mercoledì 9 marzo 2022

Le vie della pace. Insensatezza del cristianesimo incapace di fare agàpe con il nemico

 

Le vie della pace. Insensatezza del cristianesimo incapace di fare agàpe  con il nemico

 

 

  Nel bel mezzo del cammino sinodale aperto in tutto il mondo dalla nostra Chiesa, ci è toccato fronteggiare il problema di una concreta minaccia di una guerra continentale europea.

  Era cosa imprevedibile? Senz’altro no, non lo era. L’analisi storica dimostra che non lo era.

  E tuttavia gli eventi ci hanno colti impreparati. È successo al Papa e agli altri vescovi, ma anche a tutti noi, sapienti e non. anziani e giovani, e anche religiosi  e non religiosi. In questi frangenti mi pare che la religione non faccia la differenza.

  Rapidamente si sta costruendo  il nemico, che ha l’immagine del presidente della Federazione Russa Vladimir Vladimirovič Putin, ma che presto assumerà i connotati più generici del Russo, inteso come tutti i popoli della sterminata Federazione Russa, e allora, quando non si sarà più capaci di distinguere tra un popolo e i suoi capi politici, quando questi ultimi saranno considerati gerarchi del Male e non come contingente manifestazione di un assetto politico venuto a galla sfruttando le opportunità del momento, ma che potrebbe cambiare per dinamiche interne, allora sarà la fine.

  La guerra continentale diventerà non solo plausibile, come non lo era mai stata in Europa del 1945, a differenza che negli Stati Uniti d’America, che non hanno mai avuto pace fin dalla loro fondazione, ma anche ineluttabile, perché sembrerà che non vi sia altra via per risolvere le controversie con la Federazione russa che la guerra, e questo nonostante la stretta integrazione continentale con i russi, tanto che le sanzioni che stiamo imponendo loro porteranno anche noi al disastro economico, ad una Grande Depressione, come avvertono gli economisti.

  La differenza tra la guerra combattuta in questi giorni in Ucraina e una guerra continentale è che ora le distruzioni delle città riguarda solo l’Ucraina, mentre nel caso di estensione del conflitto riguarderebbe tutta l’Europa. Ora, però, i civili ucraini non combattenti hanno potuto rifugiarsi in Europa occidentale, ma se tutta l’Europa fosse teatro di guerra noi e loro non avremmo più alcun posto dove rifugiarci, a meno di essere disposti a emigrare in altri continenti, proprio come facevano i disperati che fino  a pochi giorni fa tentavamo di respingere alle nostre frontiere.

  E non bisogna illudersi che non sarebbero usate le armi nucleari, perché non lo credono i capi della due superpotenze che guiderebbero i popoli in guerra, che ne hanno a disposizione migliaia.  L’equilibrio del terrore che caratterizzò la cosiddetta guerra fredda tra il 1945 e il 1991 (a cui seguirono le guerre balcaniche  combattute negli anni ’90 nel processo di dissoluzione della Federazione Jugoslava), era basato su questa radicata convinzione: non poteva essere combattuta una guerra tra il blocco  egemonizzato dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Sovietica (i russi  di allora), perché, scoppiata la guerra, si sarebbe impiegato l’armamento nucleare e il mondo intero ne sarebbe stato devastato per secoli. E’ per questo che la guerra mondiale  o continentale  non era considerata plausibile. Se però non lo è più, ed ora non lo è più, allora bisogna capire che l’inevitabilità dell’impiego di devastanti armi nucleari è una concreta minaccia, non più una follia.

  Che cosa è cambiato? Che cosa ci ha cambiati?

 Indubbiamente qualcosa è cambiato, perché dei rischi tremendi di una guerra continentale non si parla più. L’informazione pubblica, da una parte e dall’altra, sembra organizzata a senso unico, per rendere plausibile  e anzi doverosa  la guerra tra occidentali e russi in Europa. “Sarebbe una guerra mondiale”, però, hanno detto prima il Presidente statunitense e poi il Ministro degli esteri della Federazione russa. Se lo dicono all’unisono i governi delle due superpotenze, perché non crederlo?

 O crediamo forse di poter vincere  una guerra continentale? Una guerra così non può essere vinta, perché la mutua distruzione sarebbe assicurata combattendola.

  Oggi gli storici tendono a considerare gli anni dal 1914 al 1945, quelli delle due guerre mondiali combattute a partire dall’Europa, come un’unica stagione di guerra. La pace tornò non quando il nazismo hitleriano tedesco fu vinto, e con esso il fascismi italiani e di altri stati europei che l’avevano affiancato in guerra, ma quando gli europei decisero di dare al continente un assetto economico, sociale e politico che, integrando la Germania e abbandonando i nazionalismi che avevano animato il conflitto, avrebbe impedito la ripresa della guerra. In questo i cristiani democratici ebbero un ruolo fondamentale. Ed è proprio l’eclisse del cristianesimo democratico che mi pare abbia avuto un ruolo negli eventi che di questi tempi ci travagliano.

   La nostra dovrebbe essere la religione dell’agàpe  con il nemico, vale a dire della decostruzione  del nemico. E’ un comando evangelico. Sono parole del Maestro: fate agàpe con i vostri nemici. Non si tratta di teologia venuta dopo, e anche molto dopo, come gran parte di quella secondo la quale per millenni i cristiani si sono ammazzati. E’ questione fondamentale e se non la considera tale la religione vale poco o nulla, e hanno perfettamente ragione i suoi critici liberali e marxisti.

  E’ impressionante l’inefficacia dei sistemi gerarchici dei cristianesimi europei: i pastori non hanno saputo parlare concretamente di pace, quando addirittura non hanno contribuito a spingere alla guerra.

  La via cristiana contro la guerra c’è e si chiama nonviolenza. Faticosamente i cristiani democratici l’hanno inculturata nella nostra Chiesa, ma, come si è visto, è conquista sempre precaria.

 Non basta pregare  o digiunare  per la pace, la pace va costruita  politicamente. Può esserlo solo in un contesto di democrazia avanzata, quella che ingloba diritti sociali fondamentali, e l’immane operazione di accoglienza dei profughi dall’Ucraina, attraverso frontiere che avevamo reso impenetrabili anche agli ucraini, ne è certamente espressione. Non è ancora tutto perduto, in definitiva.

 La nonviolenza viene presentata come vigliaccheria: in questo quadro si avrebbe il dovere  di combattere una guerra continentale. Che invece si abbia il dovere evangelico di non combatterla  i nostri gerarchi, così puntigliosi sulle questioni di tutela della vita, non si sono azzardati a insegnarlo. Ma allora, a che servono?

 Se una guerra non può essere combattuta  perché sarebbe la fine dell’umanità,  è una sciocchezza tutta la pretenziosa teologia sulla guerra giusta  che ancora purtroppo contamina la nostra teologia, a partire dal cosiddetto  Catechismo della Chiesa cattolica, varato proprio nel bel mezzo delle guerre balcaniche, e quindi divenuto rapidamente obsoleto sul punto.

  Lo ha insegnato Aldo Capitini, l’ideatore della Marcia per la pace da Perugia ad Assisi: la nonviolenza è lotta. Ma è lotta che non richiede ed anzi si vieta, di fornire sofisticati strumenti di morte ai combattenti. Per questa via, tra il 1989 e il 1991 si pose fine alla guerra fredda, in cui si fu, si diceva, sempre a circa venti minuti dall’ecatombe nucleare finale.

 Scrisse Capitini in Il problema religioso attuale, 1948:

 

La nonviolenza è guerra anch’essa, o, per meglio dire, lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti , le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata.

[…]

 La non violenza non è soltanto il rifiuto della violenza attuale, ma è diffidenza contro il risultato ingiusto di una violenza passata. Di quanto più di violenza è carico un regime capitalistico o tirannico, tanto più il nonviolento entra in stato di diffidenza  verso di esso.

[…]

  Due grandi nonviolenti  come Gesù Cristo e San Francesco si collocarono  dalla parte degli umiliati e degli offesi. La nonviolenza è il punto di tensione più profonda del sovvertimento di una società inadeguata.

[…]

  La nonviolenza è prova di sovrabbondanza interiore, per cui all’uso della violenza che sarebbe ovvio, naturale, possibilissimo, viene sostituita, per ulteriori ricerca e sforzo, la nonviolenza.

[…]

  Il nonviolento deve essere attivissimo sia per conoscere le ragioni della violenza, per individuare la violenza implicita che si ammanta di legalità e smascherarla impavidamente; sia per supplire all’efficacia dei mezzi violenti con il moltiplicarsi dei mezzi nonviolenti, facendo come le bestie piccole che sono più prolifiche (e anche sopravvivono alle specie delle bestie grandi); sia per vincere l’accusa  e il pericolo intimo che la nonviolenza venga scelta perché meno faticosa e meno rischiosa;  il nonviolento deve portarsi alla punta di ogni azione, di ogi causa giusta, appunto per curare il proprio sentimento che potrebbe stagnare e per farsi perdonare dalla società la propria singolarità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli