Sinodalità e tradizione
Nella nostra fede si dà molta importanza alle tradizioni, che sono i costumi e le concezioni del passato che abbiamo conosciuto da coloro che ci hanno preceduto e che abbiamo adottato come stili di vita. Quanto più risalgono nel tempo tanto più attribuiamo loro valore. Addirittura si immagina che ve ne siano alcune che risalgono al tempo in cui il Maestro fu tra noi, uomo tra le altre persone. Poiché il passato genera valore accade anche che si costruiscano immagini del passato sulle quali poi innestarvi certe “antiche” tradizioni. Alcune feste tradizionali paesane sono iniziate così.
“Chi controlla il passato controlla il futuro e chi controlla il presente controlla il passato” era lo slogan del partito unico nel romanzo dello scrittore inglese George Orwell 1984, pubblicato nel 1949. Descriveva una società totalitaria, avendo presente l’Unione Sovietica del regime staliniano, che pretendeva di avere il controllo della narrazione storica, e quindi delle tradizioni, impiegando su larga scala la violenza politica. Per circa nove secoli è in questo modo che ha governato il Papato romano. Anche questa è una indubbiamente una tradizione, tramandata di generazione in generazione. Il Papato romano ha perso la capacità di esercitare una violenza politica fisica da quando, nel 1870, perse il dominio sul suo piccolo stato nell’Italia centrale, a seguito dell’invasione militare da parte del Regno d’Italia. Dagli scorsi anni Sessanta ha perso quasi del tutto la capacità di esercitare violenza morale sulle persone di fede libere da vincoli di appartenenza al clero o ad ordini religiosi. Gli rimane solo la possibilità della violenza morale contro clero e religiosi. Per questo sono ad oggi è stata duramente avversata l’idea di una riforma ecclesiale in senso realmente sinodale, in cui la gran massa delle persone di fede, finora escluse da qualsiasi partecipazione ai poteri ecclesiastici, possa in qualche modo contribuire a determinare le decisioni che le riguardano. I gerarchi ecclesiali si arrogano finanche il potere di stabilire come si debba fare all’amore, nonostante che essi, vietandoselo, ne sappiano troppo poco e ci fantastichino troppo sopra, senza che almeno i coniugi cristiani, consacrati all’amore anche fisico da un sacramento, contino qualcosa. Subiscono solo.
La gran parte delle nostre tradizioni di impronta religiosa, le feste popolari come certe definizioni di fede, sono state create o rimaneggiate nel basso Medioevo (dall’Undicesimo al Quindicesimo secolo), quando, con l’emergere della teologia universitaria e di un Papato imperiale ideato negli ambienti monastici, il governo della Chiesa si staccò progressivamente sempre di più dalla gente, divenendo faccenda solo di gerarchi e dei sovrani civili, che, possedendo le genti stanziate sui territori di loro proprietà, pretendevano di comandare anche sulla loro fede.
Questo fa capire la profondità del cambiamento da una Chiesa autocratica, dominata dall’assolutismo del clero, ad una sinodale, realmente partecipata. È senz’altro possibile che molte tradizioni siano sottoposte a un vaglio critico, in particolare quelle che dipendono storicamente da un certo assetto di potere.
Nessuna persona di fede, in particolare chi è genitore, passa nella vita senza lasciare in propria tradizione, una traccia. Aprendosi alla gente, la Chiesa probabilmente risentirà di queste molteplici tradizioni.
Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli