrazioni ricche di mitologia in modo da renderli comprensibili a tutte le persone che vengono. Non esiste una reale partecipazione  e una reale responsabilità  di chi vive la religiosità da cliente.

  L’idea della partecipazione come servizio  è profondamente radicata nella cultura religiosa popolare ed è modellata sulla mentalità del prete. La mentalità di servizio  consente al prete di superare le piccole cerchie in cui principalmente si svolge la sua relazionalità. E lo rende anche riconoscibile all’esterno e anche apprezzato. Intorno a questo schema dell’attività del prete si costruisce poi un mito  del prete anche un modello di santità, vale a dire di religiosità che si vuole esemplare.

  Così quando ci si trova in chiesa al di fuori dei momenti liturgici, quindi dei riti  in cui si è semplici comparse, e ci si pone la questione del che fare insieme, o si pensa al modello del piccolo gruppo di indottrinamento e allora ci vuole un prete a indottrinare, o ci si immagina a rendere un servizio  e fatalmente si pensa a quelli svolti dai preti e si cerca quindi di aggregarsi come ausiliari.

  La sinodalità popolare  come quella che si intravvede nel magistero, ad esempio, di papa Francesco potrebbe essere anche altro, anche se poi anche il Papa, al dunque, dà indicazioni operative nel senso del servizio. Invita a superare una forma di religiosità basata solo sulle proprie esigenze, sul tipo dei piccoli gruppi di autocoscienza in cui lo sguardo è tutto diretto verso l’interno, verso sé stessi e verso la propria interiorità. Ma manca la visione politica  che è costruzione sociale. E’ una visione sostanzialmente clericale, perché il Papa è un prete: la sua piccola cerchia di mondo vitale  è confinata in quell’ambito, anche se cerca di evaderne. La nuova sinodalità che serve non solo alla nostra Chiesa ma anche al mondo intero richiede perciò un ruolo più attivo di noi persone laiche.

  Vivere la fede  è già importante a prescindere da un servizio  e dall’autocoscienza collettiva religiosa. E non si esaurisce nei momenti liturgici. La famiglia è, ad esempio, per noi persone laiche il modo  principale di vivere la fede, ma è un modo da piccola cerchia.  Il praticare  una forma pacificata di socialità, non rinchiusa nella piccola scala, ma aperta al mondo intorno e tendenzialmente espansiva, vale a dire costruire  un sistema di relazioni familiari, sociali ecc. che cerchi di superare la violenza su ogni scala, ma anche l’indifferenza che solitamente guida le relazioni al di fuori delle piccole cerchie di riferimento,  è un’esperienza religiosa di nuova sinodalità, di sinodalità totale, tutta in definitiva da inventare, non riconducibile alla fraternità,  né all’amicalità, se non in un senso analogico, perché non ci sono ancora le parole per definirla. Questa è la vera sfida della sinodalità  come viene proposta quando la si pensa per tutte le persone.

  E’ una sfida perché le tradizioni  del passato e anche quella della nostra Chiesa portano ad associarsi delimitando e quindi a tracciare confini  entro cui raggrupparsi  intorno a miti fondativi. Fu questa anche la dinamica del nostro irredentismo nazionalista, al tempo del nostro Risorgimento: pensarsi popolo  distinguendosi dagli altri popoli. Certo, poi, in uno come Giuseppe Mazzini c’era indubbiamente anche l’idea di una socialità su scala più grande, l’idea di una Giovane Europa, oltre che Giovane Italia, ma comunque legata alla violenza politica che, intorno al mito della nazione,  insanguinò le nostre popolazioni e quelle intorno nel processo di unificazione nazionale.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli