martedì 7 dicembre 2021

La sinodalità come costruzione sociale

 






La sinodalità come costruzione sociale

 

  Il movimento che il Papa ha innescato in tutto il mondo darà sicuramente i suoi frutti, che ci sorprenderanno. Questo perché coinvolge moltitudini di persone suscitandone la partecipazione attiva e questa è stata da sempre, nelle civiltà umane, la via del progresso. Infatti si impara gli uni dagli altri e le soluzioni più efficaci si diffondono rapidamente se si riesce a mantenere aperta la comunicazione tra le società, ed anche aperte le società stesse al loro interno.

  Probabilmente il nuovo che ci farà uscire dall’attuale stagnazione ecclesiale non verrà da noi italiani, proprio  perché tra noi si ha difficoltà ad aprire  veramente. E’ cosa talmente evidente che non mi pare necessario insistervi sopra. Deriva essenzialmente da ragioni storiche e, in particolare, al pesante assetto istituzionale nel quale le nostre Chiesa sono come ingabbiate. Ne ha scritto oggi Enzo Bianchi su La Repubblica.

  Ho vissuto gran parte delle ere  della nostra parrocchia e certamente mi sorprende come si sia passati dalla vivissima effervescenza ecclesiale che vivemmo negli anni ’70 all’attuale situazione di sostanziale incomunicabilità. In quel passato si aveva più fiducia nel vangelo come fonte di rinnovamento sociale, del resto questa visione ottimistica permeava la nostra Chiesa, nonostante i tempi piuttosto pericolosi e gravidi di sciagure. Basti pensare alla profonda frattura che attraversava l’Europa con potenti apparati militari che si fronteggiavano dalle due parti, un po’ come sta di nuovo accadendo ora, anche se le persone, abituate evidentemente a un lunghissimo periodo di pace, non ne mostrano chiara consapevolezza.

  Iniziai a partecipare consapevolmente ad una comunità ecclesiale quando da scout nella vicina parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione ebbi l’incarico di caposquadriglia, e si era nel 1970. Erano passati solo venticinque anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e gli adulti ne avevano ancora un ricordo vivissimo. Il ritorno della pace dopo un lunghissimo periodo di conflitti sanguinosi che avevano coinvolto gli europei, nel nostro continente e nelle guerre coloniali, era coinciso con la costruzione della nuova democrazia repubblicana italiana, nella quale i cattolici avevano avuto un ruolo centrale, così come il Papato. E questo, tutto sommato, inaspettatamente dopo una dura emarginazione che si era protratta praticamente dalla fondazione del nuovo Regno unitario. Inaspettatamente per chi non conosceva da vicino la nostra Chiesa. L’eclatante successo politico dei cattolici italiani era stato meticolosamente preparato dagli anni ’30, sotto il fascismo mussoliniano nella fase di massima affermazione sociale, nei settori universitari dell’Azione Cattolica e nell’Università cattolica del Sacro Cuore. Da qui, già durante la fase declinante del fascismo italiano, emerse una nuova classe dirigente capace, in particolare, di realizzare ciò che non s’era mai fatto prima, vale a dire di catalizzare la cooperazione di forze sociali apparentemente divise da radicali differenze di impostazione, che a lungo si erano aspramente combattute. La dolorosa esperienza bellica aveva ammaestrato duramente i popoli italiani sulla falsità delle prospettive di rinnovamento sociale basate sull’annientamento degli avversari e della corrispondente propaganda di regime, ma anche, per certi versi di opposizione. Gli italiani ne avevano avuto abbastanza di sangue e violenza. E’ in questo contesto che la dottrina sociale, sviluppata secondo idee opposte, si affermò rapidamente, influenzando anche gli storici oppositori.

  Bisogna anche dire che, alla fine della Seconda guerra mondiale e negli anni ’70, c’erano molte più persone giovani di oggi. L’età media più anziana certamente influisce sugli atteggiamenti della popolazione e questo  è particolarmente sensibile negli ambienti ecclesiali, dove sempre più spesso ci ritroviamo tra persone che hanno i capelli bianchi.

  Capisco lo scoramento che può prendere i nostri preti, i quali si sono giocati la vita sulla religione, di fronte a platee di fedeli particolarmente passive e piuttosto diffidenti. Penso che per loro sia però consolante il lavoro con i più giovani, i quali tuttavia in genere ci lasciano proprio quando inizierebbero ad esserci più utili. Del resto è facile vedere che in una parrocchia come la nostra c’è poco spazio per loro.

  I preti si sono abituati a fare da sé e, da parte delle persone laiche, ci si è abituati a lasciarli fare. Ecco che allora le forze appaiono impari. Ma veramente non c’è alternativa?

  Non dobbiamo pensarlo.

  Bisognerebbe però, appunto, come s’è detto, aprire  un po’ di più.

 Veramente non c’era altra soluzione, per un evento sinodale  come quello che abbiamo celebrato ieri in parrocchia che strutturare tutto intorno ai preti? Davvero non si poteva informare un po’ di più sul senso di ciò che si stava facendo? Del resto, sia per il cammino sinodale universale che per quello delle Chiese in Italia, ora sono disponibili dei sussidi che spiegano bene tutto.

 In questi giorni ho guardato su Netflix  la serie di cartoni di Zero Calcare Strappare lungo i bordi. Il parlato è quello dei giovani della nostra città, anche del nostro quartiere, e quindi è abbastanza sboccato. Ma la trama è molto profonda. Si affronta di sfuggita anche il tema religioso. Il protagonista va con due suoi amici a Biella per un funerale di una loro amica che si è suicidata. La cerimonia funebre si tiene nella palestra di pugilato dove la ragazza morta si era molto impegnata da ultimo. Ma lui pensava che si sarebbe fatta in una chiesa e immaginava il pippone [termine dal gergo popolare romano: significa discorso lungo, noioso, autoreferenziale, scollegato con ciò che interessa coloro che ascoltano, che toglie spazio agli altri] del prete e che gli sarebbe risultato insopportabile. Invece tutto è organizzato dai genitori della morta e dai suoi amici. Ecco, bisognerebbe dare ascolto a questa storia e cercare di non risolvere sempre tutto con un pippone, soprattutto quando si dovrebbe produrre qualcosa sinodalmente e non solo aria fritta, vale a dire limitarsi a tirar fuori quello che il pippone  ci suggerisce nei secondi successivi a quando ci viene somministrato (lo scrittore Bruce Marshall scrisse che i pipponi  dei preti lasciano traccia per una decina di minuti nei fedeli che ascoltano e molto meno in chi li fa). Perché, in questo modo, non si costruisce nulla. La gente parla, ma le si dà poco credito, e, anzi, fatalmente, se c’è un prete nei paraggi, quello è tentato di proseguire con il pippone  di cui si diceva. Sapendo come vanno di solito queste cose, e che si sarà comunque sovrastati dal pippone, la gente se l’aspetta e non sta tanto a tirare le conclusioni, in particolare, ad esempio, a mettersi d’accordo per organizzare impegni collettivi. Lascia fare  al prete.

  Questa volta, questo bisognerebbe chiarire bene, non si tratta di perfezionare la nostra spiritualità, ma di costruire sinodalmente, quindi con un ruolo attivo, un modo nuovo di essere  e di fare Chiesa.

  Quello che c’è non va?

  Certo che non va. E’ proprio per questo che il Papa ha ordinato i cammini sinodali, quindi non solo ha deciso di convocare il vescovi, ma tutta la Chiesa, noi compresi.

 Cominciamo, allora, a darci da fare. Non ci sono strutture adeguate? Costruiamole. Sinodalità è costruzione sociale, o non è tale.

  Lasciandoci, ieri sera al termine della prima assemblea sinodale parrocchiale, non abbiamo saputo se e quando ci saremmo rivisti, che avremmo fatto le prossime volte e come, e, infine,  se per noi ci sarebbe stato un ruolo un po’ più coinvolgente di semplici  produttori di aria fritta a seguito di pipponi. Francamente io non ricordo più nemmeno tutti i nomi di quelli che c’erano nel mio gruppo. Ora mi rendo conto, però, che avrei potuto proporre qualcosa, essere più attivo, invece di lasciar fare come al solito. Le prossime volte, se e quando ci saranno, farò diversamente.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli