martedì 1 novembre 2022

La pace come conquista culturale recente per i cristiani

 

La pace come conquista culturale recente per i cristiani

 

 

 La Preghiera semplice è una lirica francescana molto bella nella quale si indicano le vie per costruire la pace a partire da sé stessi.

 

Signore, fa' di me uno strumento della tua pace:
Dove c'è odio io porti l'amore.
Dove c'è offesa io porti il perdono.
Dove c'è discordia io porti l'unione.
Dove c'è errore io porti la verità.
Dove c'è dubbio io porti la fede.
Dove c'è disperazione io porti la speranza.
Dove ci sono le tenebre io porti la tua luce.
Dove c'è tristezza io porti la gioia.
O Divino Maestro, che io non cerchi tanto
di essere consolato quanto di consolare,
Di essere compreso quanto di comprendere,
Di essere amato quanto di amare.
Infatti: dando si riceve.
Dimenticandosi si trova comprensione.
Perdonando si è perdonati.
Morendo si risuscita alla vita eterna.

 

  Tuttavia non fu scritta da Francesco d’Assisi. Era cosa risaputa, nulla di nuovo.

  All’inizio dello scorso ottobre su Famiglia Cristiana è stato pubblicato un articolo di Arnaldo Casali in cui se ne sintetizza la storia

 

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/tutte-le-cose-che-san-francesco-non-ha-mai-detto-ma-che-tutti-citano

 

 Leggiamo:

 

  Vale la pena di ricordare che persino la preghiera più citata del Poverello di Assisi in realtà non è sua, ma è stata scritta addirittura nel Novecento e in francese e poi tradotta in italiano antico per spacciarla come scritto medievale: “O Signore, fa di me uno strumento della tua pace: dove è odio, ch’io porti amore, dove è offesa ch’io porti il perdono, dov’è discordia ch’io porti l’Unione…”.

  In questi casi, però, più che di bufale dovremmo parlare di apocrifi, perché se è vero che il segreto del successo delle fake news è quello di non essere mai vere ma sempre verosimili, questi aforismi, pur non essendo stati detti o scritti da Francesco d’Assisi, sicuramente ne riflettono il pensiero. E possono riservare più di una sorpresa ai politici che se ne appropriano.

  Il caso della Preghiera semplice è particolarmente significativo e anche attuale, perché si tratta di una preghiera pacifista divulgata durante la Prima guerra mondiale, quando – proprio come in questi mesi – solo la Chiesa Cattolica si opponeva apertamente al conflitto.

  Anche essa ha avuto divulgatori illustri: basti pensare che è stata cantata al funerale di Lady Diana, incisa da Claudio Baglioni e citata – tra gli altri – da Madre Teresa di Calcutta, Bill Clinton, Giovanni Paolo II e persino durante la conferenza di San Francisco con cui venne costituito l’Onu.

  Tutto inizia nel 1912, quando il testo viene pubblicato per la prima volta in Francia, nella rivista ecclesiastica La Clochette, con il titolo Bella preghiera da fare durante la messa. Il 20 gennaio 1916 è pubblicata in italiano su L’Osservatore Romano insieme ad altre preghiere per la pace. Ed è proprio sul fronte della Grande Guerra che cominciano a circolare dei volantini con il testo affiancato all’immagine del santo di Assisi. Nelle prime immaginette viene scritto che questa preghiera “riassume meravigliosamente la fisionomia esteriore del vero seguace di san Francesco” mentre dopo il 1920 si diffonde anche in ambito protestante, dove viene attribuita allo stesso santo.   

  Se Francesco non c’entra nulla, va detto però che le parole sembrano riecheggiare una fonte francescana come i Detti del beato Egidio: “Beato colui che ama e non desidera essere amato, beato colui che teme e non vuole essere temuto, beato chi si cura degli altri e non vuole cure per sé”.

 

È stata adottata, nel senso di praticata perché amata e interiorizzata, durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918), la prima guerra totale della storia dell’umanità. Viene definita totale la guerra in cui tutta la popolazione viene coinvolta, innanzi tutto con il servizio militare obbligatorio di massa e poi come obiettivo bellico e in varie attività di supporto ai combattenti. In precedenza potevano esserci perdite tra i civili, ad esempio nel caso di bombardamenti contro centri abitati, ma le guerre erano essenzialmente cose di soldati.

  La guerra con l’impiego delle armi nucleari è un tipo di guerra totale che può condurre alla distruzione  dell’intera umanità. La possibilità di un conflitto di questa portata ha mutato gli orientamenti politici sulla guerra: fino alla recente guerra in Ucraina si conveniva infatti che una guerra di quelle dimensioni non potesse essere combattuta, essenzialmente perché non poteva essere vinta. Ora invece si pensa di poterla combattere impiegando bombe nucleari di teatro, di minore forza distruttiva o, come la bomba al neutrone, in grado di ammazzare contenendo le distruzioni materiali. E infatti le potenze nucleari da decenni hanno iniziato a costruire armi nucleari di quel tipo. Ma nessuna ha ancora osato iniziare ad utilizzarle. Essenzialmente perché non si è certi che, qualora lo si faccia, il nemico non deciderebbe di utilizzare armi nucleari della massima potenza.

  Da quando le armi nucleari sono entrate negli arsenali delle superpotenze, nel 1945 per gli Stati Uniti d’America, nel 1949 per l’Unione Sovietica, nel 1964 per la Repubblica popolare cinese, ma anche di molti altri stati del mondo, sebbene in numero molto minore, ci si è posti il problema, ma veramente affrontato prima, di come prevenire le guerre.

  Stati Uniti d’America e Unione Sovietica si erano dotati di migliaia di bombe atomiche, sia a fissione, sia a fusione, le bombe all’idrogeno, enormemente più potenti delle prime, ed erano così in grado di annientare l’umanità sulla Terra.  Tra loro si determinò una situazione di stallo, perché nessuna di quelle superpotenze osava iniziare una guerra totale  temendo di essere annientata dalla ritorsione. Era il cosiddetto equilibrio del terrore, che qualcuno ha anche ritenuto provvidenziale. Gli stati europei che si sono dotati dall’arma nucleare, la Francia e la Gran Bretagna, l’hanno fatto essenzialmente per essere più considerati dalle superpotenze. Gli altri stati del mondo se ne sono dotati al solo fine, finora, di rendere intangibili i propri confini. E’ il caso, ad esempio,  della Corea del Nord. Ma anche dello Stato di Israele, che viene accreditato come potenza nucleare anche se non ammette di avere l’arma atomica. Ed effettivamente nessuna potenza nucleare era mai stata invasa, a parte scaramucce di confine tra Pakistan e India e Cina e India. Almeno fino ai giorni scorsi: la Federazione Russa, erede dell’apparato bellico nucleare dell’Unione sovietica, è stata attaccata sul proprio territorio  da reparti ucraini.

  Il Magistero, dinanzi al problema di come prevenire le guerre, ha finora raccomandato due vie: intensificare la cooperazione internazionale e  costituire un’autorità sovranazionale in grado di impedire i conflitti armati. Un’organizzazione di quest’ultimo tipo c’è già, dal 1945, ma si è rivelata inefficace quando sono in ballo gli interessi degli stati che nel Consiglio di sicurezza, l’organismo che può decidere iniziative per contrastare i conflitti armati, hanno diritto di veto e che sono, non a caso,  tutti potenze nucleari: Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti d’America. Sono gli stati che vinsero la Seconda Guerra Mondiale, ma ora la loro privilegiata posizione in quell’organismo è stata mantenuta sia per la loro potenza economica, sia per il fatto che sono, appunto, potenze nucleari.

  L’attuale problema di prevenire guerre totali catastrofiche  con l’impiego delle armi nucleari, tali da poter portare all’annientamento dell’umanità,  non si era mai presentato all’umanità prima del 1945. E quello di prevenire guerre totali prima del 1914.  Quello di prevenire le guerre tra stati fu affrontato dal Settecento, con lo sviluppo in Europa del movimento dell’Illuminismo. Da allora la guerra è stata considerata anche come un modo irragionevole è irrazionale di regolare le controversie tra gli stati.

  Qualche giorno fa, papa Francesco, nel ricevere il Presidente della Repubblica Francese Macron, gli ha regalato una copia di un’opera dell’illuminista tedesco Immanuel Kant, Per la pace perpetua, pubblicato nel 1795.

  Potete leggerne il testo sul Web qui:

 

https://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s10.xhtml

 

  Vi troverete molte idee che ancora oggi sono correnti sul quel tema.

  Come cristiani abbiamo un problema di più: nella Bibbia c’è qualcosa del genere? Il Maestro ne ha parlato?

  La risposta è negativa ad entrambe le domande.  Questo perché si tratta di una questione che solo di recente è emersa come problema di sopravvivenza dell’intera umanità.  Nell’antichità, ma fino ad epoca molto recente, le guerre erano messe nel conto delle cose, come le tempeste atmosferiche, quelle sul mare e i terremoti. Addirittura erano considerate il campo per dimostrare le virtù virili: così fu nei fascismi europei storici, il primo dei quali fu quello mussoliniano, preso a modello da tutti gli altri. Anche nell’antica Grecia e nella mentalità degli antichi romani era così.

  Anche per Francesco d’Assisi, in tutto un uomo del Medioevo, la guerra fu una specie di accidente naturale, che conseguiva, certo, alla cattiveria umana, ma contro il quale c’era poco da fare. Ad esempio, durante una Crociata passò la linea del fronte e riuscì a parlare con il sovrano islamico d’Egitto. Ma non mise in questione quella guerra come tale, in particolare la sua liceità dal punto di vista evangelico (la Crociata era stata indetta dal papa Onorio 3°).  La stessa cosa può dirsi anche del Maestro. Egli certamente condannò la violenza, ma non prese posizione sulla guerra, anche perché durante il suo ministero pubblico non ne incontrò nella Palestina del suo tempo. Ma ve n’erano narrazioni nelle Scritture sacre che, anche per lui, erano normative. Non condannò le guerre stragiste degli antichi Israeliti. Nei Vangeli secondo Matteo e secondo Luca ci viene presentato come discendente del re Davide, per accreditarne l’autorità. Davide nella Bibbia ci viene presentato come un feroce condottiero. Nelle tradizioni bibliche non gli si addebita come colpa l’aver ordinato delle guerre.

  Detto questo, la teologia cristiana oggi corrente considera perseguire la pace come una virtù cristiana, basandosi sull’idea evangelica di paternità divina universale e quindi di fratellanza universale. Non è sempre stato così. Altrimenti i papi, responsabili del supremo Magistero per il cattolici,  non si sarebbero resi corresponsabili di tante sanguinosissime guerre. L’ultimo ad esserlo  fu il papa Pio 9°, che addirittura è stato proclamato beato, strenuo oppositore dell’unità nazionale italiana, il quale non esotò a invocare l’intervento dei suoi alleati europei per massacrare i nazionalisti mazziniani che avevano fondato a Roma una repubblica, intimandogli di occuparsi solo di religione e di rinunciare ad essere il sovrano della città. Questo non toglie che forme di  pacifismo abbiano  percorso il pensiero sociale cristiano. Ma la dottrina etica della cosiddetta guerra giusta  dimostra quanto si era distanti dalla situazione in cui noi oggi ci troviamo. Essa, per altro, è ancora insegnata dal Magistero, anche se, in concreto, si tende a ritenere che nessuna guerra possa realmente essere giusta, per le immani distruzioni che potrebbero conseguirne.

 Una estesa e  interessante riflessione sulla guerra e sulle sue cause, con riferimenti puntuali alla storia europea recente (cosa non comune nel Magistero pontificio) si trova nell’enciclica Il Centenario – Centesimus Annus diffusa nel 1991 sotto l’autorità del papa Giovanni Paolo 2°

 

https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_01051991_centesimus-annus.html

 

2. I pontefici Benedetto XV ed i suoi successori hanno lucidamente compreso questo pericolo, ed io stesso, in occasione della recente drammatica guerra nel Golfo Persico, ho ripetuto il grido: «Mai più la guerra!». No, mai più la guerra, che distrugge la vita degli innocenti, che insegna ad uccidere e sconvolge egualmente la vita degli uccisori, che lascia dietro di sé uno strascico di rancori e di odi, rendendo più difficile la giusta soluzione degli stessi problemi che l'hanno provocata! Come all'interno dei singoli Stati è giunto finalmente il tempo in cui il sistema della vendetta privata e della rappresaglia è stato sostituito dall'impero della legge, così è ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella Comunità internazionale. Non bisogna, peraltro, dimenticare che alle radici della guerra ci sono in genere reali e gravi ragioni: ingiustizie subite, frustrazioni di legittime aspirazioni, miseria e sfruttamento di moltitudini umane disperate, le quali non vedono la reale possibilità di migliorare le loro condizioni con le vie della pace.

  Per questo, l'altro nome della pace è lo sviluppo. Come esiste la responsabilità collettiva di evitare la guerra, così esiste la responsabilità collettiva di promuovere lo sviluppo. Come a livello interno è possibile e doveroso costruire un'economia sociale che orienti il funzionamento del mercato verso il bene comune, allo stesso modo è necessario che ci siano interventi adeguati anche a livello internazionale. Perciò, bisogna fare un grande sforzo di reciproca comprensione, di conoscenza e di sensibilizzazione delle coscienze. È questa l'auspicata cultura che fa crescere la fiducia nelle potenzialità umane del povero e, quindi, nella sua capacità di migliorare la propria condizione mediante il lavoro, o di dare un positivo contributo al benessere economico. Per far questo, però, il povero — individuo o Nazione — ha bisogno che gli siano offerte condizioni realisticamente accessibili. Creare tali occasioni è il compito di una concertazione mondiale per lo sviluppo, che implica anche il sacrificio delle posizioni di rendita e di potere, di cui le economie più sviluppate si avvantaggiano.

 

 In fin dei conti, il pacifismo cristiano, parte  molto importante dell’attuale dottrina sociale, non può ritenersi fondato direttamente sulla tradizione normativa a cui facciamo riferimento nelle cose di fede, in particolare su quella che ragiona sulla Bibbia. Ad esempio, certi “Padri” della Chiesa furono veramente poco pacifici. Questo non toglie che il problema della guerra sia questione di vita o di morte per noi, oggi. Solo che non lo era nei tempi antichi, quando si consolidarono le Scritture sacre a cui facciamo riferimento, e nemmeno in tempi molto più vicini a noi. Il pacifismo  è una conquista culturale della fede dei nostri tempi. Stiamo costruendo una nuova tradizione,

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli