giovedì 8 dicembre 2022

Comandare da soli

 

Comandare da soli


  A ciò che sappiamo dalla paleoantropologia, dall’antropologia e dalla sociologia di tutte le epoche storiche, dalla storia delle organizzazioni politiche, nessun essere umano, mai, ha governato  da solo.

  In effetti ci pensiamo sempre  in cerchie  di altri individui e questo corrisponde effettivamente a una realtà naturale, vale a dire da ciò che ci determina per come siamo fatti, mente e corpo, l’una e l’altro compresi nel concetto di organismo. In questo non differiamo da ciò che si osserva negli altri Primati, gli organismi più simili a noi in ogni senso. L’evoluzione della nostra mente, sia su base organica che su base sociale, ci ha solo resi capaci di governare  collettività molto più grandi delle cerchie ancestrali. Nel passaggio dalla zoologia all’antropologia esse vennero delineandosi, così, come società. L’umanità superò i limiti biologici che la confinava in piccole cerchie, di una trentina di individui circa, sviluppando quelle relazioni sociali particolari che comprendiamo nella religione  e nel diritto. Entrambi si fondano su miti, su narrazioni che riguardano il senso  della vita insieme ad altri individui. Entrambi sono produzioni sociali e guardano  alle società di riferimento, mutano con esse. Nelle cerchie dei Primati osserviamo il predominio di alcuni maschi, basato sulla violenza fisica. L’antropologia riferisce che questa sembra essere stata la base antica dello sviluppo del governo sociale: l’espansione delle società primitive sembra sia avvenuta prevalentemente e ancora  avvenga mediante produzioni di miti coerenti con essa. I miti di governo delle società europee sono stati sviluppati come culture su quell'impostazione. Le culture del Vicino Oriente, in particolare in quelle della Palestina del Primo secolo, hanno quella stessa caratteristica. Le narrazioni bibliche ne sono fortemente improntate. Dall’Ottocento, in Europa, i miti di governo hanno cominciato a cambiare cercando di integrare le donne e di liberare le funzioni di comando dalla violenza che storicamente le aveva sempre sorrette e che continuava a riflettere le loro origini ancestrali. La violenza delle origini è ancora rimasta nei rapporti tra gli ordinamenti politici che sono insofferenti di limiti al di sopra di sé, gli stati, le unioni o federazioni di stati, le organizzazioni considerate criminali secondo ordinamenti giuridici maggiori. Al vertice di ogni governo non troviamo, però, nessun individuo solo al comando, anche se nel mito viene presentato come tale.

  Quando viene ricordato, in modo molto affidabile dal punto di vista storico, che la sinodalità, una forma di governo condivisa, è stata una caratteristica costante delle nostre comunità ecclesiali fin dalle origini, si conferma appunto che non vi è mai stato nessun individuo che sia stato da solo al comando.  In un lunghissimo processo che va dall’Undicesimo secolo al Diciannovesimo, nella nostra Chiesa si è però costruito proprio il mito dell’uomo da solo al comando, e ciò con particolare forza dalla metà del Diciannovesimo, in esplicita contrapposizione culturale con la costruzione dei miti democratici dell’uguaglianza  e della cittadinanza  sviluppati in Europa prima  dal liberalismo e poi dal socialismo. Di fatto, però, l’osservazione del corso della politica ecclesiastica dimostra chiaramente che nessun uomo è mai stato da solo al comando, solo si sono ristrette le cerchie di governo attorno a lui. Questo è caratteristico delle autocrazie, vale a dire delle forme di governo i cui miti fondativi rifiutano di riconoscere come legittimanti al potere altre cerchie al di fuori della propria.

  Due giorni fa l’arcivescovo Mario Delpini ha diffuso un bellissimo Discorso alla città,  in occasione della festa del santo patrono di Milano, Ambrogio. L’ho trascritto ieri sul blog acvivearomavalli.blogspot.com. E’ intitolato “E gli altri?”. Si conclude con questa frase:

 Voglio fare l’elogio di voi, uomini delle istituzioni, onesti, dedicati, responsabili, espressione di una democrazia seria, faticosa e promettente, decisi a far funzionare il servizio che i cittadini vi hanno affidato. Voglio fare l’elogio di voi, che sapete che cos’è il bene comune e lo servite.

 Faccio il vostro elogio, perché io vi stimo.

 

 Il suo potere ecclesiastico, visto dal punto di vista antropologico, sociologico, politico, giuridico, è quello di un autocrate, costruito secondo il mito dell’uomo solo al comando per diritto soprannaturale. Quella frase, tuttavia,  esprime lo sforzo di evadere dalla piccola cerchia in cui esso è confinato.

 Poco prima ciò era espresso in modo ancora più evidente:

 

  Voglio fare l’elogio della democrazia rappresentativa che convoca tutte le componenti della società a costituire un “noi” radunato da un senso di appartenenza e di legittima pluralità per praticare il realismo della speranza, per costruire la giustizia e la pace.

  Voglio fare l’elogio della partecipazione che non si accontenta di esprimere il voto per il proprio partito e il proprio candidato, ma che discute, ascolta, offre le proprie idee, pretende supporto per le forme di aggregazione e di presenza costruttiva nel sociale per prendersi cura degli altri, soprattutto di quelli che non contano, non parlano, non votano.

 

  L’integrazione fra le cerchie del potere sociale è il compito fondamentale del politico, ancor prima di decidere che fare con quel potere.  E, tuttavia, quando ci poniamo veramente il problema del che fare ecco che fatalmente ci pensiamo all’interno della cerchia che, in un certo momento storico, domina sulle altre in quella materia. E se ne rimaniamo esclusi ci imbronciamo.

 Ne accenna Delpini proprio in apertura del Discorso:

 

Con il passare degli anni trovo sempre più insopportabile il malumore. Trovo irragionevole il lamento. Trovo irrespirabile l’aria inquinata di frenesia e di aggressività, di suscettibilità e risentimento.

 

 E, se potessi parlargli faccia a faccia, gli direi: “Questo parla di te”.

  Le cronache narrano che, durante una messa nella cattedrale di  Como in occasione di una messa in occasione della festa di sant’Abbondio, patrono della città, avrebbe dichiarato, rivolgendosi al vescovo locale che presiedeva la celebrazione e riferendosi alla recente nomina di quest’ultimo a cardinale:

 

«Ci sono state delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita per fare il cardinale e abbia scelto invece il vescovo di Como. In questa scelta mi pare si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre. Perché ha scelto il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? Io ho trovato almeno tre ragioni. La prima  è che il Papa deve aver pensato che l'arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha detto: “bisogna che lavori un po' anche il vescovo di Como e quindi ha pensato di dare un po' di lavoro anche a te”. La seconda ragione è che probabilmente il Papa ha pensato: quei 'bauscia”  [bauscìa: parola del dialetto milanese che significa fanfarone accentratore] di Milano non sanno neanche dov'è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nel governo della Chiesa universale. E forse c'è anche un terzo motivo. Se mi ricordo bene, il papa è tifoso del River [squadra di calcio argentina], che non ha mai vinto niente, e forse ha pensato che quelli di Como potrebbero essere un po’ in sintonia perché si sa che lo scudetto è a Milano»

 

 Dopo una lunga evoluzione storica, il ceto dei cardinali  è divenuto dall’Undicesimo secolo la cerchia che ha il potere di eleggere il Papa. Vestono con una tonaca rosso porpora, il colore del potere supremo nell’antica Roma. E’ divenuta poi consuetudine di scegliere il Papa tra i cardinali. Dunque, ai nostri tempi,  non essere eletto cardinale significa non avere alcuna possibilità concreta di essere eletto Papa, anche se, dal punto di vista del diritto canonico e anche teologico, non vi è un impedimento assoluto. Se non altro perché, non facendo parte del ceto cardinalizio non si ha la possibilità di partecipare alle trattative che,  nel corso del Concistoro, l’assemblea convocata per eleggere il nuovo papa, determinano il formarsi di una maggioranza intorno ad un nome.  Essere cardinali e  arcivescovi di grandi città è stato in passato un elemento qualificante per essere scelti per essere papa. Da ultimo, era stato arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, nominato a quella funzione nel 1956 (prima era stato a lungo stretto collaboratore del papa Pio 12°) e poi cardinale nel 1958, dal papa Giovanni 23°, succeduto al papa  Pio 12° quello stesso anno.

  Stiamo però vivendo una spettacolare evoluzione del sistema di potere ecclesiastico, in cui si vorrebbe rafforzare la sinodalità dell’episcopato sull’esempio storico del Primo millennio, dopo più di un secolo in cui, invece, era stata molto rafforzata l’autocrazia papale, organizzata nella cerchia dei ceto dei cardinali, che controlla la Curia romana, il complesso di ufficio tramite il quale il Papato cerca di governare i modo autocratico l’organizzazione ecclesiastica. Nell’episcopato  mondiale, l’arcivescovo di Milano ha sempre svolto un ruolo molto importante, che di questi tempi, in cui si vuole di nuovo sviluppare una sinodalità nel ceto dei vescovi, può esserlo ancora di più, svolgendo un ruolo trainante. In fondo fu la cattedra di un personaggio molto importante come il vescovo Ambrogio, che regnò nel fatale Quarto secolo producendo molta della cultura tuttora corrente in teologia.  Ma questo richiede che chi ricopre quel ministero ecclesiale non sia assorbito nel ceto dei cardinali. Anche se naturalmente non si può sapere se poi, ad un certo punto, il papa  deciderà di cooptarlo in quella cerchia. Giuridicamente il potere del papa in questo campo non incontra limiti se non nel fatto che il prescelto deve essere un vescovo, ma il papa potrebbe variare questa regola. Storicamente furono nominati cardinali anche delle persone non consacrate preti, i cosiddetti cardinali laici. L’ultimo laico ad essere nominato cardinale, dal papa Pio 9° nel 1858, fu un avvocato laziale, Teodolfo Mertel.

  Nello sviluppo dei processi sinodali dobbiamo attenderci che il ruolo del ceto episcopale organizzato nel Sinodo dei vescovi cresca e diminuisca quello del ceto cardinalizio, organizzato intorno alla Curia romana. Tutto questo non riguarda direttamente noi persone laiche, alle quali in questa materia, come praticamente in tutto ciò che concerne l’organizzazione dell’apparato ecclesiastico, non è attribuito alcun ruolo. In realtà contiamo moltissimo da un punto di vista dello sviluppo della cultura ecclesiale, quando riusciamo a esprimerla e a viverla. Gran parte dell’evoluzione della cosiddetta dottrina sociale  ricalca quella del nostro pensiero sociale. La stessa cultura della sinodalità come oggi viene proposta risente moltissimo del pensiero sociale sviluppato tra le persone laiche negli ultimi due secoli.

 Il  mito dell’uomo da solo al comando sta tramontando e con esso, si spera, tutta la tremenda tradizione di efferata violenza politica che l’ha accompagnato.  

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli