domenica 6 marzo 2022

Sinodalità – conflitto – guerra

 Sinodalità – conflitto – guerra



Mohāndās Karamchand Gāndhī, detto  Mahatma Grande anima (1869-1948), capo politico e spirituale in India fino al suo assassinio, il quale teorizzò e praticò la nonviolenza come forma di lotta politica alternativa alla violenza e anche alla guerra

 

1. Dodicesimo giorno di guerra.

 Da dodici giorni, una guerra, una vera guerra, uccide e distrugge in Europa, non lontano da noi, e il rischio di esservi trascinati dentro è molto alto.

  E’ una cosa nuova, questa, di contare il tempo di guerra in giorni. Forse è perché alla guerra non siamo più abituati e ci aspettiamo che finisca presto. In Europa, e praticamente solo in Europa, la si pensa così in quanto in tutte le  nostre culture è  penetrata l’idea della insensatezza della guerra e, soprattutto, delle ragioni che si costruiscono per indurre i popoli a combatterle. Si è visto che una convivenza pacifica è più conveniente e che, una volta che la si sia attuata, le cosiddette ragioni  delle guerre svaniscono. L’Unione Europea integra non solo stati, ma popoli  che per due millenni si erano aspramente combattuti, da ultimo nelle guerre continentali  del Novecento, che in realtà ormai gli storici considerano un’unica grande  guerra in due fasi, svoltesi tra il 1914 e il 1945, con una specie di coda, la guerra fredda,  finita nel 1991, con la fine dell’impero sovietico, per cui il Novecento venne detto, dallo storico inglese Eric Hobsbawm secolo breve, perché caratterizzato dagli eventi tra il 1914  e  il 1991, quindi dalle sue guerre.

  In realtà, un’antica sapienza avverte che è insensato contare i tempi di guerra  a giorni.  Nonostante che la strategia bellica sia ormai insegnata, dall’Ottocento, come una vera scienza, con una tecnologia corrispondente organizzata come arte militare, discipline che nel complesso costituiscono gli insegnamenti delle scuole di guerra, le guerre si sono dimostrate sempre largamente imprevedibili, perché dominate da emozioni, ed emozioni collettive soprattutto, che sfuggono alla razionalità, come ogni cosa quando riguarda la morte. Insieme alla vecchiaia, alla denutrizione, lo sfinimento per il lavoro pesante, gli infortuni sul lavoro e alla malattia grave, la guerra infatti è tra le principali cause di morte, ma, in particolare, lo è, insieme alla denutrizione, al lavoro cattivo  e alla  malattia grave, per i più giovani.   Questi ultimi sono quelli che hanno più da perdere in una guerra, perché hanno vissuto meno e perché, sono, come si dice, carne da cannone: la guerra la combattono (ancora) loro.   L’età massima per essere inquadrati nelle truppe scelte, oggi dette anche  forze speciali, è di solito fissata sui quarantacinque anni (limite di età che era previsto per il servizio militare di leva in Italia), anche se in genere si può essere mobilitati fino verso ai sessanta. 

  Dal Novecento le guerre coinvolgono tutti i popoli  dei regimi che si combattono, mentre in precedenza erano essenzialmente cose da militari, anche se potevano coinvolgere pesantemente l’altra gente nel corso dei saccheggi e dei bombardamenti. In una guerra di popolo, il regime che conduce gli eventi bellici chiede od ordina a tutti di contribuire ad ammazzare e distruggere, fin dalla più tenera età. Nessuno si può esimere e della guerra fa parte anche la mobilitazione dell’informazione pubblica, per cui il regime controlla anche le notizie che circolano  e ammette solo quelle che sono utili a consolidare lo spirito bellico. Allora in tempo di guerra la manifestazione pubblica del dissenso non è più ammessa, accade ora nella Federazione Russa e nella Repubblica di Ucraina, i regimi che controllano gli eventi bellici in Ucraina, dopo l’invasione da parte dell’esercito della Federazione Russa dallo scorso 24 febbraio. Comunemente però si dice che la guerra è tra gli ucraini e i russi, perché anche questa viene condotta come guerra di popolo, e naturalmente il popolo ucraino è attualmente molto più coinvolto di quello russo, ma anche quest’ultimo risente della guerra, innanzi tutto per le limitazioni pesanti alla libertà di riunione e di manifestazione del pensiero, e poi per gli effetti economici del conflitto, oltre che per i molti morti e feriti che sta provocando tra i militari russi impegnati nelle operazioni belliche dell’invasione.

 La Presidenza della Federazione russa vive la guerra in Ucraina anche come un conflitto per contenere l’espansione ad oriente della coalizione tra i nord-americani e gli europei occidentali che si costituì nel 1949, in forza di un trattato che le dà ancora il nome, N.A.T.O. – Organizzazione Trattato dell’Atlantico del Nord,  essenzialmente in funzione di contenimento dell’espansione dell’Unione Sovietica, della quale all’epoca la Federazione russa era una delle principali componenti, anche se i principali capi dell’Unione furono il georgiano  Iosif Vissarionovič Džugašvili   detto Stalin – Uomo d’acciaio, che regnò dal 1922 al 1953, anno della sua morte) e gli ucraini   Nikita Sergeevič Chruščëv (Krusciòf), che regnò dal 1953 al 1964, e Leoníd Il'íč Bréžnev (Brièscnief), il quale regnò dal 1964 al 1982, durante il cui regime l’Unione sovietica raggiunse il maggior grado di influenza politica nel mondo.

 La Repubblica di Ucraina, la quale nel 1991, con la Repubblica di Bielorussia e la Federazione Russa, costituì la Comunità degli Stati Indipendenti, organizzazione di cooperazione tra stati che erano stati federati nell’Unione Sovietica dalla quale di fatto la Repubblica di Ucraina si sganciò nel 2018, vive l’attuale invasione come una guerra per realizzare completamente la sua indipendenza  dalla Comunità degli Stati Indipendenti progressivamente sempre più egemonizzata dalla Federazione Russa. Negli ultimi anni ha intensificato le relazioni politiche con l’Unione Europea, nella quale il suo governo vorrebbe federarla, così come vorrebbe portarla ad aderire alla N.A.T.O. in quanto la storia contemporanea ha dimostrato che solo disporre di armamento nucleare o allearsi con chi ne dispone mette i regimi politici al riparo delle aggressioni dall’estero.  

 Dunque non sono in ballo solo due sistemi politici, quello della Federazione Russa e quello della Repubblica dell’Ucraina, ma due blocchi, quello russo  e quello occidentale, egemonizzato attualmente da statunitensi e britannici. Il rischio, stimato molto grave tra esperti e tra i governi dei due blocchi, è che la guerra attualmente in corso in Ucraina coinvolga anche gli Occidentali, sciagura che si riuscì ad evitare per tutta la guerra fredda  combattuta con l’Unione Sovietica, che non divenne mai calda.

  Va osservato che tra il 2016 e il 2019 la Gran Bretagna uscì pacificamente dall'Unione Europea, nella quale era entrata nel 1973, mentre la separazione dell'Ucraina dalla Comunità degli Stati Indipendenti, che aveva contribuito a costituire nel 1991 e dalla quale aveva receduto nel 2018, è stata tra le cause del conflitto in corso.

  In questo contesto, poiché una guerra di quel tipo sarebbe organizzata come guerra tra popoli, anche se decisa da un lato dagli stati più influenti nella N.A.T.O. e dall’altro dal governo della Federazione Russa,   anche in Occidente l’informazione è attualmente pesantemente condizionata, anche se non con metodi autoritari come nella Federazione Russa. Tutto porta a presentare come plausibile  una guerra tra la N.A.T.O.  e la Federazione Russa, e i suoi alleati: plausibile  significa accettabile  in certe condizioni. Durante la guerra fredda,  invece, concordavano nel non ritenerla plausibile.

  Bisognerebbe schierarsi, si sostiene, o con l’Ucraina o con la Russia, perché la prima è l’aggredita e la seconda ha aggredito. Dire di scegliere la pace sarebbe vile e ipocrita. Reagire richiede di farlo come N.A.T.O. perché altrimenti non si avrebbe la forza sufficiente per farlo, in particolare occorre disporre dell’immane forza distruttiva dell’armamento nucleare statunitense, per essere pronti a reagire all’impiego di armi nucleari da parte dei nemici. E’ possibile che non si vinca la guerra, ma, comunque, bisognerebbe  infliggere ai nemici quante più perdite possibile, in modo da indurli a chiedersi se, visto il prezzo politico, economico e morale, ne sia valsa la pena. E poi per scoraggiarli dal ripetere analoghe aggressione, ad esempio contro la Moldavia (la quale per altro fa parte della Comunità degli Stati Indipendenti), la Georgia (che già fu aggredita dalla Federazione Russa nel 2008, e negli stati detti Baltici, perché si affacciano sul Mar Baltico, vale  a dire  le Repubbliche di Lituania, Estonia, Lettonia, che, resesi indipendenti dal 1918 dall’Impero Russo,  invase dall’Unione Sovietica nel  1939, rimasero come federate nell’Unione fino al 1991, e successivamente, nel 2004,  furono ammesse nella N.A.T.O e nell’Unione Europea. 

  Non scegliere tra Ucraina  e Russia  sarebbe come chi, negli anni ’70, sosteneva di essere né con lo Stato né con le Brigate rosse  (organizzazione terroristica di ideologia marxista leninista).

  “Se si è contro la guerra è contro chi la fa che bisogna manifestare”, si scrive.

   Le argomentazioni che ho appena riassunto le ho tratte dall’articolo di Antonio Polito pubblicato sul Corriere della Sera di ieri 5 marzo 2022  con il titolo “Né con Putin né con la NATO. Quelli che non scelgono.

  Leggo in quel pezzo:

«La guerra non l’hanno cominciata loro [gli ucraini]. E anche  se, adesso che sono stati invasi, combattono per la libertà, negargli questo diritto ci costringerebbe a riscrivere tutti i libri di storia delle nostre scuole, e condannare Mazzini e Garibaldi e le tre guerre di indipendenza, e pure il poeta Byron che andò a battersi e morire per la libertà della Grecia, e strappare centinaia di pagine sulla autodeterminazione dei popoli.»

 Adesso c’è chi vorrebbe imporre agli ucraini, gli aggrediti, l’onere di fare la pace, scrive Polito,  che invece dovrebbe gravare sugli aggressori, in merito osserva:

«Ma quel che più preoccupa è che il tentativo di invertire l’onere della pace non si limita ai talk show. Se ne sente per esempio l’eco anche nel movimento che oggi scende in piazza a Roma con la Cgil. L’altra sera abbiamo ascoltato Maurizio Landini a Tg2 Post sostenere, con la sua abituale foga, che “noi dobbiamo essere contro questa guerra” ed evitare la Terza guerra mondiale che dice Biden”, e che perciò invece di mandare le armi, perché “non si risponde alla guerra”, “bisogna che scenda in campo l’ONU”. Intendiamoci: ottima idea, e lodevoli intenti. M chi è che impedisce all’ONU di scendere in campo, se non la Russia che ha posto il veto  in Consiglio di Sicurezza sul cessate il fuoco? E giustamente, dal suo punto di vista, visto che è il Paese aggressore. Il difetto di queste posizioni “neutraliste”, che hanno portato la CISL [favorevole alle forniture di armi agli ucraini] a non aderire alla manifestazione, sia proprio nel mettere sullo stesso piano aggredito e aggressore.».

 Per ora non prendo in esame quelle obiezioni all’idea di essere contro la guerra e non solo contro una delle parti in guerra, anche se sia l’aggressore, per lasciarvi il tempo di rifletterci sopra. Non si tratta di argomenti pretestuosi, anche se ci spingono verso la guerra.

   Vi invito a inserire nei vostri ragionamenti anche questa considerazione: come mi insegnarono fin fa piccolo, una guerra tra superpotenze con l’impiego di armi nucleari, impregnando per secoli di radioattività la terra e comunque producendo devastazioni quali mai la guerra ha determinato nella storia dell’umanità, porrebbe fine alle nostre vite a prescindere da chi della guerra potesse essere considerato vincitore, sarebbe l’equivalente del grande meteorite che verosimilmente 65 milioni di anni fa causò l’estinzione dei dinosauri.

2. La guerra e la fede religiosa. La sinodalità.

  Mi hanno molto impressionato le scarse e inefficaci reazioni dei nostri vescovi, e dello stesso Papa, al  problema della guerra che si è creato in questi giorni. Probabilmente ha sorpreso anche loro. E’ una guerra tra popoli che si dicono cristiani. Il popolo russo e quello ucraino sono tornati in gran parte ad esserlo dopo la fine dell’ateismo di stato che vigeva in Unione Sovietica, nella quale non fu certamente praticata la libertà religiosa proclamata nella sua Costituzione. Nei popoli in guerra i rispettivi preti benedicono i combattenti, come si usò fare nelle guerre mondiali del Novecento e come tuttora si usa fare dovunque, anche se i cattolici e altre denominazioni cristiane hanno progressivamente sviluppato un’idea di pace che ha reso obsoleto e insensato quel costume.

  A volte si sostiene, con fondamento biblico, che la pace sorge dalla giustizia, per cui prima  si deve fare giustizia e poi  ne conseguirà la pace, ma, certo, per questa via la pace si è rivelata estremamente problematica. In Europa si è conquistato un lungo periodo di pace, interrotto negli anni ’90 dalle efferate guerre combattuto nei Balcani, durante la dissoluzione della comunista Federazione Jugoslavia, e ora dalla guerra in Ucraina, considerando che la pace è un elemento della giustizia e che, quindi, costruire la pace  è già un’opera di giustizia. Questo richiede di partire dal capire le cause dei conflitti, ancor prima di trattare su ciò che è giusto. In quest’ottica, fare guerra è un’ingiustizia  a prescindere dai motivi per cui la si fa.

  Di questi tempi siamo impegnati a sviluppare una sinodalità ecclesiale di popolo, vale a dire totale, che riguarda tutti  e ogni espressione della vita di fede. Nella Chiesa cattolica, universale  per definizione, la sinodalità, legata all’affermazione dell’agàpe  evangelica, proprio perché comprende tutti  e quindi tutti i popoli del mondo, implica anche la sconfessione della guerra, che nondimeno storicamente si è praticata ampiamento e anche per motivi religiosi. Si tratta, quindi, di un ripudio e il ripudio della guerra contenuto nell’art. 11 della nostra Costituzione origina proprio anche dal pensiero cristiano democratico. Si ripudia ciò a cui si è stati molto legati. Per i cattolici è stata una conquista piuttosto recente, che si è manifestata in modo molto eclatante nei radiomessaggi  diffusi tra il 1942 e il 1945 con il quale il Papato ha ordinato di costruire un ordinamento internazionale e nazionale che portasse alla pace, e, in modo ancor più eclatante, nell’enciclica La pace in terra, diffusa nel 1963 dal papa Giovanni 23°.

  Naturalmente il fare pace parte da molto più vicino a noi, anche dalle nostre comunità di prossimità, come è la parrocchia. In effetti anche qui troviamo divisioni piuttosto radicate e dure, per le quali si diffida gli uni degli altri e anche ci si scontra. Anche qui, in ogni controversia che poi sia sfociata a vie di fatto, possiamo di solito individuare un aggressore e un aggredito, ma qual è il comando evangelico che dovrebbe animarci? Fare agàpe anche con i nemici.

 

κούσατε τι ρρέθη· γαπήσεις τν πλησίον σου κα μισήσεις τν χθρόν σουγ δ λέγω μν, γαπτε τος χθρος ⸀ὑμν κα προσεύχεσθε πρ τν διωκόντων μς

 

Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano.

[dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 5, versetti 43 e 44 - Mt 5,43-44 - versione in italiano TILC]

«il termine agàpe significa che ciascuno pensa a partire dall’altro, che ciascuno cerca di scoprire quello di cui l’altro ha bisogno e di aiutarlo in maniera corrispondente (Gerard Lohfink, Il Padre nostro

  E con questo vi lascio. In questo giorno di domenica, dedicato all’agàpe  con il Signore, cerchiamo di riflettere secondo il vangelo sul problema della guerra e le vie della pace, questo il titolo di un bel libro del filosofo Norberto Bobbio che nei prossimi giorni userò nelle mie riflessioni.

 Per capire,  innanzi, tutto le cause della guerra  in corso.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli