martedì 25 gennaio 2022

Ripubblico - Costruire la città dell’uomo come dovere religioso (12 novembre 2012)

 

 Ripubblico


Costruire la città dell’uomo come dovere religioso

(12 novembre 2012)

 

[…]

APPELLO FINALE

Cattolici

81. Noi scongiuriamo per primi tutti i Nostri figli. Nei paesi in via di sviluppo non meno che altrove, i laici devono assumere come loro compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale. Se l'ufficio della gerarchia è quello di insegnare e interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, penetrare di spirito cristiano la mentalità della loro comunità di vita. Sono necessari dei cambiamenti, indispensabili delle riforme profonde: essi devono impegnarsi risolutamente a infondere loro il soffio dello spirito evangelico. Ai Nostri figli cattolici appartenenti ai paesi più favoriti Noi domandiamo l'apporto della loro competenza e della loro attiva partecipazione alle organizzazioni ufficiali o private, civili o religiose, che si dedicano a vincere le difficoltà delle nazioni in via di sviluppo. Essi avranno senza alcun dubbio a cuore di essere in prima linea tra coloro che lavorano a tradurre nei fatti una morale internazionale di giustizia e di equità.

[dall’enciclica Populorum progressio (termini latini. Traduzione: Lo sviluppo dei popoli), del papa Paolo 6°, del 1967]

 

 Considero l’enciclica Populorum progressio, del papa Paolo 6°, pubblicata il 26 marzo 1967, di gran lunga il documento del magistero ecclesiale in materia di dottrina sociale più coinvolgente ed emozionante. Ad essa si è esplicitamente collegato il papa Benedetto 16° nell’enciclica Caritas in veritate [traduzione: l’amore nella verità], del 2009, un altro testo importantissimo.

 Potete leggere la Populorum progressio sul WEB  a questo indirizzo:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum_it.html

  Quando fu pubblicata ne sentii parlare in famiglia, ma ero troppo piccolo (avevo dieci anni) per capirne l’eccezionale rilevanza. Da adolescente, negli anni ’70, ne vissi gli ideali e gli sviluppi, ma non mi curai di conoscerla in dettaglio. Solo da universitario, in FUCI, ne fui come folgorato.  Da allora l’Appello finale che ho sopra trascritto sta fisso nel mio cuore. Rimpiansi di non aver cercato di capire meglio l’anziano papa dei miei anni più giovani, che era da poco morto. Era stato molto criticato, anche tra i suoi. Anch’io avevo avvicinato la sua figura con un po’ di sufficienza, come spesso usano fare i ragazzi con i molto anziani, con le persone che appartengono a un altro tempo. Può sembrare strano oggi, dopo che con il papa Giovanni Paolo 2° ci siamo abituati a folle di giovani che acclamano il papa. Negli anni ’70 era molto diverso. Fu un’epoca che parve molto promettente, ma che fu anche tragica, attraversata da conflitti durissimi e da sconsiderate esagerazioni polemiche. Il papa Montini, fine intellettuale e profondo conoscitore delle cose del mondo, soffriva. Vedeva la Chiesa che sembrava sbandarsi, nei contrasti accesi tra rivoluzionari e conservatori. Intuiva meglio di altri le gravissime conseguenze che potevano derivare dall’affermarsi di ideologie che svalutavano la famiglia come fonte di relazioni amorevoli. Nello stesso tempo resisteva a chi proponeva di cancellare o di neutralizzare l’aggiornamento  ordinato dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Il dolore interiore che traspariva dalla sua figura fu scambiato per incertezza dai conservatori. I rivoluzionari videro in lui un ostacolo al progresso. Eppure egli fu il papa della Populorum progressio. Si pensava che fosse un uomo del passato, di un altro tempo: egli fu effettivamente uomo di un altro tempo, ma del tempo futuro, di questo nostro tempo che stiamo vivendo. Il gigantesco riequilibrio a livello globale tra popoli un tempo poveri e i popoli più ricchi, che caratterizza la nostra epoca, è infatti la manifestazione ancora travagliata e minacciata di un nuovo ordine mondiale che potrebbe realizzare su scala globale l’era di pace sperimentata da noi europei dalla fine della Seconda guerra mondiale. Come per ogni cosa umana questo movimento è suscettibile di regressi e di mutamenti di direzione.  La Populorum progressio ci insegna che è nostro dovere religioso intervenire nella sua storia per evitare che le cose si mettano male.

 Costruiamo sulle parole di Paolo 2° una preghiera, una specie di salmo:

 

Noi laici rispondiamo all’appello:

assumeremo  come nostro compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale;

di nostra libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, al fine di penetrare di spirito cristiano la mentalità delle nostre comunità di vita.

 

Promuoveremo cambiamenti e le  indispensabili delle riforme profonde;

ci impegneremo risolutamente ad infondere in essi il soffio dello spirito evangelico.

Porremo la nostra competenza nella nostra attiva partecipazione, in prima linea, alle organizzazioni ufficiali o private, civili o religiose che si dedicano a  tradurre nei fatti una morale internazionale di giustizia e di equità.

 

 Oggi in genere c’è scarsa consapevolezza della storia ecclesiale che precede quella del papa regnante. E’ come se la morte di un papa chiudesse un’era.

 Quando morì il papa Paolo 6°, il mio zio professore di Bologna, Achille Ardigò, mi portò su Ponte Sisto, qui a Roma, che allora era sovrastato da strutture metalliche, delle passerelle pedonali costruite nell’Ottocento, e, guardando il “Cupolone” mi disse  proprio così “E’ la fine di un’era; ogni morte di papa chiude un’era nella storia della Chiesa”. Con una chiave incise sul parapetto metallico della passerella la frase “E’ la fine di un’era”, perché, ogni volta che fossi passato di lì, mi ricordassi di questo concetto. Ma, circa vent’anni dopo, le passerelle metalliche vennero levate e con esse anche quella frase, che tuttavia mi porto dentro molto chiaramente.

 La Populorum progressio  non è una legge della Chiesa, ma un documento del magistero ecclesiale e contiene insegnamenti particolarmente autorevoli provenendo da un papa. Quel magistero non è stato mai revocato; è quindi ancora attuale e vive nella Chiesa di oggi in vari modi. Quell’enciclica liberò forze potenti nella nostra Chiesa a livello mondiale. In un certo senso costituì una sorta di ordine di esecuzione dei deliberati conciliari. Essa conteneva un appello ai popoli della Terra che non aveva precedenti, in quanto diretto a suscitare a partire da essi stessi un movimento mondiale per la realizzazione nelle società civili di una pace fondata sulla giustizia. In particolare esso coinvolgeva i laici cattolici, con una grandissima apertura di credito nei loro confronti, chiamati ad agire nella storia senza attendere  consegne o direttive dal clero.

 In Italia una delle conseguenze più importanti di quell’appello fu il fondamentale convegno ecclesiale nazionale tenuto a Roma nel 1976 sul tema Evangelizzazione e promozione umana, preceduto da una lunga fase di preparazione in cui tutto il laicato italiano fu coinvolto. Dalla fine degli anni ’60 i concetti di promozione umana e di liberazione cominciarono ad essere affiancati a quello di evangelizzazione, nello spirito della Populorum progressio. Questo segnò una discontinuità nella storia dell’impegno nella storia dei fedeli laici italiani. In precedenza infatti essi erano stati prevalentemente chiamati a un attivismo pubblico in difesa dell’organizzazione del clero, in particolare in difesa delle prerogative dei papi, dei vescovi, dei sacerdoti, degli istituti religiosi e per la tutela del patrimonio della Chiesa, ancora imponente pur dopo le spoliazioni conseguenti all’unità nazionale dell’Italia, in cui il papato era stato tra le monarchie italiane sconfitte.

 Riassumendo molto, si può dire che, a partire dalla Populorum progressio, l’azione per la realizzazione della giustizia sociale venne considerata una forma di evangelizzazione e, anzi, la più efficace tra esse. Si noti, per avere un’idea della cosa, che l’introduzione di quell’enciclica aveva come titolo: “La questione sociale è oggi mondiale”.

 Cercando di dare una valutazione complessiva agli sviluppi della storia ecclesiale negli anni ’70 si deve riconoscere che questa nuova prospettiva non entusiasmò la gran parte dei fedeli cattolici italiani, anche indubbiamente produsse movimenti di tipo nuovo centrati sull’idea di azione sociale per la promozione umana, in particolare per l’elevazione degli ultimi,  e della conversione religiosa come esperienza di liberazione. Non si riuscì veramente a cogliere il nesso tra religione e azione sociale diretta a rimuovere e sostituire strutture sociali ingiuste. Non si trattò (solo) di resistenze nella gerarchia ecclesiale locale, ma di una incomprensione molto più radicata e diffusa. Si possono individuare diverse cause di questo.

  La prima, a mio avviso, per quello che ricordo, fu l’impreparazione del laicato italiano, del quale negli anni ’70 iniziai anch’io ad essere parte attiva. Ricordo che da ragazzo, pur militando negli scout cattolici, in cui quelle nuove idee circolavano molto, conoscevo poco della Bibbia, della storia della Chiesa e dei concetti teologici fondamentali. Per me Chiesa significava liturgie e Sacramenti, i sacerdoti della parrocchia e il papa.

 Una seconda causa è che i cattolici italiani erano stati storicamente abituati, a volte sotto minaccia di esclusione ecclesiale, a dipendere molto dalle direttive dei papi.

 Infine c’era il fatto che la democrazia italiana, che costituiva anche, indirettamente, un presidio per l’organizzazione del clero, era fondata sull’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana. Per realizzarla si era dovuto centrare l’impegno politico sull’interclassismo, del resto sulla base degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa risalente all’Ottocento; tuttavia sulla via della realizzazione della giustizia sociale emergevano conflitti sociali che contrastavano con quell’obiettivo. Essi inoltre erano stati storicamente il terreno dell’impegno politico delle forze socialiste, le quali, benché nell’Ottocento avessero sviluppato punti di contatto con l’azione sociale dei cattolici, già in quel secolo ma soprattutto a partire dalla rivoluzione sovietica in Russia erano state considerate dalla gerarchia cattolica come avversarie della Chiesa. Nell’Italia degli anni Sessanta, essere cattolici significava nella maggior parte dei casi votare democristiano per dovere religioso. La conseguenza era che, se ad un certo punto, per motivi anche religiosi, si era insoddisfatti della politica democristiana, si era tentati dall’abbandonare la Chiesa. Bisogna dire che a questa conseguenza si era tentato di rimediare, intuendo con lucidità i possibili sviluppi storici del Concilio Vaticano 2°, durante la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet (1964-1973). In quegli anni, in cui l’Azione Cattolica era ancora molto forte e diffusa sul territorio, radunando la gran parte del laicato italiano, si cercò di sciogliere il legame di collateralismo  tra l’organizzazione religiosa del laicato italiano e l’organizzazione politica della Democrazia Cristiana, centrando l’impegno religioso sulla formazione delle coscienze e rendendo in tal modo legittimi impegni politici su diversi fronti senza che ne fosse pregiudicata l’appartenenza ecclesiale. I tempi erano tuttavia prematuri. Solo dopo la fine dell’Unione Sovietica, a partire quindi dal 1991, si produsse una situazione simile. In quegli anni si era però già realizzata nella nostra Chiesa la svolta impressa dal papa Giovanni Paolo 2°. Diciamo che con lui l’impegno laicale tornò ad essere molto centrato sulla figura del papa. Il papa Giovanni Paolo 2° ripropose sostanzialmente il modello di impegno storico laicale che era stato sperimentato nella sua Polonia, nel duro confronto con il regime comunista che all’epoca dominava quella nazione. In esso era vista con un certo sospetto l’autonoma azione laicale finalizzata alla realizzazione della giustizia sociale, in particolare in Occidente, in Europa e nell’America latina. In quanto essa tendeva ad entrare in polemica con i regimi democratici dai quali l’Est Europeo attendeva un aiuto per la propria liberazione dal giogo sovietico, veniva vista come oggettivamente controproducente, quando non realmente influenzata dagli storici avversari della Chiesa.

 Noi oggi viviamo in un’era diversa. Conosciamo bene i profondi legami di stima, amicizia e collaborazione tra il papa Giovanni Paolo 2° e l’attuale papa Benedetto 16°. E tuttavia mi pare che, nonostante superficiali considerazioni correnti, l’attuale papato abbia una sua particolare caratterizzazione, che, in particolare, ha portato a riaprire via che sembravano abbandonate. Ad esempio, nell’enciclica Caritas in veritate  (2009) si legge:

esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come « la Rerum novarum dell'epoca contemporanea », che illumina il cammino dell'umanità in via di unificazione.

 Potete leggere l’enciclica Caritas in veritate sul WEB all’indirizzo:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html

 E’ ridiventato quindi di stretta attualità l’appello che il papa Paolo 6° rivolse al mondo, e innanzi tutto ai laici cattolici. Esso riguarda anche noi, del piccolo gruppo di Azione Cattolica in San Clemente papa. Anche noi infatti abbiamo la possibilità di fare qualcosa, nei settori di vita sociale in cui siamo inseriti, ad esempio nella famiglia e nel lavoro, e quindi dobbiamo acquisire consapevolezza della relativa responsabilità religiosa. La Caritas in veritate  ci mette però in guardia: il nostro impegno per la giustizia sociale non deve essere velleitario, deve collegarsi sapientemente con i principi di fede. Innanzi tutto, quindi, bisogna conoscerli meglio. Ecco quindi il senso dell’iniziativa in corso dell’Anno della Fede.

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli