lunedì 3 gennaio 2022

Manuale di sinodalità -4- “No, il dibattito, no”

 

 





Per informarsi sul WEB sui cammini sinodali

 

Sito del Sinodo 2021-2023 (generale)

https://www.synod.va/it.html

Siti del cammino sinodale delle Chiese italiane

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/

https://www.chiesacattolica.it/cammino-sinodale-delle-chiese-che-sono-in-italia-i-testi-approvati-dal-consiglio-permanente/

Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

http://secretariat.synod.va/content/synod/it.html

 

Manuale di sinodalità

-4-

No, il dibattito, no”

 

 Nel film di Nanni Moretti Sono un autarchico, del 1976, c’è una sequenza che presenta un cineforum al momento in cui al termine del film dovrebbe iniziare il dibattito. Tutti però stanno iniziando ad alzarsi per uscire. Il conduttore  li richiama, con scarso successo, perché restino. A quel punto uno dei presenti, interpretato da Moretti, si alza e se ne va gridando “NO, IL DIBATTITO,NO!”. La gente non ha voglia di discutere. Ha visto il film e le basta. Però il cineforum non si fa solo per questo. Purtroppo anch’io sono stato uno spettatore superficiale di cineforum, di quelli che non rimanevano, quando mia madre un  anno, negli anni Settanta,  mi iscrisse ad uno che tenevano i salesiani della vicina loro università, condotto dal prof. Noël Breuval, grande anima, che all’epoca dirigeva il Centro per gli audiovisivi, che ora si chiama Scuola della Comunicazione sociale ed è inserito nella Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale. Eravamo in pochi, quell’anno, non più di una ventina, in prevalenza religiosi che lì studiavano. Il professore introduceva il film con una presentazione sempre molto interessante, e da quello ho appreso praticamente tutto ciò che so del cinema, in modo che, guardando l’opera, potessimo capire  bene il passaggi fondamentali. Poi, appunto, introduceva il dibattito, in modo altrettanto interessante, e, infine, dava la parola ai presenti. A quel punto me ne andavo. Mia madre mi aveva raccomandato di rimanere e di partecipare, e, naturalmente, in quanto adolescente, facevo l’opposto. Ora me ne dispiace tanto, soprattutto perché, vivendo quell’esperienza in un piccolo gruppo, avrei potuto interloquire direttamente con il prof. Breuval e averne preziosi orientamenti per la vita, un grandissimo arricchimento. Ora lo capisco bene, ma i giovani, spesso, sono ciechi e sordi, quando si presentano loro certe occasioni.

  Nella vita ecclesiale, Azione Cattolica a parte – in essa ho appreso i fondamenti della democrazia e ne ho fatto tirocinio, quel mio atteggiamento, di sottrarmi al dibattito, è esattamente ciò che ci si attende da chi, non essendo chierico o religioso, è libero di dire la propria. E’ un orientamento organizzativo che mi pare molto rigido e persistente. E’ espresso anche nelle linee guida per il Cammino sinodale delle Chiese italiane [Indicazioni metodologiche per diocesi, parrocchie e referenti nel primo anno del cammino sinodale (2021-2022)] che sono state diffuse il 5 novembre scorso:

 

https://camminosinodale.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/2021/11/Schede.pdf

 

 

ed esattamente in quelle che, pretenziosamente, vengono definite Regole d’oro:

 

Regola 3. Non procedere mai per dibattito, ma per accostamento di prospettive. Un gruppo di ascolto sinodale non è un talk show o un dibattito televisivo, dove ognuno cerca di sovrapporsi alla parola degli altri. Il discernimento è frutto di un consenso che nasce dall’ascoltare tutti con rispetto.

 

   Questo indirizzo si ritrova anche nel Vademecum per il Sinodo sulla sinodalità, diffuso dalla Segreteria del Sinodo dei vescovi il mese precedente

 

https://www.synod.va/content/dam/synod/document/common/vademecum/IT-Vademecum-Full.pdf

 

 

2.2 […[ Il processo sinodale è prima di tutto un processo spirituale. Non è un esercizio meccanico di raccolta di dati o una serie di riunioni e dibattiti. L’ascolto sinodale è orientato al discernimento.

[…]

2.3 […]

• Non si tratta di impegnarsi in un dibattito allo scopo di convincere gli altri. Si tratta piuttosto di accogliere ciò che gli altri dicono come un modo attraverso il quale lo Spirito Santo può parlare per il bene di tutti (1 Corinzi 12,7).

• Il dialogo ci porta alla novità: Dobbiamo essere disposti a cambiare le nostre opinioni in base a ciò che abbiamo sentito dagli altri.

 

Appendice B

8. Si può usare un metodo adatto per il dialogo di gruppo che rifletta i principi della sinodalità. Per esempio, il metodo della Conversazione Spirituale promuove la partecipazione attiva, l’ascolto attento, il discorso riflessivo e il discernimento spirituale. I partecipanti formano piccoli gruppi di circa 6-7 persone di diversa provenienza. Questo metodo richiede almeno un’ora per la sua esecuzione e comprende tre parti. Nella prima, ognuno, a turno, condivide il frutto della propria preghiera, in relazione alle domande per la riflessione fatte circolare in precedenza (cfr. n. 5 di questa Appendice). Non è previsto alcun dibattito in questa fase; i partecipanti semplicemente ascoltano a fondo ogni persona e osservano come lo Spirito Santo sta agendo in loro stessi, nella persona che sta parlando e nel gruppo nel suo insieme. Segue un tempo di silenzio per osservare i movimenti interiori di ciascuno. Nella seconda parte, i partecipanti condividono ciò che li ha colpiti di più nel primo blocco e durante il tempo di silenzio. Si può anche fare un po’ di dialogo ma mantenendo la stessa attenzione spirituale. Anche questo blocco è seguito da un tempo di silenzio. Infine, nel terzo blocco, i partecipanti riflettono su ciò che nella conversazione ha loro mosso qualcosa dentro e su ciò che li ha colpiti più profondamente. Vengono rilevate anche intuizioni nuove e domande che non hanno ancora trovato una risposta. Preghiere spontanee di gratitudine possono concludere la conversazione. Di regola ogni piccolo gruppo avrà un moderatore e un segretario che prenda appunti (potete trovare una descrizione dettagliata di questo processo sul sito web del Sinodo dei Vescovi).

 

  La fissa clericale anti-dibattito è piuttosto radicata e viene fuori tutte le volte che si precisa puntigliosamente che sinodalità non  è democrazia  e che nella fase di ascolto  chi parla non deve pensare di essere in un parlamento (insomma di poter contare qualcosa per qualcuno in qualche campo). E’ un sistema di pensiero che origina culturalmente dal pervicace totalitarismo antidemocratico che il Papato ha espresso dalla metà dell’Ottocento, anche se, interpellati espressamente in merito, coloro che lo predicano in genere negheranno sdegnati di essere contro  la democrazia. Semplicemente non la vogliono nella Chiesa e questo perché in essa dovrebbe agire lo Spirito, qualunque cosa ciò significhi in concreto. In realtà, al dunque, vogliono dire che nella Chiesa conta solo ciò che la gerarchia ha deciso che debba essere considerato verità,  in particolare quando parlano coloro che hanno conquistato la libertà di coscienza, di parola e di pensiero, vale a dire quelli che non hanno accettato di essere incatenati nelle maglie gerarchiche. Vale a dire  tutti, tranne chierici e religiosi (non c’è da stupirsi, poi, del calo verticale delle vocazioni in Europa, in cui le consuetudini democratiche hanno preso molto piede dal Secondo dopoguerra e, comunque, hanno trovato la loro formulazione ideologica contemporanea).

  Sto passando in rassegna materiale di sinodalità che le Diocesi e le parrocchie pubblicano sul Web. Mi è passato sott’occhio un provvedimento di un vescovo, del 2008, con il quale è stata istituita un’Assemblea parrocchiale,  regolandone in dettaglio il funzionamento procedurale.  Mi ha incuriosito perché di solito è materia che è lasciata ai parroci e ai Consigli Pastorali parrocchiali. Il lavoro dell’assemblea, alla quale formalmente hanno titolo a partecipare tutti i battezzati,  è definito come quello di discernimento  prudenziale del da farsi, sulla base delle proposte del Consiglio pastorale parrocchiale (che non ha membri eletti dall’Assemblea).

 Ebbene, nella parte relativa al Metodo di lavoro dell’assemblea è scritto

 

c) il Moderatore, [un membro dell’Equipe pastorale  che esercita di fatto la presidenza, nonostante essa sia formalmente attribuita la  parroco] secondo il metodo indicato, dà la parola a tutti i presenti perché esprimano il loro parere motivato, evitando che si facciano dibattiti.

 

 Ora, chi ha pratica di lavoro in assemblea, sa che, se non è consentito di dibattere, vale a dire di cercare di confutare  gli argomenti degli avversari e di replicare alle confutazioni altrui, non si cambia idea  semplicemente ascoltando come la pensano gli altri. E questo soprattutto quando si partecipa in rappresentanza di un altro gruppo, ad esempio un’articolazione parrocchiale (“i catechisti” ecc.), un’associazione, un movimento, una confraternita che sono presenti in parrocchia con proprie articolazioni. A quel punto, seguendo quel metodo, è decisiva, nell’esito della votazione, l’esposizione delle conclusioni di chi presiede e parla per ultimo, in un parrocchia il parroco o un suo delegato o comunque incaricato (il membro dell’Equipe pastorale nel caso dell’Assemblea parrocchiale di cui si diceva). La forza di quelle conclusioni è accentuata quando la funzione di chi parla è in qualche modo sacralizzata, come accade per gli esponenti della gerarchia e dei suoi delegati. Infine, per come la sinodalità è stata finora tradotta in norme di regolamento, il titolare del potere gerarchico ha sempre la possibilità di bilanciare orientamenti che prevede sfavorevoli nominando a sua discrezione membri di sua fiducia, che gli sono fedeli o siano tenuti ad esserlo. Questa organizzazione non può essere definita sinodale, perché, sostanzialmente, l’esito delle sue decisioni è prestabilito e si vuole che sia conforme all’orientamento espresso dal gruppo di governo dell’istituzione di riferimento accreditato dalla gerarchia. Nei sistemi totalitari, del resto, questa è appunto la regola e la nostra Chiesa, dal punto di vista della sociologia del suo potere, è un sistema totalitario. La sinodalità proposta da papa Francesco vorrebbe allargare questo schema, ma le strutture procedurali e organizzative finora previste per questo lavoro non sono ancora adeguate. I cammini sinodali, allora, rischiano di essere strumentalizzati a fini meramente propagandistici.

  La decisione collettiva cresce  nel confronto dialogico, quindi nel dibattito, proprio quello che terrorizza i clericali. Non basta proporre una propria prospettiva, vale a dire quello che si crede di aver già capito su una questione. E non è detto che si debba cambiare totalmente idea sentendo gli altri. Nel dialogo si giunge ad una visione più completa dei problemi, quindi a sapere di più.  Questo effetto è fondamentale per l’organizzazione del lavoro intellettuale, che, per essere efficace, richiede di integrarsi in una comunità  di studiosi. Il vantaggio cognitivo del dialogo è anche alla base dei processi democratici. Ecco lo schema che ne feci anni fa, illustrando un processo di riforma costituzionale che poi, dopo un acceso dibattito pubblico, non fu approvato dagli elettori:

 




  Il disegna spiega l’evoluzione comunitaria delle prospettive individuali. La prospettiva A e quella B, ciascuna propria di un solo partecipante al dialogo, nel dialogo divengono patrimonio intellettuale comune, cioè vengono conosciute da entrambi i partecipanti, pur rimanendo questi ultimi ancora legati ciascuno a quella propria. Nella successiva fase di dialogo le prospettive si integrano, dando luogo a una prospettiva comune AB, condivisa da entrambi i partecipanti e che non è solo la somma di quelle iniziali (A+B), ma una nuova  prospettiva. Senza questo momento non si produce nulla di collettivo e, anzi, la collettività non si manifesta come tale.  Le culture umane evolvono  solo mediante quello schema e, se non evolvono, muoiono. Nessuna cultura umana è mai stata creata dal nulla. La conferma per così dire sperimentale  la si ha  nell’evoluzione delle lingue. La nostra lingua, che non è altro che il latino moderno, conserva tracce di antichissime parlate indoeuropee,  che i nostri progenitori si sono portati dietro nelle loro migrazioni, venendone modificate nelle interazioni culturali.

 I clericali pensano in realtà che non si debba produrre nulla di veramente nuovo e che la sinodalità serva a far accettare a una collettività una prospettiva predeterminata. Per questo non vogliono che degli argomenti sul tavolo si dibatta. Ognuno dice la propria e poi un moderatore/presidente  espressione del gruppo di comando e integrato nella gerarchia spiegherà che le prospettive emerse nel complesso non sono altro che la soluzione predeterminata che si voleva far accettare. Lo Spirito, si dirà, spinge in quel senso e ognuno deve sottomettervisi.

 La riprova è quando si propone di allargare gli spazi decisionali di una collettività, anche su questioni minime. Si assisterà fatalmente ad un irrigidimento invalicabile, perché, da parte di chi non si è legato organicamente alla gerarchia, come accade ai più, non si accettano che pareri consultivi, lasciandosi le mani libere di fare e disfare a discrezione.

 Questa è appunto la situazione da superare, valicando muri d’incenso e pipponi spiritualistici. Nelle procedure sinodali i predicatori vanno messi al loro posto, perché non debordino: si riserveranno loro i fervorini iniziale e finale. Per il resto ci si deve sforzare di stare ai fatti e agli argomenti.  Ci si deve spiegare con chiarezza e senza fraintendimenti o mascheramenti in ecclesialese. Non si tratta di varare nuove definizioni. Bastano e avanzano quelle che già ci sono, che sono costate un prezzo umano altissimo. Si tratterà solo, di volta in volta, in ambito parrocchiale, di decidere come organizzare delle attività, i compiti da assegnare, come impiegare le risorse parrocchiali e, in particolare, i locali e via dicendo. Si deve arrivare a una decisione collettiva riconosciuta valida e impegnativa da tutti, compreso il gruppo di comando. La collettività deve poi esercitare una pressione per ottenere che quelle decisioni siano rispettate. Dirlo e scriverlo viene facile e sembra tutto ragionevole, nella pratica tutto è più complicato, perché la nostra Chiesa è ancora un’autocrazia totalitaria, un apparato obsoleto (lo riconoscono gli stessi nostri gerarchi) che sta andando rapidamente a fondo perché non riesce a riformarsi. Nel quale si vive un immane spreco di umanità, per lasciare le mani libere solo a quelli che accettano di farsi incatenare in una gerarchia ideata nel Medioevo e che si è costruita addosso una fantasiosa leggenda sacralizzata dura da sfatare. Una cosa veramente intollerabile in particolare quanto alla dura emarginazione delle donne che la gerarchia appare voler mantenere a tutti i costi. Ad un prete o ad un religioso criticarla apertamente come merita può costare molto caro. Spetta allora a noi persone laiche, che ci siamo conquistati la libertà anche nelle cose di religione, farlo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli