sabato 12 marzo 2022

Le vie della pace. Popoli e sinodalità

 

Le vie della pace. Popoli e sinodalità

 


Il popolo com'è



Il popolo  come lo si immagina nella nostra religione


   L’idea di popolo  ha natura politica, vale a dire che ha a che fare con il governo delle società. Essa è molto antica e la troviamo espressa anche nella Bibbia. Come quasi tutto ciò che è molto antico, è anche imprecisa. Dall’Ottocento abbiamo una scienza che studia i popoli, la sociologia, e, dal suo punto di vista, appunto, essi non esistono: la socialità umana crea relazioni che realisticamente possono essere descritti come gruppi  che, fluttuando nell’ambiente, si stratificano, vale a dire si accostano, si intersecano, si pongono uno sopra l’altro. Il governo della società risulta dall’insieme di queste relazioni alle quali tentano di dare coerenza i gruppi che, stratificandosi, riescono ad esprimere una egemonia, dettando una linea di condotta alla quale gli altri, per vari motivi, si adeguano. Questa è la politica che, dal punto di vista dell’assetto della stratificazione sociale, può essere vista come ordinamento, quindi come istituzione. Le istituzioni sono molto importanti perché, apprendendole, e questo è un aspetto molto importante della formazione dei giovani, impariamo a decidere che fare  in modo da poter sopravvivere nell’ambiente sociale in cui ci siamo trovati immersi.

 

[da Peter L. Bergher, I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo, EMI 2017]

       Gli esseri umani, rispetto ad altri mammiferi, hanno un repertorio  relativamente esiguo di istinti che dicano loro che fare. Già prima molto prima dell’avvento della modernità questo dato di fatto biologico costringeva l’individuo umano a riflettere e scegliere. Ma se l’individuo avesse dovuto operare una scelta ogni volta prima di intraprendere un’azione, sarebbe stato sopraffatto dall’indecisione […]

  Per compensare l’esiguità degli istinti umani, sono state sviluppate l istituzioni. Le istituzioni forniscono linee di azione  che gli istinti non riescono a fornire. In altre parole tracciano un’area di stabilità in cui l’individuo può agire quasi automaticamente e senza molta riflessione, e nello stesso tempo liberano un’altra area in cui l’’individuo è libero di compiere scelte. Gehlen [Arnold Gehlen, filosofo sociale tedesco vissuto tra il 1904 e il 1976] chiama queste due zone, rispettivamente, lo “sfondo” e il “primo piano” della vita sociale umana. Lo sfondo è fortemente istituzionalizzato, il primo piano e deistituzionalizzato; lo sfondo è il regno del destino; il primo piano quello delle scelte.

  Konrad Lorenz, lo zoologo che ha creato la disciplina della “etologia”, era particolarmente  interessato a quei fenomeni che egli dominava “inneschi”: gli stimoli che fanno scattare il tale o talaltro istinto nella coscienza e portano al comportamento appropriato. Le femmine dei mammiferi hanno l’istinto di nutrire la loro prole appena nata. Lorenz voleva scoprire l’innesco che provocava tale comportamento nutritivo in una particolare specie di uccelli, le cosiddette oche grigie, che egli studiò per parecchi anni. Cercò di riprodurre l’innesco in modo che una mamma oca desse da mangiare a lui. Scartò gli inneschi visivi, costituiti da vari segnali fisici. Concluse che l’innesco era uditivo, un particolare suono cinguettante. Quando l’oca madre sente questo suono, scende in picchiata ad alimentare i piccoli.

  Alla fine Lorenz riuscì a farsi nutrire.

  L’esperimento venne anche immortalato in un film che mostra lo zoologo, un uomo grosso e barbuto, cinguettare alacremente. Di sicuro mamma oca non poteva averlo scambiato per un suo pulcino, ma aveva udito il suono cinguettante e si era precipitata ad alimentare l’omone che aveva prodotto correttamente l’innesco. Un modo per spiegare il concetto geheleniano delle istituzioni è presentarle come inneschi artificiali.

 

 L’idea di popolo  è una delle principali istituzioni. Questo significa che è una costruzione sociale, anche nelle istituzioni religiose, anche quando parliamo di Popolo di Dio. In particolare, quest’ultimo è un concetto con valore teologico, quindi che serve  per esprimere la nostra fede religiosa.

   Dall’Ottocento si è costruito poi il mito  della nazione, come popolo  reso tale dalla natura, legato, per natura, a un certo territorio. Si sarebbe popolo  allo stesso modo in cui si ha una certa faccia, una certa conformazione del viso, o un certo colore della pelle. Come le caratteristiche fisiche vengono trasmesse per via genetica, di generazione in generazione, così sarebbe anche per l’essere popolo. Il legame con il territorio è anche espresso con il mito delle radici. Come le piante sono infisse nel terreno con le radici e ne traggono nutrimento, così sarebbe per gli umani. Trapiantati altrove non potrebbero sopravvivere: questa convinzione ha natura mitologica, sia per gli umani che per le piante, ma in particolare per gli umani. Dall’idea di popolo-nazione  radicato su un territorio deriva anche il mito del diritto di un certo popolo-nazione  a possedere  in via esclusiva un certo territorio. Il mito  è una narrazione immaginifica che serve a spiegare il senso delle istituzioni, radicandole  nella psicologia della gente e quindi consolidandone il potere. In realtà l’esperienza plurimillenaria delle migrazioni dimostra che  non siamo radicati  in un territorio e che lo stanziamento di società umane sul territorio dipende da fenomeni di stratificazione sociale, per i quali può consolidarsi, ma anche decadere. Le società cambiano e anche si spostano e da questo derivano anche mutamenti nelle idee e nei miti sul popolo. Ogni cultura istituzionale individua con una certa arbitrarietà il suo popolo e, se ha successo, la gente vi si identifica. Gli ordinamenti religiosi non fanno eccezione. Quando, nel 1787 a Philadelphia, i delegati della Costituente approvarono la Costituzione degli Stati Uniti d’America che si apre con “We the People of the United States  - Noi il Popolo degli Stati Uniti”, essi avevano del popolo  un’immagine molto diversa da quella che oggi hanno i membri del Congresso e del Senato degli Stati Uniti, perché questi ultimi sono diventati nella loro storia una società fortemente multi-etnica e pluralista. Anche per l’Italia e per la nostra Chiesa è lo stesso. Per quest’ultima, in un certo senso, si sta tornando alla situazione vissuta nel Quarto secolo, quando originarono le sue istituzioni fondamentali e la corrispondente teologia e si viveva in un impero mediterraneo multi-etnico e fortemente pluralista.

  Ai tempi nostri, in particolare nel corso dei cammini sinodali  che si sono aperti nello scorso ottobre, si parla di riforma ecclesiale  e di Popolo di Dio, nel senso che si vorrebbe che la riforma partisse  del Popolo di Dio. In effetti la prima riforma è stata proprio questa: l’idea che un popolo  possa esprimere una riforma. In realtà l’idea di popolo  fa parte della riforma perché ogni riformatore costruisce  il suo popolo. E così infatti è stato: si è costruita  l’idea di un popolo riformatore.

 La sinodalità, per come è descritta nel pensiero di papa Francesco, che in questo contesto è “il”  riformatore, è la procedura per la quale dovrebbe attuarsi una riforma popolare,  insieme dell’essere popolo  e del modo di governare a partire da quell’essere popolo, o, come si suole dire oggi, dal basso. Si parla di sinodalità perché, con questo, si è in una fase antecedente a quella propriamente democratica, che si ha quando l’essere popolo  si è stabilizzato in una certa forma istituzionale, con correlati miti. In questa fase la decisione fondamentale  è di rimanere uniti, vale a dire solidali, accada quel che accada,  quindi a prescindere dalla forma che in concreto si darà all’essere popolo. Questo significa anche accettare un ordine pacificato del processo di formazione della riforma-popolo, sospendendo le lotte di potere. Queste ultime sono l’altra via per la riforma delle società: in essa l’essere popolo  viene imposto e la costruzione del popolo si fa dall’alto, senza sinodalità, mediante imposizione, come risultato di un conflitto all’esito del quale, nello stratificarsi della società, emerge un gruppo sugli altri e detta la legge  dell’essere popolo. In questo caso la pace che si riesca a raggiungere non è frutto sinodale, ma del successo del gruppo dominante, non precede, ma segue la riforma. Nella via sinodale la pace è invece la condizione dell’avvio del processo. Questa condizione non è attualmente ancora raggiunta nel cammino sinodale  della nostra Chiesa, che quindi fatica a partire.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli