domenica 2 gennaio 2022

Manuale di sinodalità -3- Il conflitto

 

 

 




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Sito della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi

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Manuale di sinodalità

-3-

Il conflitto

 

  Pensare alla nostra Chiesa come una società in conflitto suona strano. Questo perché vi si fa tanto parlare di pace e di pacificazione. Ma, in realtà, non dovrebbe stupire perché fin dalle origini le nostre Chiese sono state percorse da aspre controversie e da vere e proprie guerre, ideologiche ma anche guerreggiate. La  nostra situazione attuale non è diversa, dunque, da quella che è sempre stata.

  Nella Chiesa cattolica due fattori contribuiscono a indurire le contrapposizioni: il suo perdurante rilievo nella politica generale in molte parti del mondo, e in particolare in Italia, e il suo ingente patrimonio, che da noi comprende addirittura un simulacro di stato a Roma. E’ anche per questo che il parlare di povertà della Chiesa  e di opzione preferenziale per il poveri  suona rivoluzionario in ambito ecclesiale. La gerarchia  pretende il monopolio dell’influenza politica e del controllo del patrimonio e assolutamente non mostra di volervi rinunciare. La predica è, quindi, rivolta in basso, ma, come tanto altro che si predica, di solito è accolta distrattamente, salvo il caso delle grandi anime che sempre ci sono state tra noi, in genere duramente osteggiate e additate come sospette di indisciplina. Tutto questo è storia, non opinione.

  A Roma ci si può rendere conto molto meglio del patrimonio  di cui dicevo, perché la città è piena di grandi chiesoni  e loro pertinenze.

  In Italia la nostra Chiesa riceve automaticamente, in base ad un accordo di revisione del Concordato Lateranense concluso nel 1984, circa un miliardo di euro all’anno (nell’esercizio 2020 vi sono stati all’attivo €1.139.218.217 erogati dallo Stato). Le offerte deducibili, vale a dire i contributi dei fedeli erogati nelle forme che consentano di computarle fino ad €1.032,91 annui in riduzione dell’imposta sul reddito, come oneri, al pari delle spese sanitarie, sono stati nel medesimo esercizio circa € 8,7 milioni. La Chiesa italiana ha, infine, propri proventi da impieghi finanziari e attività economiche varie. Tutte queste entrate vengono gestite dalla Conferenza episcopale italiana. Ad esse si aggiungono le raccolte delle offerte durante le Messe, che in genere vengono impiegate dalle istituzioni alle quali sono versate, ad esempio le parrocchie, e  i contributi pubblici per attività assistenziali o caritative svolte in convenzione da istituzioni ecclesiali, gestiti in genere da queste ultime. La Santa Sede promuove poi raccolte di offerte per propri scopi, come l’Obolo di San Pietro  e la raccolta per le Missioni, ma questi fondi non sono gestiti dalla nostra Conferenza episcopale. Va detto che all’erogazione pubblica provento della raccolta tributaria si aggiungono altre provvidenze versate in altre forme dallo Stato e da altri enti pubblici, ad esempio per la manutenzione o costruzione degli immobili destinati al culto. Dunque la nostra Chiesa è economicamente  quasi totalmente dipendente dallo Stato per le sue attività ordinarie.  Questo spiega  il rilevatissimo interesse della gerarchia a mantenere una influenza politica in Italia. In sostanza politica  ed economia  sono due aspetti strettamente intrecciati.

  Quanto all’impiego delle risorse a disposizione, tutto viene deciso dalla gerarchia, con una limitata consulenza  anche di persone laiche. La Conferenza episcopale italiana pubblica dei consuntivi sintetici della gestione, che sono disponibili anche sul WEB. I commenti che li accompagnano mi sembrano di tono piuttosto propagandistico e, più che altro, esplicitano i buoni propositi ma non i criteri realmente seguiti nella scelta degli obiettivi e nella ripartizione delle risorse. In merito, di quando in quando, ho letto critiche anche molto dure. Negli anni scorsi le stesse istituzioni della Santa Sede sono state attraversate da sconvolgenti scandali economici e finanziari, ancor più scandalosi  perché riguardano un’istituzione che predica  a se stessa la povertà.

  Anche una parrocchia come la nostra ha un patrimonio, in particolare immobiliare, di un certo rilievo. La gestione è prerogativa del parroco, che è assistito dal Consiglio degli affari economici, la cui istituzione è obbligatoria. Non pubblica risultati della gestione, quindi non si sa a quanto ammontino le entrate e l’indebitamento e come vengono impiegate le risorse. Non sapendone nulla di nulla, il fedele può solo confidare che si segua una gestione ordinata e rendicontabile. Del resto, sul patrimonio parrocchiale i fedeli non hanno voce, non contano nulla, anche se si tratta di un aspetto importante per la loro vita di fede. Questo costume meriterebbe di essere corretto nell’attuazione della sinodalità che ora ci si propone di realizzare. Ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti, si diceva in pieno Medioevo, ed è stato osservato che questo è anche un principio cardine della democrazia. Quando il rendiconto di una gestione diviene pubblico, quella gestione viene detta trasparente. La trasparenza della gestione è condizione essenziale per l’instaurazione di un governo democratico, vale a dire nel quale tutti  contino in qualche modo, ma anche di una gestione sinodale, che non dovrebbe essere qualcosa di meno rispetto a quella democratica ma qualcosa di più, nel senso di un maggior disinteresse egoistico.

  I conflitti ecclesiali originano in genere da questioni di potere politico, quindi relative al governo dell’istituzione, o di patrimonio, come detto strettamente intrecciate con le prime. La gestione del patrimonio è un aspetto molto importante del governo di un’istituzione e in genere si cerca di mantenere quest’ultimo per mezzo dell’influenza politica sulla gente. Per questo si è  spesso infastiditi dalla manifestazione pubblica del dissenso. Nelle nostre Chiese non di rado la si sospetta di eresia, facendo ricorso spregiudicatamente ad un’efferata teologia dogmatica totalitaria.

  E’ una questione attinente al patrimonio anche quella per assegnare i locali della parrocchia  certe attività piuttosto che ad altre. Anni fa scoprii che la bella biblioteca della nostra parrocchia non c’era più. Che destinazione le era stata data e per quali motivi? Non l’ho mai saputo, e questo è tutto quello che posso dire. Mi dispiacque che non ci fosse più, anche se abitualmente non la frequentavo, però sapevo che in certi giorni e ore della settimana avrei potuto farlo, prendere anche dei libri in prestito. Mi dispiacque ancora di più non aver saputo nulla prima che si decidesse che farne e di non aver potuto interloquire. Naturalmente ci sono molte ragioni per le quali un bene patrimoniale può essere dismesso. Può essere troppo costoso mantenerlo. Può darsi che non serva più. Può darsi che urgano risorse per attività molto importanti, senza che se ne abbiano di sufficienti, e che, quindi, per finanziarle ci si debba rassegnare a cedere qualche elemento del patrimonio per ricavarne i fondi che servono. Ciò che è umiliante è non saperne nulla.

  Istituire una reale sinodalità parrocchiale, non fatta solo di vaghi pipponi  spiritualistici, richiederebbe anche di fare parte ai fedeli della gestione del patrimonio parrocchiale, al di là della consulenza  resa dall’organismo specificamente istituito per questi affari. E’ prevedibile che su questo si accenderebbero dei conflitti, come sempre accade quando si tratta di soldi. Se ne narra anche nei Vangeli:

 

  Sei giorni prima della Pasqua ebraica Gesù andò a Betània dove c’era Lazzaro, quello che egli aveva risuscitato dai morti. Lì prepararono per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali.

  Maria prese un vaso di nardo purissimo, unguento profumato di grande valore, e lo versò sui piedi di Gesù; poi li asciugò con i suoi capelli, e il profumo si diffuse per tutta la casa.

  C’era anche Giuda Iscariota (uno dei discepoli di Gesù: quello che poi lo tradirà). Giuda disse: «Si poteva vendere questo unguento per trecento monete d’argento, e poi distribuirle ai poveri!». Non lo disse perché si curava dei poveri, ma perché era ladro: teneva la cassa comune, e prendeva quello che c’era dentro.

Gesù dunque disse: «Lasciatela in pace: ha fatto questo per il giorno della mia sepoltura. I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avrete me».

 Una gran folla venne a sapere che Gesù era a Betània, e ci andò: non solo per lui, ma anche per vedere Lazzaro, che Gesù aveva risuscitato dai morti. Allora i capi dei sacerdoti decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti andavano a vederlo e credevano in Gesù.

[Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 12, versetti da 1 a 11 – Gv 12, 1-11 – versione in italiano TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

 Ma se si inizia a discutere di questo, sicuramente poi si litiga! E’ questo che si paventa dove si sta decidendo come  essere sinodali. Oddio, ecco l’ideologia. Diventerà come un parlamento… Meglio quindi il pippone  spiritualistico e fare molto silenzio. Si rimane in ascolto. Ma di che? Vi pare che lo Spirito possa veramente intervenire sui rendiconti e preventivi? Dicono di sì, e ne prendo atto. A me appare addirittura blasfemo, e poi non mi è mai accaduto. Di fatto, se non si parla, non ci si intende e se non ci si intende la gestione cade nelle mani di pochi che fatalmente saranno tentati di abusare, se sanno che poi non uscirà nulla di quello che fanno. Ma veramente parlando  ci si può intendere? In realtà è il solo modo di farlo, altrimenti c’è solo l’esercizio della forza, lì dove poi qualcuno chiude la bocca agli altri e questi ultimi si sottomettono. E’ certo il principio cardine del parlamentarismo: discutere per intendersi, rispettandosi a vicenda però. Non è principalmente questione di mettere ai voti. Come sanno bene coloro che hanno lunga pratica di queste cose, come se ne ha, ad esempio, in Azione Cattolica, che è palestra di democrazia, non solo di sinodalità, una buona e franca discussione prepara una buona votazione.

  Se guardiamo alla nostra realtà parrocchiale, dove il gruppo che esprime il governo decide in modo opaco, vale a dire non trasparente  nel senso che ho precisato, i problemi per avanzare sulla sinodalità sono due: quelli di allargare la partecipazione  e, appunto, della trasparenza. Occorre che gli affari in decisione siano esposti prima  di decidere e che se ne dia una qualche pubblicità. Occorre poi attivare la partecipazione, ad esempio integrando il gruppo di governo con altre persone espresse con qualche procedura dalla comunità dei fedeli. Infine occorre procedere ad una reale discussione, nella quale gli argomenti rilevanti vengano trattati in relazione agli obiettivi che ci si  è proposti. Il gruppo di governo parrocchiale, composto di poche decine di persone, si presenta come un piccolo gruppo, quindi legato da relazioni molto forti con corrispondenti assetti di potere stabili. Introdurre gente nuova senz’altro le turberà: occorrerà quindi un tempo di adattamento progressivo. Probabilmente per un po’ si impiegherà più tempo per decidere, ci si scontrerà anche, occorreranno quindi quelle preziose persone che sono capaci di mediare  tra le posizioni contrapposte facendo emergere ciò che di comune anima il gruppo. Ma sicuramente, prima o poi, si ricostituirà un nuovo equilibrio di collaborazione, e così si sarà realmente avanzati nella sinodalità, non semplicemente  a chiacchiere.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli