sabato 8 gennaio 2022

Manuale operativo di sinodalità -8- L’organizzazione

 

 


 


 

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Manuale operativo di sinodalità

-8-

L’organizzazione

 

 

 

1.  Sinodalità  è una forma organizzativa. Significa dar modo a tutte le persone di una comunità di fede di partecipare alle decisioni, prendendosi anche la responsabilità di attuarle, dividendosi i compiti. La spiritualità è implicata perché lo scopo di questo processo è la diffusione e la pratica del vangelo, che è nient’altro che fare agàpe: «Il mio comandamento è questo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.» - Αὕτη ἐστὶν ἡ ἐντολὴ ἡ ἐμὴ ἵνα ἀγαπᾶτε ἀλλήλους καθὼς ἠγάπησα ὑμᾶς· - translitterato: àute estìm e emè ina agapate allèlus kathòs egàpesa umàs [Gv 15,12]. Riguarda quindi moventi, metodo e obiettivi. Però, di per sé sola non garantisce il risultato: questo emerge dall’esperienza. In particolare, non basta chiarire un certo quadro teologico: al contrario, in genere è proprio questo che viene ritenuto sufficiente quando si parla di sinodalità nella quale si voglia coinvolgere le persone laiche. Se si vuole effettivamente allargare la partecipazione alle decisioni che riguardano tutti, è evidente che si tratta la sinodalità è un’esperienza di libertà; nella visione clericale della cosa, la si intende invece come legata alla sottomissione gerarchica, per cui si sarebbe sinodali solo nella misura in cui si accetta un quadro ideologico proposto dall’alto e si assente a decisioni che sono già state prese prima di cominciare la sinodalità. Solo in questo modo, infatti, si realizzerebbe ciò che viene indicato come comunione  e, che, così posto, non è nient’altro che totalitarismo.

  La questione centrale della sinodalità è il superamento del totalitarismo clericale. In realtà le persone che non hanno scelto di incatenarsi ad una gerarchia l’hanno già fatto, almeno nelle società occidentali, ma ciò non viene loro riconosciuto e, anzi, veniva loro addirittura rimproverato come indisciplina e superbia. Quindi per loro significa conquistare l’istituzionalizzazione di una condizione che di fatto già c’è. Per clero e religiosi si è ancora agli inizi  e non sarà facile continuare, perché sono soggetti ad una asfissiante polizia ideologica; differenziarsene può costare molto caro a loro, che della religione hanno fatto sostanzialmente una professione. Può significare perdere tutto: lavoro e dignità.  

 La gerarchia totalitaria è una forma organizzativa obsoleta nel mondo di oggi, in particolare perché  la civiltà contemporanea riesce a funzionare solo mantenendosi pluralistica. Questo significa anche abbandonare l’idea, che risale all’antichità, che la pace e la prosperità delle nazioni possa essere assicurata solo istituendo un’autorità superiore a tutte, dotata della forza per far rispettare le sue decisioni. Dall’Undicesimo secolo il Papato romano ha sognato di essere un’autorità del genere. Nell’era dei totalitarismi, dal secolo scorso, si è fatto totalitario e ancora non è completamente uscito da questa fase. Una spiritualità che corrisponde a questo totalitarismo è quella secondo la quale ci si impegna a rinunciare alla propria libertà  come esercizio di virtù religiosa. Sinodalità è invece accettare responsabilmente il dovere di essere liberi. Non sempre se ne ha consapevolezza, né viene predicato così, ma  il vangelo è via di liberazione, perché rende liberi. Anche la sinodalità, come forma di agàpe, libera. La liberazione consegue all’agàpe, intesa come benevolenza solidale e misericordiosa reciproca, non alla rinuncia di sé nella sottomissione gerarchica. Quest’ultima è costume da servi, e noi non dobbiamo esserlo, anche se il vangelo ci spinge a metterci  al servizio  gli uni degli altri.

2. Una sinodalità che non si traduce in una struttura organizzativa di partecipazione non è veramente tale. Secondo questo criterio risulta chiaro che le indicazioni metodologiche che, in materia di fase dell’ascolto sinodale, sono state date dalla Conferenza episcopale italiane e dalla nostra Diocesi non realizzano alcuna sinodalità, perché non prevedono un’organizzazione sinodale né un dialogo sinodale. Tutto viene diretto da equipe  e  referenti,  come se si trattasse di fare catechismo. La gente è invitata a parlare ma non sembra che interessi veramente ciò che dirà.

 

In questo primo anno di cammino sinodale vogliamo tutti ricollocarci sotto il primato della Parola di Dio: per questo viene proposto alle comunità cristiane un cammino sulle Beatitudini, collegate alla narrazione di un incontro di Gesù con un personaggio evangelico.

 Questo itinerario spirituale di otto incontri (uno per beatitudine) è il “luogo” in cui avviene anche la consultazione sinodale: lì si affrontano l’interrogativo fondamentale e le domande che lo articolano, suddivise in dieci temi. Perché le Beatitudini? [Dalle indicazioni operative  della Diocesi di Roma per il cammino sinodale di ascolto del Popolo di Dio]

 

 Già: perché proprio le Beatitudini? Perché poi seguirà una predicazione, che è il terreno abituale del clero, in cui le persone di fede si limitano ad ascoltare  e a meditare in cuor loro.

 Ecco come in Diocesi pensano a quell’attività:

 

-      Lettura delle domande della scheda biblica e tempo di silenzio per riflettere;

-      primo momento di condivisione: ognuno racconta agli altri in un massimo di tre minuti la propria riflessione; il moderatore controlla che tutti ascoltino senza commentare;

-      tempo di silenzio

-      secondo momento di condivisione di ciò che ci ha colpito negli interventi degli altri

-      terzo momento: cosa lo Spirito Santo ci sta suggerendo? Quali passi fare nella direzione di una maggiore sinodalità? .

Utilizzando tutte le otto schede (una per Beatitudine) si affrontano le domande fondamentali previste dal vademecum per la consultazione sinodale, ma riviste e riadattate nel contesto della scheda biblica. In fondo al sussidio si troveranno comunque le domande complete, così come formulate nel questionario del vademecum della segreteria del Sinodo dei Vescovi.

 

 Bisogna essere chiari: questo non è nemmeno l’inizio di una qualche sinodalità. Tutto il tempo a disposizione, così prezioso, verrà sprecato nella solita vaga spiritualità che lascerà tutto com’è. Non si partecipa agli incontri di ascolto sinodale  per crescere interiormente ciascuno per sé, ma per cominciare a essere Chiesa sinodale  e quindi crescere collettivamente. Però gli incontri vanno preparati bene, perché i più neanche immaginano che cosa significhi Chiesa sinodale. Vano cercare indicazioni  operative nella Bibbia, perché la sinodalità è cosa che è stata vissuta dopo  la formazione di quegli scritti, quando ci si cominciò a organizzare in comunità stabili. Va anche detto che la sinodalità come oggi viene proposta è qualcosa di veramente nuovo, perché storicamente essa aveva riguardato solo capi religiosi e civili e intellettuali. Tuttavia ciò che indichiamo come Parola ne è sicuramente il fondamento perché la sinodalità è espressione del vangelo e serve per diffonderne la conoscenza e la pratica. Scordiamoci tuttavia di poter trovare nella Parola  il preciso statuto operativo della sinodalità: questo è ancora da costruire ed è responsabilità nostra.

3. L’esperienza della sinodalità deve necessariamente fare riferimento ad una collettività specifica, composta in un certo modo, con una sua storia, con i suoi problemi.

  La nostra è la parrocchia di San Clemente Papa, a Roma.

  In essa dal 1983 al 2015, come credo di aver capito,  si tentò un esperimento sociale per trasformarla progressivamente in una federazione di comunità molto coese, legate al loro interno da vincoli di solidarietà molto intensi e da un programma di crescita interiore strutturato per gradi, da una spiritualità per le persone laiche centrata sulla famiglia patriarcale e molto prolifica, e caratterizzate, in tutto, da un ordinamento marcatamente gerarchico, condizione dell’accettazione nei gruppi, il tutto, infine, per difendere l’esperienza religiosa da contaminazioni della società intorno ed espanderla mediante aggregazione delle singole persone come per forza di gravità verso le comunità. L’architettura della nuova chiesa parrocchiale venne decisa, senza alcun coinvolgimento dei fedeli del quartiere, in modo da essere funzionale a quel progetto. Questo esperimento non ha avuto successo e si sono avuti segni evidenti di un allontanamento di molta gente del quartiere, insofferente verso questo nuovo corso. In particolare non ci portavano più i bambini e i ragazzi per la formazione religiosa di base.

  Si è assistito ad un progressivo depotenziamento del Consiglio pastorale parrocchiale che è proseguito anche dopo che, dall’ottobre del 2015, si è cambiato metodo, con un certo successo nel radicamento nel quartiere che si è ricostituito. Per ciò che so da anni  il Consiglio non  si riunisce più, benché sia istituzione obbligatoria secondo le disposizioni della Diocesi. La causa di ciò è principalmente la sfiducia verso il dialogo come via per la costruzione comunitaria.  

  Tutto questo rende assai problematica la sinodalità nella nostra parrocchia, perché non ci si è più abituati.

  Rimediare a questa situazione non sarà facile, ma senz’altro non può limitarsi alla somministrazione di pistolotti alle singole persone di fede per vedere che effetti fanno in loro. Non  è questo che, nella sinodalità che ci viene proposta, si vorrebbe ascoltare.

  Il principale problema della parrocchia è quello di sanare la frattura verticale e durissima tra modi concepiti come alternativi di vivere la fede, al modo di religioni diverse. E ad essa che va ricondotto il fallimento del Consiglio pastorale parrocchiale come strumento di agàpe.  Più che di sinodalità bisognerebbe forse parlare di ecumenismo.

 La base di una effettiva sinodalità è la presenza di moti collettivi per vivere la fede partecipando e in modo dialogico, anche al di là dell’essere platea nelle celebrazioni liturgiche. Se l’orizzonte della propria fede rimane la propria interiorità e il piccolo gruppo  nel quale essa viene espressa, senza apertura più vasta, la sinodalità è semplicemente impossibile. A differenza di ciò che constatai negli anni Settanta quei moti spontanei nella gente di fede non si manifestano più. Ci si è abituati a farsi trascinare e, se lo si è dove non si vuole, ad allontanarsi. Del resto in passato a chi dissentiva mi sembrò che venisse indicata la porta. Molti, in particolare i più giovani la varcarono in uscita.

 Pertanto il primo passo verso la sinodalità è acquisire familiarità reciproca più ampia all’interno della parrocchia, quindi frequentarsi al di là delle cerchie solite. C’è ancora qualcosa che condividiamo al di là dell’incerta memoria del catechismo ricevuto per la Prima Comunione? Quindi: incontrarsi. Ma non per condividere il solito pippone spiritualistico, ma per ragionare insieme sul da farsi. In particolare: che cosa ciascuna persona sarebbe disposta a fare con  gli altri e per gli altri? E ciò mantenendosi realistici, perché, specialmente nella fascia 25-65, il tempo è in gran parte preso dal lavoro e dalla famiglia. Consideriamo i principali servizi  della parrocchia, che sono attività  per  gli altri: come potremmo collaborarvi? Se una persona collabora, deve però anche avervi voce. Quindi sorge la questione di come farlo. Allo stato le strutture di reale partecipazione sono praticamente inesistenti, perché decidono tutto i preti (e in gran parte fanno). In realtà, stando al diritto canonico vigente, quindi senza doversi inventare nulla, a tutti gli adulti sono aperte tutte le attività specificamente ecclesiali, al di fuori di due sole: la celebrazione della messa e la confessione. In realtà la gran parte dei fedeli non fa nulla per la parrocchia se non presenziare  da platea alle messe. Alcune persone vengono coinvolte nel catechismo. Del resto i più nemmeno avrebbero la preparazione minima per fare altro, perché non si sono mai fatti né formazione né tirocinio in questo campo. Ma, volendo, si potrebbe rimediare molto presto.

  Si dovrebbe cominciare con l’organizzare formazione e tirocinio, partendo da ciò che c’è, quindi costituendo piccoli gruppi che si assumano poi il compito di estendere la loro esperienza non per aggregazione  ma per imitazione.

  Sarebbe una buona idea rivitalizzare il Consiglio pastorale parrocchiale, facendo il punto su chi ha diritto a parteciparvi, inserendovi nuovi membri tratti da quella prime esperienze di embrionale sinodalità e cercando di organizzare l’elezione di altri membri nel corso di assemblee sinodali. E’ in quella sede che dovrebbe cominciare la reale partecipazione alle fasi decisionali.  Bisognerebbe informarne tutti i fedeli con regolarità. Oggi non si sa nulla su chi e come decide.

4. Oggi si terrà la seconda riunione in parrocchia come Assemblea sinodale, nel quadro dell’ascolto del Popolo di Dio, tutti noi. La volta scorsa eravamo una quarantina, un evidente insuccesso, se consideriamo che possono stimarsi in un migliaio i praticanti.  Non vi è stata, che io sappia, alcuna specifica preparazione, tutto è lasciato un po’ al caso, l’altra volta ci si è lasciati senza scambiarsi dati di contatto pe ritrovarsi,  dunque si seguirà la scheda della Diocesi che prevede la Beatitudine del beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati (Mt 5,4). Si suggerisce di agganciarvi la meditazione sull’apparizione di Gesà a Maria Maddalena, al sepolcro (Gv 20,11-18).

  Tutto questo in riferimento alla tappa  del cammino sinodale dedicata all’Ascoltare:


L’ascolto è il primo passo, ma richiede di avere mente e cuore aperti, senza pregiudizi. Verso chi la nostra Chiesa particolare è “in debito di ascolto”? Come vengono ascoltati i Laici, in particolare giovani e donne? Come integriamo il contributo di Consacrate e  Consacrati? Che spazio ha la voce delle minoranze, degli scartati e degli esclusi? Riusciamo a identificare pregiudizi e stereotipi che ostacolano il nostro ascolto? Come ascoltiamo il contesto sociale e culturale in cui viviamo?

 

  Il raccordo, in realtà piuttosto precario, con quelle domande è costruito in questo modo:

 

 

  3. Domande per la consultazione sinodale

(Le domande qui riportate fanno riferimento al secondo nucleo tematico del questionario del vademecum, quello dal titolo: “ascoltare”)

Maria di Magdala piange sulla tomba di Gesù, presa dalla disperazione perché non le rimane neppure il cadavere da venerare. Il dolore la rende incapace di riconoscere la presenza del Risorto e di ricordare la promessa fatta da Gesù. Anche noi rischiamo di diventare una Chiesa che si piange addosso, ripiegata su se stessa, incapace di ascoltare la chiamata del Signore:

- Chi cerchiamo? Se cerchiamo il Signore, siamo consapevoli che Egli ci parla attraverso ogni essere umano? O ci lasciamo prendere dai pregiudizi (l’altro è “solo” il giardiniere)?

- Il nostro è un ascolto a “tutto campo”? Dei fratelli e delle sorelle della comunità cristiana, di tutti gli esseri umani, delle minoranze, degli attuali contesti sociali e culturali… O c’è qualcuno che non vogliamo incontrare?

- Siamo consapevoli che spesso il Signore ci parla attraverso coloro che piangono e che ci risvegliano dal sonno dei nostri sterili lamenti?

 

Viene proposta come  Preghiera conclusiva un brano biblico tratto dal libro di Isaia (Is 49,13-18)

 

 

13 Giubilate, o cieli, rallegrati, o terra,

gridate di gioia, o monti,

perché il Signore consola il suo popolo

e ha misericordia dei suoi poveri.

14 Sion ha detto:

«Il Signore mi ha abbandonato,

il Signore mi ha dimenticato».

15 Si dimentica forse una donna del suo bambino,

così da non commuoversi

per il figlio delle sue viscere?

Anche se costoro si dimenticassero,

io invece non ti dimenticherò mai.

16 Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me.

17 I tuoi figli accorrono, i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te.

18 Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si radunano, vengono a te.

«Com'è vero che io vivo – oracolo del Signore –,

ti vestirai di tutti loro come di ornamento,

te ne ornerai come una sposa».

 

 In realtà, se fosse consentito di essere veramente sinodali, a queste domande:

 

 Verso chi la nostra Chiesa particolare è “in debito di ascolto”? Come vengono ascoltati i Laici, in particolare giovani e donne?

 

 Si dovrebbe francamente rispondere che le persone laiche, vale a dire la quasi totalità della Chiesa, non vengono mai veramente ascoltate, non contano nulla, se ne diffida, le si vuole silenziose nella condizione di mera platea liturgica o, al di fuori di questa, come folla plaudente ai gerarchi e, soprattutto, clero e religiosi vogliono che si continui così. Solo il Papa sembra pensarla diversamente.

   Da qui, poi, si potrebbe partire per cambiare, non ai vertici, dove la via è sbarrata da un’efferata teologia totalitaria e da una corrispondente prassi canonica, ma, appunto, in una realtà di parrocchia come la nostra, cominciando ad organizzarsi diversamente facendo forza sugli spazi di autonomia, pur limitati, riconosciuti al Consiglio pastorale parrocchiale.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli