martedì 22 febbraio 2022

L’importanza della storia

 

L’importanza della storia

 

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 Della Chiesa si può dare (legittimamente sul piano teologico) una lettura metastorica, che pure può avvalersi della sua storia in chiave apologetica, oppure la si può valutare, in modo antistorico, decontestualizzando e dunque sostanzialmente travisando fenomeni e testi per argomentare la propria avversione: così la storia si fa ancella, nel primo caso della teologia, nel secondo caso dell’ideologia. La storia non ha nulla a che vedere con questi suoi impieghi ideologici; piuttosto la Chiesa che si proclama cattolica, apostolica e romana è un’istituzione che, proponendosi come salvifica in virtù di un fondamento soprannaturale, si è trasformata continuamente nei secoli. La sua trasformazione in un’entità politico-istituzionale che si pone come perno della cristianità occidentale avviene e si compie in età medievale: questo processo è l’oggetto del percorso che si propone.

  Deliberatamente si è adottata una prospettiva di Chiesa-istituzione delineando i modi in cui essa si è andata definendo nei secoli medievali, in collegamento con altre istituzioni non ecclesiastiche. Ad esempio imperi e regni, anch’essi soggetti a metamorfosi persino radicali, sono istituzioni propriamente politiche che tuttavia, in età medievale non sono scevre da componenti sacrali che le legittimano e attraverso le cui caratteristiche si autorappresentano.

  Lo studio della Chiesa in dimensione istituzionale è necessario anche per una piena comprensione della storia religiosa, la quale, per come si è definita nella seconda metà del Novecento, riguarda il sentire religioso,  le esperienze attraverso cui lo si esperimenta e le pratiche con cui lo si manifesta a tutti i livelli della Chiesa e della società. I due termini “ecclesiastico” e “religioso”, che sembrano affini, non lo sono affatto, e della storia ecclesiastica fanno parte molti fenomeni propri della storia della religiosità: ad esempio gli ordini religiosi sono istituzioni ecclesiastiche che danno corso ad aspirazioni religiose e che influenzano la vita religiosa dei fedeli; ma essi sono anche, nel loro sorgere e affermarsi, esito e strumento di processi propriamente politico-istituzionali

 

[da Letizia Pellegrini, Storia della Chiesa. 2.L’età medievale, EDB 2020, anche in e-book]

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  La storia della nostra Chiesa non rientra di solito nella formazione di base e neanche in quella di secondo livello, dove si perde tanto tempo in discorsi a sfondo intimistico-spirituale. La formazione degli adulti in genere non si fa, se non nelle poche informazioni che si danno per ammetterli al matrimonio religioso.

  Sui fedeli si riversano però narrazioni pesantemente propagandistiche su ciò che la Chiesa fu ed è, per indurre la gente a seguire ciò che la gerarchia ordina o raccomanda, vale a dire a fini di governo.

  Ai preti e a chi frequenta studi universitari umanistici la storia ecclesiastica viene insegnata realisticamente, ma si tratta di una parte esigua di ciò che ai tempi nostri si è ripreso a designare come Popolo di Dio.

  Certamente la storia della nostra Chiesa contiene molte atrocità, una violenza che oggi non si riesce nemmeno a immaginare se non si hanno tra le mani i libri giusti. Così non di rado, superficialmente, si sogna di tornare al passato, immaginandolo veramente molto migliore di quello che è stato: in realtà è un passato, appunto, immaginato, un neo-passato. In queste fantasie i capi della nostra Chiesa, in particolare i Papi, stanno quasi sempre dalla parte del bene e, di solito, se un capo ci fa una brutta figura è perché si trovò in dissenso con qualche Papa.

  Se si vuole prendere sul serio la sinodalità  che ci viene oggi proposta, con la prospettiva, in definitiva, di una riforma  ecclesiale che si sviluppi dal basso, occorrerebbe, almeno, prendere coscienza di questo:

-la nostra Chiesa come struttura istituzionale e nella teologia che la sorregge e legittima risale al Medioevo, non alle origini, sulla base di trasformazioni culturali attuate a partire dal Quarto secolo, ma poi si è trasformata continuamente, anche se alcune idee fondamentali si sono mantenute; l’idea di una Chiesa – istituzione che è rimasta sempre, come istituzione, una  e la stessa  fin dalla Pentecoste non è realistica;

-il processo di riforma che l’ha investita dagli scorsi anni ’50 la sta lentamente distaccando dalle atrocità del passato, che naturalmente non sono state solo proprie dei cattolici, ma di quasi tutte le denominazioni cristiane storiche (e, anzi, di quasi tutte le religioni storiche, con poche eccezioni);

-in quel processo abbiamo poco da imparare dal passato, in particolare dalla teologia delle istituzioni del passato, anche se da quest’ultima dobbiamo ricavare concetti molto importanti e un certo metodo;

-l’attuale modo di convivenza che sperimentiamo nell’Unione Europea, oggi minacciato dalla guerra che  superpotenze (sedicenti cristiane) stanno inscenando sul  nostro continente, è stato organizzato con il contributo determinante di cristiani che sono stati capaci di sottoporre a critica veritiera il proprio passato alla luce del vangelo, ciò che il papa Giovanni Paolo 2° definì purificazione della memoria; non è quindi qualcosa di anticristiano, come non di rado i nostri fondamentalisti dicono, ma, al contrario, è qualcosa che può esserci utile nella riforma sinodale.

  Le riforme  attuate dalla nostra Chiesa nel passato, almeno fino a quella progettata nel corso del Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, si sono in genere risolte nella rovina di molti. Infatti si concludevano con il lancio di anatemi, solenni maledizioni. Poi si passava a vie di fatto. I documenti deliberati dai saggi del Concilio Vaticano 2° sono i primi che, nella storia della Chiesa, non li contenevano. Quello che dovremmo cercare di attuare oggi è una riforma non contro  qualcuno, contro una Chiesa sbagliata  secondo certe fantasiose definizioni, ma per consentire a tutti  di vivere nella Chiesa come a casa propria secondo l’agàpe  evangelica. Perché il comando è di amarsi gli uni gli altri, mostrandoci benevoli, solidali, misericordiosi, non gelosi del nostro ma disposti a dividerlo con gli altri. E’ la politica del Samaritano della parabola, che non a caso il Papa ha posto a fondamento della sua ultima enciclica sociale Fratelli tutti, del 2020 (teniamola sempre presente nei cammini sinodali  in cui siamo impegnati).

  Sembra una cosa ovvia, ma la storia ecclesiastica dimostra che non lo è mai stata e che non è nemmeno stata facile da attuare, anche quando lo si è voluto.

  Costruiamo dunque la sinodalità parrocchiale, che è quella alla nostra portata, come quando, nella festa del nostro San Clemente romano, organizziamo per dare da mangiare e far divertire quelli che abbiamo invitato, cercando di fare in modo che trascorrano ore liete insieme a noi, prevedendone gusti ed esigenze e apparecchiando come si deve.

  La perfetta letizia di cui parlava Francesco d’Assisi…

  Anche questa è alla nostra portata, sembra, malgrado tutta la malvagità che c’è in giro tra noi, come insegnò quel santo.

 

  In una fredda e ventosa giornata d’inverno, San Francesco d’Assisi e frate Leone erano sulla strada che da Perugia portava a Santa Maria degli Angeli. Frate Leone chiese a Francesco:

“Padre, te lo chiedo nel nome di Dio, dimmi dove si può trovare la perfetta letizia”.

E san Francesco gli rispose così:

“Quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà:

Chi siete voi?

E noi risponderemo:

Siamo due dei vostri frati.

E Lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte.

Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello (…) scrivi che questa è perfetta letizia.

E se noi costretti dalla fame, dal freddo e dalla notte, continuassimo a bussare piangendo e pregando per l’amore del nostro Dio il frate portinaio perché ci faccia entrare, e lui ci dirà:

Vagabondi insolenti, la pagherete cara.

E uscendo con un grosso e nodoso bastone ci piglierebbe dal cappuccio e dopo averci fatto rotolare in mezzo alla neve, ci bastonerebbe facendoci sentire uno ad uno i singoli nodi.

Se noi subiremo con pazienza ed allegria pensando alle pene del Cristo benedetto e che solo per suo amore bisogna sopportare, caro frate Leone, annota che sta in questo la perfetta letizia. Ascolta infine la conclusione, frate Leone: fra tutte le grazie dello Spirito Santo e doni che Dio concede ai suoi fedeli, c’è quella di superarsi proprio per l’amore di Dio per subire ingiustizie, disagi e dolori.

[Dai Fioretti  di Francesco d’Assisi]