domenica 19 dicembre 2021

Pensiero di Natale 2021

 


Presepe peruviano in piazza San Pietro


Pensiero di Natale 2021

 

  Natale è un lungo periodo di festa. Non un solo giorno, per i cristiani. Dura dalla sera del 24 dicembre alla sera del 6 gennaio. In modo molto intenso tra il 25 dicembre e il 1 gennaio. Appunto, quindi, non un  solo giorno. La festa cristiana non  sostituì quella più antica dedicata alla nascita del  Sole mai vinto, che si prese a celebrare dal 25 dicembre, ma progressivamente la  inglobò, riprendendone vari temi per spiegare la nuova fede.

  Il Sole era considerato un dio. Gli antichi, che erano molto religiosi, non avevano degli dei la concezione della divinità che noi cristiani abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo. Un dio era una forza sovrastante: poteva manifestarsi nella natura, ad esempio con il Sole appunto, ma anche in una persona, ad esempio in un sovrano. L’onnipotenza non era attributo del dio.  Costantino 1°, imperatore romano nato in Serbia e morto in una città dell’Anatolia vicina all’attuale Istanbul che regnò nel 4° Secolo, fece del Sole il simbolo del suo potere. Ho letto che lo chiamava compagno Sole. Egli, che costruì intorno a quel potere anche una mitologia cristiana, nell’indire e presiedere  il Concilio ecumenico svoltosi a Nicea – in Anatolia – nell’estate del 325, il primo fondamentale concilio riconosciuto come ecumenico,  volle anche chiamarsi  compagno vescovo. La differenza non è da poco. E’ tra l’essere compagno  di un dio e l’essere compagno  di chi ritiene di essere incaricato da Dio di prendersi cura di una Chiesa.  Tuttavia Costantino d’istinto – non era un dotto ma aveva ricevuto formazione da politico e comandante militare -, nel costruire il proprio mito, operò una sintesi che ebbe molta fortuna nelle nostre Chiese: su ispirazione del vescovo Eusebio di Cesarea (città della Palestina), divenuto suo consigliere, si presentò come Vicario  della Potenza celeste:

 

Per definire la natura divina del potere imperiale e la sacralità della persona stessa dell’imperatore, Eusebio adotta modelli neoplatonici e scritturali: già nel Triaconteterico e ora nella Vita Constantini, lo definisce «icona» del Padre e «imitazione» del Figlio, attribuendogli la funzione di «interprete» e di «vicario sulla terra» sia di Dio-Re, sia del Logos-Cristo70. Si tratta di un livello di idealizzazione che conferma la sacralità del potere imperiale senza sollevare particolari problemi di natura dottrinale, in quanto non scalfisce, comunque, i principi della trascendenza del divino rispetto all’umano. [dalla voce “Costantino tra divinizzazione e santificazione. Una sepoltura contestata”, scritta da Giorgio Bonamente nell’Enciclopedia Costantiniana Treccani on line

https://www.treccani.it/enciclopedia/costantino-fra-divinizzazione-e-santificazione-una-sepoltura-contestata_%28Enciclopedia-Costantiniana%29/ ]

 

  La divinità di Gesù  venne creduta molto presto tra i suoi seguaci, fin dai primi decenni dopo la sua morte; questa fede è documentata dai primi scritti del Nuovo Testamento, le lettere di Paolo di Tarso. Costantino, nel suo grandioso disegno di riforma dell’antico Impero romano teologica costruì  ideologicamente, sulla base di quella credenza,  la sacralizzazione del suo potere politico secondo la fede cristiana e, così facendo, le impartì una struttura  politica che  ancora dura, in particolare, con molta forza, nella Chiesa cattolica. Ne inventò la sacra gerarchia. Fino al Quarto secolo l’unità tra le Chiese cristiane era stata fatta sulla base della fede comune, dal Quarto secolo progressivamente si fece nella soggezione a sovrani cristianizzati. Questo principio è, ad esempio,  al fondamento della legge secondo cui si deve praticare la religione del luogo in cui si vive, decisa dal sovrano, deliberata nel Seicento, per porre fine ad un lunghissimo e sanguinoso periodo di guerre a sfondo religioso,  nel complesso di trattati che viene indicato con la definizione Pace di Westfalia  e che pose le basi dell’assetto politico dell’Europa moderna. Quel principio fu progressivamente abbandonato da fine Settecento, con l’affermarsi delle rivoluzioni democratiche; ad esso si richiamano gli attuali sovranismi  europei per discriminare i credenti in altre fedi giunti da fuori. In  correlazione agli sviluppi politici, istituzionali e dogmatici prodottisi nel 4° Secolo si affermò la festa del Natale/Epifania (che celebrano lo stesso evento): si festeggia la stabilità rinnovata dell’ordine universale, l’unione tra Cielo e Terra.

 

  Il Natale e l'Epifania furono in realtà due feste che, non attestate nel sec. I della Chiesa, cominciano ad apparire vagamente nei secoli II e III, "nel corso del sec. IV, in una data che non si può precisare, cominciarono ad essere celebrate dappertutto" (H. Leclercq, Epiphanie, in Dict. d'arch. chrét., V, i, coll. 197-202). In quel secolo infatti l'Occidente prendeva dall'Oriente la festa dell'Epifania e l'Oriente dall'Occidente la festa del Natale del 25 dicembre (v. anche befana befanata).

[voce Epifania, di Umberto Fracassini, Giuseppe De Luca, Giuseppina Soave, in Enciclopedia Italiana  Treccani on line

https://www.treccani.it/enciclopedia/epifania_%28Enciclopedia-Italiana%29/  ]

 

  Con l’affermarsi, tra il 6° e l’8° secolo,  del computo del tempo secondo un’era cristiana decorrente dalla data stimata di nascita di Gesù, il suo giorno natale, la più antica celebrazione dell’inizio dell’anno, collocata nel mese di gennaio dedicato al dio Giano,  fu anch’essa inglobata nella celebrazione del Natale  cristiano e, nella liturgia cattolica, conclude l’Ottava di Natale: ai tempi nostri, e dalla riforma liturgica del 1965, vi si celebra la solennità di Maria Madre di Dio.

  Quella sopra descritta è però solo una delle polarità  della festa del Natale cristiano, che presenta una forte tensione interna tra la celebrazione della sovranità universale e la critica del modo di essere sovrani secondo le potenze della Terra. Però spiega perché il Natale si festeggia anche  come si fa in genere, con pranzi, musica, balli, luminarie, scambi di doni ecc., vale a dire nello stesso modo di tutte le altre feste. Si festeggia la nascita di un sovrano universale dal quale si attende stabilità e prosperità.

  L’altra polarità è quella del Dio che nasce nell’umiltà della condizione umana, ben rappresentata nella teologia francescana del presepe. Si narra che, in occasione dell’allestimento di quella prima sacra rappresentazione della natività, il santo volle che fosse celebrata la messa, a significare che, in quell’umiltà, in quel bambino accudito amorevolmente da mani umane, Dio è realmente presente tra noi.

 La tensione tra queste due polarità riflette aspre controversie teologiche che travagliarono la cristianità tra il Quarto e l’Ottavo secolo, con importanti riflessi politici.  In particolare, è l’umanità  reale del Cristo a fondare la plausibilità di un potere politico sacralizzato  di un suo Vicario, garante visibile dell’ordine universale.

  Di solito il clero critica gli eccessi festaioli dei fedeli in occasione delle festività natalizie, richiamandosi alla teologia dell’umiltà, e tuttavia  nelle liturgie che inscena ne mantiene il fondamento. In effetti i due poli  del Natale sono stati mantenuti, così come la fede nella divinità e, insieme, nell’umanità del Cristo. Così, non si può dire che fare festa  a Natale sia sbagliato, da un punto di vista della fede. Il diffuso profluvio consumista diffuso nei sistemi capitalistici avanzati dà solo più materiale per far festa. Anche senza averne piena consapevolezza teologica, quando si fa festa  a Natale si celebra sempre la fiducia che l’universo abbia un suo ordine stabile, in Cielo come in Terra. Ma, certamente, se si rimane  a questo si è un po’ superficiali.

  La memoria della nascita di Gesù, che non può essere considerata una reale memoria storica secondo i criteri che oggi ci diamo per l’affidabilità storica di una narrazione, rimanda a un tempo in cui egli fu tra noi senza essere ancora il Maestro. Egli era, però, l’Atteso. E questo dell’attesa  è un elemento che, più in generale, può contribuire a spiegare il sorprendente sviluppo dei cristianesimi in società che inizialmente, e a lungo, li considerarono pericolosi elementi di instabilità e di sedizione. Nelle regioni intorno al Mediterraneo, nel Primo secolo,  c’era da tempo una profonda insoddisfazione per l’antica religione politeistica e i suoi rivolti politici.

  Qual è l’ultima parola sugli esseri umani? Essi sono condannati a fondare le loro società su violenza, rapina e sopraffazione, perché nessun potere politico può ordinare  la società senza quei mezzi, oppure è data agli umani la possibilità di essere diversi? Il centro del vangelo cristiano è che, sì, è possibile essere diversi ed essendolo le nostre società ne possono uscire trasfigurate in ciò che viene definito agàpe, un modo benevolo, solidale e misericordioso di convivenza che ci stacca marcatamente dalle consuetudini delle antiche belve dalle quali biologicamente discendiamo. In questa prospettiva la legge del potere è questa:

 

Tra i discepoli sorse una discussione per stabilire chi tra essi doveva essere considerato il più importante. Ma Gesù disse loro:

— I re comandano sui loro popoli e quelli che hanno il potere si fanno chiamare benefattori del popolo. Voi però non dovete agire così! Anzi, chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve. Secondo voi, chi è più importante: chi siede a tavola oppure chi sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure io sto in mezzo a voi come un servo. Voi siete quelli rimasti sempre con me, anche nelle mie prove. Ora, io vi faccio eredi di quel regno che Dio, mio Padre, ha dato a me. Quando comincerò a regnare, voi mangerete e berrete con me, alla mia tavola. E sederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù del popolo d’Israele.

[Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 22, versetti da 24 a 30 – Lc  22, 24-30 – versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

   Questa del potere come servizio  della gente, non di un sovrano, è un’idea centrale della democrazia come oggi la concepiamo. Un’altra è questa:

 

 I farisei fecero una riunione per trovare il modo di mettere in difficoltà Gesù con qualche domanda. Poi gli mandarono alcuni dei loro discepoli, insieme con altri del partito di Erode. Gli chiesero:

— Maestro, sappiamo che tu sei sempre sincero, insegni veramente la volontà di Dio e non ti preoccupi di quello che pensa la gente perché non guardi in faccia a nessuno. Perciò veniamo a chiedere il tuo parere: la nostra Legge permette o non permette di pagare le tasse all’imperatore romano?

Ma Gesù sapeva che avevano intenzioni cattive e disse:

— Ipocriti! Perché cercate di imbrogliarmi? Fatemi vedere una moneta di quelle che servono a pagare le tasse.

Gli portarono una moneta d’argento, e Gesù domandò:

— Questo volto e questo nome scritto di chi sono?

Gli risposero:

— Dell’imperatore.

Allora Gesù disse:

— Dunque, date all’imperatore quello che è dell’imperatore, ma quello che è di Dio datelo a Dio!

A queste parole rimasero pieni di stupore; lo lasciarono stare e se ne andarono via.

[Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 22, versetti da 15 a 22 – Mt 22, 15-22 - versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Esprime il principio della desacralizzazione assoluta del potere politico (non quello della ripartizione di competenze tra gerarchie politica e religiosa), nel senso che nessun potere politico può sottrarsi alla critica sociale – e in particolare religiosa – con la pretesa di essere voluto da un dio. Per realizzare, ciononostante, la sacralizzazione della politica cristianizzata si sono presentati i sovrani come vescovi  universali, in questo senso Vicari  del Cristo, quindi suoi inviati per rendere presente il suo  potere. Dal Secondo millennio il Papa romano pretese l'esclusività di questo ruolo. Gli antichi imperatori romani cristianizzati che ebbero sede a Bisanzio / Costantinopoli furono tuttavia, in questo, il modello di ogni successivo potere sovrano cristianizzato e della corte che l’attorniava, così come dello splendore liturgico destinato a manifestarne la maestà, e in larga parte lo rimasero anche per il Papato romano, almeno fino agli scorsi anni Sessanta.

  L’altra idea fondamentale della democrazia come oggi la intendiamo è il limite di ogni potere politico nel consenso popolare e non trova espressi agganci evangelici, perché il Maestro non intese lasciarci massime in merito né creare, nella sua vita terrena, un’organizzazione territoriale della sua  Chiesa.  Girava predicando e guarendo, ma non lasciava suoi delegati nelle zone che aveva visitato. Tuttavia alle origini quel principio dell'investitura per consenso dei fedeli  fu largamente e a lungo praticato nell’assegnare funzioni ecclesiali. Si ricorda di solito, ad esempio, la designazione  popolare come vescovo di Milano di Ambrogio, che era un funzionario imperiale (non ancora battezzato), nel bel mezzo del fatidico 4° secolo.

   Ai tempi nostri abbiamo uno sguardo realistico su ogni forma di potere, ma questo non impedisce il processo di sacralizzazione, anche senza riferimenti cristiani. Un potere politico sacralizzato appare sostanzialmente quello del cinese Xi Jinping. Lo è ancora, marcatamente, quello del Papa romano, sebbene dagli anni Sessanta se ne stiano progressivamente abbandonando certe insegne. Quando, di fronte alle crisi sociali ricorrenti, sogniamo un demiurgo che riporti le cose a posto, sostanzialmente ragioniamo sacralizzando. Immaginiamo di affidarci a un potere Vicario di potenze superne  come lo costruirono i sovrani delle dinastie cristianizzate. E, indubbiamente, nelle feste natalizie popolari si manifesta anche questa prospettiva.

 L’altro polo della festa, quello del Dio tra noi, uomo tra gli uomini,  ci mette in questione più direttamente. Fare atto di sottomissione ad un sovrano sacralizzato è, tutto sommato, semplice. Ci si umilia di fronte a lui sperando di esserne protetti e beneficati. Ma, in fondo, nella propria interiorità si rimane quelli di sempre. E' anche possibile far mostra insincera di sottomissione.  Praticare  l’agàpe  è molto più impegnativo, anche se assolutamente alla nostra portata, così come la violenza belluina. Richiede di cambiare se stessi come via per cambiare la vita collettiva. E la violenza, naturalmente, ci viene più istintiva. L'agàpe è democratica  perché tutti possono collaborarvi contribuendo a costruire una società diversa. Non occorre essere sapienti, addestrarsi con le armi, essere ricchi, insomma padroneggiare qualche tipo di potere riconosciuto in società. Liturgicamente è rappresentato dall’Eucaristia, il centro delle celebrazioni cristiane. Che c'è di più semplice del condividere il pane? L’umanità è capace di manifestare il divino, inteso come ciò che rimane e che ci distingue dal resto dei viventi.  

  Di questi tempi, nelle nostre Chiese, siamo chiamati proprio a quell’impegno, vale a dire alla sinodalità, come via di riforma. Ci ha convocato colui che oggi impersona ancora il potere sacralizzato  organizzato a partire dal 4° secolo intorno all’esercizio della religione, un potere divenuto progressivamente autocratico e autoreferenziale. Si sono messe così in comunicazione le due polarità  che possono essere individuate nelle celebrazioni natalizie.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli