domenica 17 luglio 2022

Sinodalità: istituzioni e mentalità

 

Sinodalità: istituzioni e mentalità

 

Lo sviluppo della sinodalità nella nostra Chiesa è il processo storico che ci coinvolgerà sempre più  profondamente nei prossimi anni. Nel corso dell’Anno Santo del 2025 è programmato un primo bilancio a livello mondiale. Ma probabilmente si sarà ancora agli inizi. Si tratta infatti di un lavoro di grande portata, che in questi mesi ha visto la breve partecipazione di una piccola minoranza di fedeli e si sta svolendo prevalentemente nelle burocrazie delle diocesi e della Segreteria del Sinodo dei vescovi.

  Sinodalità è il costume secondo il quale, a ogni livello, si organizzano procedure di co-decisione la più larga possibile. Corrisponde a una mentalità che deve ancora essere inculturata nelle nostre comunità ecclesiali. C’è chi dovrà imparare a fare spazio e chi, invece, ad abitarlo in modo attivo.

  In uno schema che ho visto proposto da diversi degli autori che ho accostato, la sinodalità dovrebbe svilupparsi in un processo uno-alcuni-tutti.  Uno  sarebbero i gerarchi che attualmente accentrano ogni decisione. Alcuni  sarebbero i consigli  espressione di sinodalità, variamente partecipati. Tutti  sarebbero i fedeli nella loro totalità.

  Noi attualmente non disponiamo, e neanche riusciamo a immaginarle, di procedure che esprimano una volontà sinodale  di tutti. E’ qualcosa che è fuori della portata della capacità umana di intese. Molto fantasiosamente si parla di sensus fidei e di sensus fidei fidelium ipotizzando una sorta di istinto  nella Chiesa di intuire  le giuste definizioni  in materia religiosa. Ne ha trattato la Commissione Teologia Internazionale in un interessante documento, dal titolo Il sensus fidei nella vita della Chiesa  https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20140610_sensus-fidei_it.html , dal quale traggo questa spiegazione:

 

1. Per il dono dello Spirito Santo, «lo Spirito della verità che procede dal Padre» e che rende testimonianza al Figlio (Gv 15,26), tutti i battezzati partecipano alla funzione profetica di Gesù Cristo, «Testimone degno di fede e veritiero» (Ap 3,14). Essi devono rendere testimonianza al Vangelo e alla fede degli apostoli nella Chiesa e nel mondo. Lo Spirito Santo dona loro l’unzione e fornisce le doti per questa alta vocazione, conferendo loro una conoscenza molto personale e intima della fede della Chiesa. Nella sua Prima lettera, san Giovanni dice ai fedeli: «Voi avete ricevuto l’unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza»; «l’unzione che avete ricevuto da lui [da Cristo] rimane in voi, e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca»; «la sua unzione vi insegna ogni cosa» (1Gv 2,20.27).

2. Ne consegue che i fedeli possiedono un istinto per la verità del Vangelo, che permette loro di riconoscere la dottrina e la prassi cristiane autentiche e di aderirvi. Questo istinto soprannaturale, che ha un legame intrinseco con il dono della fede ricevuto nella comunione ecclesiale, è chiamato sensus fidei, e permette ai cristiani di rispondere alla propria vocazione profetica. Nel suo primo Angelus, papa Francesco citò le parole di un’umile anziana donna che egli incontrò una volta: «Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe»; e il papa aggiunse l’ammirato commento: «Quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo». L’intuizione di quella donna è una toccante manifestazione del sensus fidei, il quale consente un certo discernimento riguardo alle cose della fede e al tempo stesso nutre la vera saggezza e suscita la proclamazione della verità, come in questo caso. È dunque chiaro che il sensus fidei rappresenta una risorsa vitale per la nuova evangelizzazione, che è oggi uno dei principali impegni per la Chiesa.

3. Come concetto teologico, il sensus fidei fa riferimento a due realtà distinte, anche se strettamente connesse; il soggetto proprio dell’una è la Chiesa, «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15), mentre il soggetto dell’altra è il singolo credente, che appartiene alla Chiesa per mezzo dei sacramenti dell’iniziazione e che partecipa alla fede e alla vita ecclesiali particolarmente mediante la celebrazione regolare dell’eucaristia. Da una parte, il sensus fidei fa riferimento alla personale attitudine che il credente possiede, all’interno della comunione ecclesiale, di discernere la verità della fede. Dall’altra, il sensus fidei fa riferimento a una realtà comunitaria ed ecclesiale: l’istinto di fede della Chiesa stessa, per mezzo del quale essa riconosce il suo Signore e proclama la sua Parola. Il sensus fidei inteso in questo senso si riflette nel fatto che i battezzati convergono nell’adesione vitale a una dottrina di fede o a un elemento della praxis cristiana. Questa convergenza (consensus) riveste un ruolo vitale nella Chiesa: il consensus fidelium è un criterio sicuro per determinare se una particolare dottrina o una prassi particolare appartengono alla fede apostolica. Nel presente documento utilizzeremo il termine sensus fidei fidelis per fare riferimento all’attitudine personale del credente a operare un giusto discernimento in materia di fede, e quello di sensus fidei fidelium per fare riferimento all’istinto di fede della Chiesa stessa. A seconda del contesto, sensus fidei si riferirà all’uno o all’altro senso, e per il secondo si utilizzerà anche il termine sensus fidelium.

 

 In realtà solo a posteriori può essere riconosciuto quel risultato e naturalmente non tenendo conto della violenza, che in alcune epoche storiche è stata anche estrema e addirittura stragista, che è  stata necessaria per ottenerlo, come anche dei dissenzienti cacciati fuori. Quello che può realisticamente essere valutato è solo il grado di conformità che si riesce ad ottenere su certe posizioni in un corpo sociale di riferimento, ma l’entità tutti  ci sfugge, perché i metodi di indagine non potranno mai raggiungere, appunto, tutti.

  La sinodalità, come costume di co-decisione, e prima di questo di partecipazione alla valutazione di problemi, eventi e soluzioni, può svilupparsi solo a livello di alcuni e, per rendere coerente, un corpo sociale molto grande, richiede procedure di coordinamento sinodale tra diverse realtà di consigli  e una certa rappresentatività  dei  consigli, nel senso che dovrebbero rendere presenti  i vari orientamenti presenti nella società di riferimento, non necessariamente però secondo lo schema della delega. Piuttosto, occorre che i membri di un consiglio  di co-decisione che non comprende tutto il corpo sociale di riferimento, come in genere accadrà dai livelli intermedi in su, godano della fiducia  delle porzioni di società che intendono rendere presenti. Questo anche nel caso che i componenti di un consiglio del genere siano nominati in ragione della loro particolare competenza in una certa materia, che non tutti hanno. A livelli di piccoli gruppi, all’interno occorreranno procedure di co-decisione che consentano una reale partecipazione di tutti, e, verso l’esterno, di coordinamento sinodale con gli altri gruppi sinodali. Questa struttura di coordinamento, a sua volta, sarà impersonata da un consiglio, dotato di procedure appropriate.  E’ essenziale, che la sinodalità non sia progettata secondo lo schema alto-basso, con realtà di base in basso  e concependo quelle di coordinamento come un alto. Questo si può ottenere stabilendo un limite temporale ad ogni funzione sinodale di tipo rappresentativo e forme di circolarità nella rappresentatività, per cui, dai livelli intermedi a quelli di più ampio coordinamento si possa essere ascoltati anche in altri consigli.

 Poi c’è la questione dell’uno, del gerarca, ad esempio in un parrocchia il parroco. Su questo bisogna essere molto chiari. La posizione di uno  solo che decida è incompatibile con la sinodalità. Può essere mantenuta solo in ruoli puramente esecutivi, di attuazione di decisioni sinodali. Altro è il caso della figura che abbia l’incarico di proclamare  una decisione sinodale, un po’ come nella nostra Repubblica fa il suo Presidente, o di presiedere  un consiglio  in modo da farne rispettare le procedure di partecipazione e di co-decisione.

 In una Chiesa ci sono poi funzioni non sinodalizzabili. Una di queste è la predicazione. Essa è legata ad un particolare impegno personale del predicatore nei confronti di una comunità: ci dovrà sempre essere qualcuno che predichi alla comunità ciò che quest’ultima non vorrebbe sentirsi predicare, al modo dei profeti biblici. E, aggiungo, non ritengo incompatibile con la sinodalità uno schema procedurale che preveda che consiglio  e predicatore  debbano necessariamente assentire su una certa decisione, secondo lo schema non solo da me – non senza di me.

  Ma, tutto sommato, immaginare procedure è molto più semplice che acquisire una mentalità sinodale, secondo la quale ci si ritiene personalmente coinvolti e responsabili nelle decisioni che riguardano tutti riconoscendo anche alle altre persone la stessa posizione. E questo soprattutto in una Chiesa come la nostra in cui ancora adesso non si è assolutamente sinodali, al di fuori di certe esperienza di associazionismo religioso. Si è abituati ad accettare le decisioni gerarchiche in ciò su cui si è d’accordo e a disimpegnarsi sulle altre, semplicemente non partecipando. La mentalità sinodale dovrebbe spingere a voler partecipare  a tutte, in qualche modo, anche nella forma della critica esplicita. Oggi però non vi sono nella nostra Chiesa, in genere, luoghi dove esercitare rilievi critici: se si tenta di proporli si è semplicemente emarginati, e così naturalmente le cose vanno molto meglio che in passato, in cui la repressione si abbatteva molto più duramente sui dissenzienti. Oggi rischiano conseguenze più gravi il clero e i religiosi, che hanno fatto della missione religiosa una professione e che quindi di punto in bianco, e a discrezione di un gerarca, possono essere buttati per strada. Certamente, sotto questo profilo, la nostra Chiesa non è ancora una società libera, ma può diventarlo sviluppando una mentalità sinodale.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli.