martedì 12 luglio 2022

Consiglio pastorale parrocchiale

 

Consiglio pastorale parrocchiale

 

***********************

Chi è la persona laica? 

 Per persona laica  si intende la persona battezzata che partecipa all’apostolato, vale a dire alla diffusione e pratica del vangelo, libera da legami gerarchici relativi al ministero esercitato nell’Ordine sacro o legati a condizioni di vita religiosa consacrata. 

 Le persone laiche agiscono nella società in autonomia, seguendo con sapienza in spirito di fede l’autonomia delle cose terrene. 

 

Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. 

Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore. 

 

[dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2°, n.36 

 

 Ecco come si parla delle persone laiche nella stessa Costituzione  La gioia e la speranza, al n.43: 

 

  Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione. 

  Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. 

  Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero. 

  Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. 

  Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa. 

  Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune. 

  I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana. 

 

  Così se ne tratta nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti, deliberata nel medesimo concilio, ai n.31 e 33: 

 

31. Col nome di laici si intende qui l'insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano. 

Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini.  

[…] 

  Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore. 

32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5). 

Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11). 

***********************

 Sulla base delle mie letture sulla sinodalità dell’anno scorso e di quest’anno, ho cercato di definire che cosa sia la persona laica senza utilizzare il criterio residuale del non essere né parte del clero o di un ordine religioso, considerate, in una concezione clericale, le condizioni di vita che possono realizzare la perfezione della vita di fede. Dunque, mi è parso che, almeno nella società europea del nostro tempo, ciò che connota le persona laiche è di essere libere. Una libertà che non è scritta nelle norme del diritto canonico, il diritto costruito intorno alla Chiesa-stato, ma che le persone laiche si sono conquistate ed esercitano continuamente, anche se non ne sono ancora del tutto consapevoli. La mancata corrispondenza dell’assetto istituzionale ecclesiastico a questa realtà della libertà delle persone laiche ne determina l’obsolescenza. Quanto tempo gli rimane? Alcuni professori amici miei, in linea con altri specialisti, soprattutto sociologi, lo stimano in una ventina d’anni, se non sarà riformato.

  In modo molto avveduto, papa Francesco ha avviato la riforma che occorre, impostandola sullo sviluppo della sinodalità che significa partecipare in dialogo all’esame delle questioni rilevanti per la comunità e alle decisione: la sinodalità è, in fin dei conti, co-decisione. Se non è questo, non esiste.

 In questi giorni sto leggendo in e-book il libro a cura di Riccardo Battocchio e di Livio Tonello Sinodalità. Dimensione della Chiesa, pratiche nella Chiesa, edito da Edizioni Messaggero Padova e dalla Facoltà Teologica del Triveneto, 2020 Padova, e in particolare i contributi di Roberto Repole, Il Sinodo diocesano. Una prospettiva teologica, di Matteo Visioli, Il Sinodo diocesano: atto di governo episcopale ed evento di comunione. Aspetti canonistici,  di Vito Mignozzi, Il Consiglio pastorale diocesano e parrocchiale e di Livio Tonello, Sinodalità e Consigli pastorali diocesano e parrocchiale. Prospettiva teologico pastorale.

  Si è d’accordo nell’individuare il Consiglio pastorale parrocchiale come uno degli strumenti per imparare e costruire la sinodalità. In effetti uno dei principi organizzativi di qualsiasi consiglio, quindi quando ci si riunisce in consiglio, che, come ricordano gli autori citati, è diverso dal semplice consigliare, è la libertà di espressione del proprio pensiero e il rispetto della dignità altrui, altrimenti è si fa una cosa diversa. E libertà è proprio quello che cercano le persone laiche che vorrebbero impegnarsi attivamente (non vi sono solo loro nella Chiesa, ci sono, ad esempio, quelle che vogliono essere semplicemente guidate). Il problema è che preti e religiosi, non parliamo poi dell’episcopato, non hanno pratica di relazioni di collaborazione con persone libere, innanzi tutto perché non lo sono loro stessi. Quindi, poi, si osserva che la sinodalità basata sui Consigli sta declinando.

  Troppo poche persone sono veramente preparate a praticarla, in particolare sia tra il clero che tra  le persone laiche. Queste ultime hanno imparato, in regime di democrazia, la libertà, ma non a viverla come Chiesa e nella Chiesa. Questo a parte gli ambienti ecclesiali intellettuali, come ad esempio  è il MEIC - Movimento ecclesiale di impegno ecclesiale  e gran parte dell’Azione Cattolica,  dove è centrale la pratica dell’auto-formazione.

 In particolare l’episcopato teme, e a ragione, i processi democratici, che hanno portato alla liberazione delle persone laiche dall’arrogante predominio di una piccola minoranza di patriarchi. E’ arrogante il potere che non ascolta  le altre persone. E’ importante, quindi, che i processi sinodali che l’anno scorso papa Francesco ha tentato di avviare si siano aperti con una fase di ascolto, che però, in genere, non c’è stata. Si sono solo inscenati incontri di ascolto, nei quali però non ci si è realmente ascoltati ne si è stati ascoltati. Chissà che scriveranno all’esito di questa finzione al segretariato istituito in Diocesi per poi riferire in sede nazionale.

  Il centro della democrazia come oggi la si teorizza e la si pratica non è il principio di maggioranza - infatti le questioni più importanti non sono decise a maggioranza ma occorre il consenso totalitario, come sul principio di uguaglianza - ma la dignità sociale e individuale delle persone: essa si attua attraverso un sistema di limiti ad ogni potere, perché ogni potere (teoricamente) senza limiti vessa, umilia, le altre persone. Naturalmente il principio maggioritario è importante, perché è umiliante anche dover semplicemente  subire le decisioni di una minoranza sulle questioni essenziali della vita, senza che ciò sia giustificato da una particolare competenza implicata nelle decisione, ma, ad esempio, solo dal fatto di essere stati investiti di quel potere mediante un certo rituale liturgico. Bisogna chiarire su questo: non è in questione il potere in sé, che può essere variamente distribuito in una società a seconda delle situazioni e delle decisioni da prendere, quello di un comandante militare non è lo stesso, ad esempio, di quello di un presidente di un’associazione ricreativa, ma il potere senza limiti. Questo  è veramente intollerabile. In democrazia, poi, ogni potere deve mantenere un certo dovere di rendiconto con la base sociale, deve  conseguire una certa legittimazione popolare.

  Ciò posto, gli autori che ho sopra citato, iniziano tutti mettendo in rilevo i problemi che si incontrano in ambito ecclesiale quando ci si riunisce in consiglio. Infatti, poi, la decisione è solo del clero, a tutti i livelli e per qualsiasi tipo di decisione, che si tratti di deliberare un dogma o di stabilire l’orario delle messe domenicali.

  Nonostante questa difficoltà, gli esperti, per ciò che ho capito, sono in genere d’accordo che si debba proseguire sulla via dei Consigli pastorali. In particolare in un famoso studio diffuso il 2 marzo 2018 dalla Commissione internazionale Internazionale, un organismo ausiliario istituito, presso il Dicastero per la dottrina della fede, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa [ https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html ] si raccomanda di rendere obbligatorio  il Consiglio pastorale parrocchiale, come avvenuto nella Diocesi di Roma.

 

3.2.3 La sinodalità nella vita della parrocchia

83. La parrocchia è la comunità dei fedeli che realizza in forma visibile, immediata e quotidiana il mistero della Chiesa. In parrocchia si apprende a vivere da discepoli del Signore  all’interno di una rete di relazioni fraterne nelle quali si sperimenta la comunione nella diversità delle vocazioni e delle generazioni, dei carismi, dei ministeri e delle competenze, formando una comunità concreta che vive in solido la sua missione e il suo servizio, nell’armonia del contributo specifico di ciascuno.

84. In essa sono previste due strutture di profilo sinodale: il Consiglio pastorale parrocchiale e il Consiglio per gli affari economici, con la partecipazione laicale nella consultazione e nella pianificazione pastorale. Appare in tal senso necessario rivedere la normativa canonica che attualmente soltanto suggerisce la costituzione del Consiglio pastorale parrocchiale rendendola obbligatoria, come ha fatto l’ultimo Sinodo della Diocesi di Roma. L’attuazione di una effettiva dinamica sinodale nella Chiesa particolare chiede inoltre che il Consiglio pastorale diocesano e i Consigli pastorali parrocchiali lavorino in modo coordinato e siano opportunamente valorizzati.

 

  Com’è però che nella nostra parrocchia, nella Diocesi di Roma,  il Consiglio pastorale parrocchiale da anni non si riunisce? Beh, si potrebbe dire che anche i preti hanno imparato a disobbedire, come hanno fatto le persone laiche. Ma per queste ultime la disobbedienza è in genere una scelta di libertà, mentre non convocare il Consiglio pastorale parrocchiale è una scelta contro la libertà. Significa eliminare anche questa forma embrionale di codecisione. E’ accaduto però non arbitrariamente, devo riconoscere,  ma per una ragione, nella nostra parrocchia: perché quando ci si riuniva emergevano brutalmente le radicali divisioni tra di noi e il lavoro era poco produttivo. Atteggiamenti fondamentalistici rendevano l’esperienza in Consiglio, per come mi è stato riferito, un’esperienza  forte, diciamo così. Così però la nostra vita sociale di fede ne è risultata impoverita, e, così com’è, poco attraente per chi non vuole rinchiudersi in riserve religiose senza nemmeno provare a interagire con ciò che c’è intorno. Ma direi meglio: inutile.

  In una società civile in cui è consentita la partecipazione in condizione di libertà al governo delle istituzioni, e negli ultimi anni si è vissuta una vera rivoluzione in questo campo, si fa a meno di  farsi umiliare in una Chiesa-stato che non tollera la libertà, strutturata ancora come un impero feudale, nel quale non si ha alcun diritto sociale e per ogni cosa bisogna attendere il prete. Una Chiesa che, nel clero e religiosi, è talvolta spietata verso certe situazioni di sofferenza personale e ancora pratica quello che la teologa Simona Segoloni Ruta, nel suo contributo nel libro che ho citato, definisce gender system, un sistema di pesante, crudele, del tutto ingiustificata, discriminazione maschilista verso le donne.  

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli