giovedì 6 gennaio 2022

Manuale operativo di sinodalità - 6 – Il gruppo

 




 

Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

http://secretariat.synod.va/content/synod/it.html

 


Manuale operativo di sinodalità

-         6 –

Il gruppo

 

  La sinodalità è sempre espressa da un gruppo di persone. È un suo modo di manifestarsi che è percepibile da un osservatore esterno, ma anche da chi del gruppo fa parte. Coglierla riesce meglio però a chi sta all’esterno e quindi non vi è direttamente coinvolto. Non riguarda qualsiasi aspetto della convivenza nel gruppo, ma specificamente l’esercizio del potere nella collettività di riferimento. Storicamente si è però iniziato a parlare di sinodalità ecclesiale da quando, affermatosi, a cavallo tra il Primo e il Secondo secolo un episcopato monarchico, si cercò di giungere ad intese tra vescovi su qualche punto controverso. Ma, alle origini, prima che le Chiese locali si strutturassero come piccoli regni territoriali, come si decideva nel gruppo? Senz’altro dobbiamo pensare che si discutesse, e anche con una certa asprezza talvolta: ne rimane traccia negli Atti degli apostoli, negli scritti attribuiti a Paolo di Tarso nelle altre lettere confluite nel Nuovo Testamento. Nessuna comunità locale riteneva di poter bastare a se stessa: si riteneva di essere manifestazioni di una Chiesa. Questo è stato sempre un aspetto molto importante tra i cristiani. Si andasse d’accordo o si fosse in polemica, ci è si è sempre cercati per provare a intendersi. Qualche volta ci si è riusciti, più spesso no. All’intesa, allora, ha iniziato a preferirsi l’esercizio della forza per sottomettere i dissenzienti. L’idea di gerarchia  è fondata su questo. Il movimento ecumenico, che ha preso particolare vigore dagli scorsi anni Cinquanta, segna la ripresa dell’anelito all’intesa.

  Solo negli ultimi decenni si sono andate diffondendo esperienze religiose, denominazioni come le si chiama nel campo della sociologia della religione, per le quali questo aspetto del cercarsi per intendersi è meno sensibile, o addirittura non appare. Spesso esse appaiono suscitate e trascinate da capi carismatici, che si impongono sulla base di un consenso e un’affiliazione emotiva. È un fenomeno che si manifesta anche in alcuni movimenti ai quali, nella nostra Chiesa, viene riconosciuto lo statuto ecclesiale.

   Negli anni scorsi sono stati definiti i connotati di ecclesialitá di associazioni e movimenti, vale a dire le condizioni necessarie per riconoscerli come parti della nostra Chiesa.

 Il 22 maggio 1981 la Conferenza episcopale italiana diffuse, dopo una fase molto approfondita di riflessione iniziata nel 1979, una Nota pastorale sui criteri di ecclesialità di associazioni, movimenti e gruppi.

https://www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2017/02/Criteri_ecclesialita_gruppi_movimenti_associazioni_Nota_1981.pdf

   Il documento si dilunga in classificazioni di natura descrittiva che, come si dice, lasciano il tempo che trovano. Molto importanti e caratterizzanti  sono invece  gli impegni a seguire gli orientamenti della gerarchia anche oltre l’etica e la religione e, per il clero e i religiosi coinvolti in quelle aggregazioni, di mantenere la sottomissione gerarchica. In definitiva, il criterio fondamentale per riconoscere l’ecclesialitá di un gruppo è il fatto che non rivendichi la libertà decisionale, anche al di fuori delle materie che attengono più strettamente alla vita nella Chiesa. Questo è un bel problema nell’attuazione di una Chiesa sinodale finalizzata a una riforma. Infatti il principale ostacolo ai processi di riforma è appunto la gerarchia com’è vissuta e impersonata attualmente.

  I criteri indicati nella nota furono molto inaspriti, nel senso dei vincoli gerarchici per le aggregazioni ecclesiali,  nel più importante (finora) documento pontificio sullo statuto delle persone laiche nella Chiesa, vale a dire l’Esortazione apostolica I fedeli cristiani laici – Christifideles laici, diffusa nel 1988 dal papa Giovanni Paolo 2º - san Karol Wojtyla.

https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_30121988_christifideles-laici.html

  In definitiva, tra i cattolici l’ecclesialità è legata all’accettazione di inserire i dirigenti delle aggregazioni in un rapporto di sottomissione gerarchica. E’ una relazione che è teorizzata più in generale nel diritto pubblico, nella Chiesa se ne dà una giustificazione teologica che ai tempi nostri certamente non convince più. Nel coordinamento di tipo gerarchico tra uffici pubblici, il superiore può sostituire l’inferiore o sostituirsi a lui nell’esercizio di un potere o di una funzione. Le relazioni gerarchiche ecclesiali sono strutturate nello stesso modo: La gerarchia, come esercizio di un potere sacralizzato, è una forma ordinamentale che risale all’antichità e che è stata assunta e poi sviluppata in modo innovativo dalle nostre Chiese dal Quarto secolo, nel quadro istituzionale del nuovo impero romano riformato, ma da ultimo la Chiesa cattolica si è fatta insegnare la gerarchia, in senso giuridico, dal diritto pubblico degli stati, avendo voluto farsi stato. Un potere propriamente gerarchico viene esercitato quando si ordina di sciogliere un’aggregazione, come avvenne su grande scala in Italia mettendo fine all’esperienza dell’Opera dei Congressi, a inizio Novecento in Italia, o quando si sostituiscono d’autorità i dirigenti di un’aggregazione. E’ accaduto recentemente, ad esempio, con l’emarginazione di Enzo Bianchi dalla comunità monastica che aveva fondato e nella quale, dopo l’abbandono del ruolo di vertice, aveva mantenuto un’influenza carismatica, con l’invio di un delegato speciale  a sostituire la dirigenza dell’associazione laicale Memores Domini e, su maggiore scala, con il decreto generale n.2021/466 del 3 giugno 2021 emesso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, un ufficio burocratico della Santa Sede, e approvato dal Papa  il giorno precedente, con il quale è stata limitata la durata degli incarichi di governo nelle associazioni internazionali di fedeli riconosciute o erette dalla Sede Apostolica e soggette alla vigilanza diretta di quell’ufficio, ed è stato imposto  il ricambio dei dirigenti di vertice di quelli che erano in carica.

  Il rapporto di subordinazione gerarchica è incompatibile con la sinodalità, che significa co-decisione. Nella misura in cui le relazioni collettive sono improntate alla subordinazione gerarchica non vi è, quindi, sinodalità. Di fatto le persone laiche se ne sono affrancate anche all’interno della Chiesa, nel senso che in genere non si sottomettono, ma aderiscono. Chi accetta di rivestire un qualsiasi ufficio o ministero formalmente riconosciuti nella nostra Chiesa deve tuttavia mettere in conto di vedersene estromesso per provvedimento gerarchico. E’ la ragione per la quale io non accetterei mai  alcun ufficio o ministero formale ecclesiale, nell’attuale ordinamento canonico,  in particolare in quanto per professione devo mantenermi indipendente da qualsiasi potere sociale e, più  in generale, perché personalmente ripudio qualsiasi sudditanza propriamente gerarchica che si estenda agli affari di coscienza.

  Naturalmente tutt’altro è l’impegno etico, che necessariamente fa riferimento a una comunità e che non è tale se lasciato al puro arbitrio di una persona. L’etica si impara. Lascia tuttavia integra la coscienza personale e, anzi, la esige. Nessuno ama  o è buono  perché qualcun altro gliel’ordina. La bontà  imposta è ipocrita e servile. E l’amore o è un moto dell’animo o  semplicemente non è. Non si ama a comando, nemmeno se chi comanda è un dio. L’essere umano è fatto così. L’etica, non la gerarchia, è la dimensione congeniale alla sinodalità, che può essere anche vista come una forma di amicizia. In particolare come espressione dell’agàpe evangelica.

 L’attivazione dei processi sinodali può essere presentata anche così:  la gerarchia ci ha ordinato di essere sinodali, come in precedenza ci aveva vietato di esserlo. L’ordine precedente, il divieto, aveva generato una certa resistenza.  Del resto, nell’Occidente democratico contemporaneo, gli ordini dei gerarchi ecclesiali possono essere ignorati senza gravi conseguenze. Così si è fatto in molte materie. Mi pare però, anche, che l’ordine di sinodalità venga ignorato perché interiormente non abbiamo sufficiente spirito di agàpe. Decenni di pervicaci divieti ci hanno sfiancato, sembra. Ma è vero che spesso non ci piacciamo abbastanza per essere sinodali. Si sono affermate forme religiose a bassa interiorità, come quelle che mirano a stati di benessere psichico o si lasciano estasiare dagli effetti speciali miracolanti, o quelle per le quali la religiosità è utile solo come contesto cerimoniale. In questo contesto, a che serve riunirsi? Mi pare che nella nostra parrocchia questo ostacolo sia piuttosto sensibile. E si fa poco per rimediarvi. La sinodalità sembra proposta un po’ controvoglia dal clero, non la si prepara, non la si organizza per darle seguito. Alla fine si potrà scrivere in diocesi di aver tenuto un certo numero di incontri sinodali, che tali non sono stati in realtà. Il gruppo di vertice della parrocchia non mostra il minimo segno di volersi aprire ad una più ampia partecipazione. Inoltre si teme la ripresa di una conflittualità che a poco a poco si era sopita, ma che permane. E certamente siamo profondamente divisi nella nostra religiosità: a volte mi sembra che addirittura si seguano religioni diverse. Seguendo le tendenze più recenti che si sono manifestate nelle neo-Chiese cristiane non si sente l’esigenza di cercarsi per intendersi.

  In effetti questo è un bel problema.

  La sinodalità non può essere imposta dall’esterno. Il paradosso di una sinodalità per ordine gerarchico non può vivere nella realtà: a nessuno può essere ordinato  di essere amico di un’altra persona. Allora il primo lavoro da fare, preliminare alla sinodalità praticata, è la costruzione di un’amicizia ecclesiale, che richiede consuetudine reciproca e dialogo. Non basta accostare prospettive  come il pretenzioso redattore delle indicazioni metodologiche  per il cammino sinodale italiano suggerisce. Sinodali si cresce,  sia nel senso che, essendo sinodali,  si riesce a sapere e a fare più e meglio sia nel senso che la sinodalità non è data in partenza, ma va costruita in modo creativo incontrandosi.

  Per essere sinodali occorre recuperare, incontrandosi e facendo gruppo, quella naturalità  dell’esperienza sociale che l’imposizione gerarchica non può creare, perché non si ama a comando, né quando l’ordine viene da un superiore né quando è scritto in una qualche tavola della legge. L’amore non può mai essere legge, altrimenti non saremmo umani, ma formiche.

  Ecco come nella Nota  sull’ecclesialità delle aggregazioni sopra citata viene definito (sulla base della psicologia corrente) un gruppo:

 

Il gruppo è di solito caratterizzato da:

- una certa « spontaneità» di adesione e di permanenza da parte dei membri;

- una certa omogeneità anche «affettiva»;

- grande libertà di auto-configurazione quanto a scopi, struttura e attività del gruppo, e quindi tendenziale non-uniformità tra gruppo e gruppo;

- dimensioni relativamente ridotte e diffusione piuttosto limitata; - talora, soprattutto se si tratta di «gruppi di spiritualità», un certo riferimento .comune a una « figura» o a un «valore» identici.

 

  Mi pare che questa descrizione si attagli bene al gruppo sinodale  nel quale si possa fare pratica di sinodalità.  In questo contesto la programmazione e la strutturazione originano ldalle persone che vi partecipano.  L’elemento propriamente gerarchico  non esiste e non si parla mai di autorità  ma di servizio reciproco. Il coordinamento sorge dal basso.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli