lunedì 8 novembre 2021

Metodi di sinodalità - 5 - Un anno speciale

 

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Metodi di sinodalità – 5 –

Un anno speciale

 

 

[Dal discorso di Papa Francesco ai rappresentanti del 5° Convegno nazionale della Chiesa italiana , tenuto a Firenze il 10 Novembre 2015 nella basilica di Santa Maria del Fiore]

 

  La riforma della Chiesa […] non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.

  La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22).

[…]

  Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa?

  Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme. Io oggi semplicemente vi invito ad alzare il capo e a contemplare ancora una volta l’Ecce Homo che abbiamo sulle nostre teste. Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando «il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?

[…]

  Ai vescovi chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la vostra gioia: “Sono pastore”. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.

  Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo. Ho espresso questa mia preoccupazione pastorale nella esortazione apostolica Evangelii gaudium (La gioia del Vangelo - cfr nn. 111-134).

  A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

[…]

  Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.

[…]

  Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).

[…]

  La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

  Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.

E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. È fratello.

[…]

  Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.

  Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità ,in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.

 

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  Voglio prendere sul serio questa obiezione: “Stai parlando solo del cammino sinodale, ma la vita dell’Azione Cattolica non è solo questo, c’è dell’altro”.

  Inizio osservando che quest’anno c’è stata la proposta di dedicare al cammino sinodale una riunione sulle tre del mese. Quindi ci sarà certamente dell’altro. Chi ha ripreso a venire agli incontri, sa infatti che nelle altre due riunioni stiamo seguendo il percorso formativo dell’Ac Questione di sguardi, che è molto ricco e interessante.

  Bisogna dire però che il cammino sinodale, soprattutto nella fase di consultazione  che si concluderà il 15 agosto 2022,  è un evento molto importante, che richiede tutta la nostra attenzione e la nostra partecipazione, perché i nostri vescovi desiderano ascoltarci   e ci hanno mandato un Interrogativo fondamentale  e Dieci domande  perché noi si risponda, dopo averne discusso insieme sinodalmente, vale a dire facendo uno sforzo speciale per trovare una posizione condivisa che corrisponda ad impegni che collettivamente  assumiamo. La collaborazione con i vescovi nell’apostolato, in particolare in quello che da persone laiche operiamo nella società nella quale siamo immersi, è la ragion d’essere dell’Azione Cattolica. Noi non siamo solo un gruppo di spiritualità  o un gruppo di preghiera. Devo essere io a ricordarlo alle altre persone del gruppo che, come me, hanno trascorso una vita in Azione Cattolica?

  Questo cammino sinodale è dedicato alla riforma della Chiesa, lo ha detto il Papa nel discorso di Firenze del 2015 ai partecipanti al Convegno ecclesiale nazionale In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, il quale  viene considerato l’avvio del processo sinodale delle Chiese italiane, che è in corso contemporaneamente a quello per la Chiesa universale. In particolare si tratta di indirizzare con più decisione la Chiesa verso gli obiettivi indicati negli scorsi anni Sessanta dal Concilio Vaticano 2°. Uno dei principali temi è quello di realizzare forme di partecipazione alla vita ecclesiale da parte delle persone laiche che corrispondano al principio di pari dignità battesimale. L’idea che solo a preti e religiosi appartenga la vita di Chiesa e alle persone laiche competa di operare solo nella società civile non corrisponde a ciò che il Concilio Vaticano 2° deliberò. Infatti l’attivismo di clero e religiosi nella società civile ha continuato ad essere molto intenso anche dopo il concilio, mentre alle persone laiche si sono aperti ampi spazi di partecipazione alla vita di Chiesa, anche se in quest’ultimo campo hanno avuto più difficoltà. Si è detto che non dovevano clericalizzarsi, ma, in genere, le persone laiche non desiderano questo. In realtà nel clero e tra i religiosi si è vissuta con una certa preoccupazione questo nuovo impegno da parte di persone che si era abituati a vedere più che altro come platea liturgica. E, per la verità, a lungo si è preferito frenarle lungo quella via. Questo disagio a cui mi sono riferito si nota, ad esempio, nell’affrontare il tema del nuovo ministero ecclesiale del catechista,  istituito da papa Francesco con la lettera apostolica Motu Proprio [una legge ecclesiastica d’iniziativa del papa] Antiquum Ministerium [Un antico ministero]  del 10 maggio 2021. Ricevuta la patente  di catechista, non diverranno dei so-tutt’io? Osservo che il centro del nuovo ministero laicale non è  distribuire una patente, ma incaricare di una missione, e che la formazione permanente  che è prevista per i catechisti è al servizio di essa; e poi penso che, quanto al so-tutt’io,  non credo che le persone laiche che sentono la vocazione per quel ministero abbiano alcun desiderio di seguire i cattivi esempi (che certamente ci sono nella Chiesa). In realtà, rispetto a quello che si faceva nella nostra parrocchia negli anni  ’70, il decennio in cui fu iniziato il rinnovamento della catechesi, la formazione dei catechisti certamente è carente, anzi mi pare che semplicemente non si faccia. E sono loro stessi, per quel che so, a invocarla, ma non si fa.

  Poiché il cammino sinodale coinvolge tutto il mondo, esso avrà una rilevanza vicina a quella di un Concilio, anche se non tratterà di ridefinizioni dogmatiche. Dovremmo trattarlo come un impegno tra i tanti? Quando i nipoti ci chiederanno “Tu dov’eri, che hai fatto?”,  gli dovremo rispondere che, sì, c’era questo cammino sinodale, uno del gruppo ne parlava tanto, “Mario, sì Mario, mi pare che si chiamasse”,  ma che noi si è preferito non eccedere e, tutto sommato, s’è continuato a fare come prima, perché, in fin dei conti, i sinodi sono cose da preti,  e questo nonostante che i vescovi ci avessero espressamente interpellato come persone laiche?

  Quanto al Papa: come si fa a non sorreggere una persona come Francesco che ci parla con il cuore come a Firenze?

  Sento dire talvolta, da questo e da quello, che lui non è d’accordo con il Papa. Chi lo dice? Un grande teologo o almeno una persona sulla scia di un grande teologo? Una persona che sa di storia e filosofia? No, uno qualunque come me. Si sa poco di tutto, non si ha tanta voglia di imparare, ma all’evidenza si sovrastima quello che si sa e allora ce se ne esce di non essere d’accordo con il Papa. Poi magari ci si definisce tradizionalisti, ma non certo quanto alla severa (un tempo) tradizione  di sottomissione al Papa. Magari si segue un Papa del passato, del quale comunque si sa poco o nulla, più che altro un nome e una certa vaga fama. Un’affermazione di quel genere poteva costare molto cara a un prete e a un religioso, un tempo, quello appunto della tradizione  alla quale fanno riferimento certi tradizionalisti. Ma allora, tu non vuoi bene al Papa?, rinfacciarono a Primo Mazzolari, grande anima, per metterlo in difficoltà di fronte ai suoi superiori. E lui ci scrisse sopra un formidabile libretto: “Anch’io voglio bene al Papa”. E, oggi, sul suo esempio, considerando tutti quelli che superficialmente si permettono di dire che non sono tanto d’accordo con il Papa, grido invece “Voglio bene al Papa!”.  Ma non perché adesso dice e scrive cose che mi emozionano, ma perché, povera anima cristiana, si è sobbarcato questo pesantissimo fardello di essere nostro Papa, e mi pare come crocifisso ad esso, veramente alla sequela di Gesù, e sta realmente  vivendo questo supremo ministero secondo gli stessi principi che predica a noi, umiltà, disinteresse, gioia evangelica,  e predica incessantemente il vangelo,  e non abita nella reggia dei suoi predecessori, ma nello stesso albergo in cui si era sistemato venendo a Roma per il Conclave che l’ha eletto. Povero, povero Papa, ti voglio bene!

  Se io considero una figura di un Papa del passato come Alessandro 6° Borgia, il quale regnò in religione e su Roma per undici anni dal 1492, ed ebbe amanti e figli, uno dei quali creò arcivescovo a 17 anni e cardinale l’anno successivo, e considero che fece impiccare e bruciare sul rogo il frate domenicano Giacomo Savonarola, grande anima, perché lo criticava pubblicamente e aspramente per la sua vita dissoluta, posso concludere che, tutto sommato, non sono d’accordo con quella decisione  di quel Papa, e, in generale, certamente non considero quel Papa un esempio di vita religiosa né di episcopato: ma parlo sulla base di ciò che so di lui e di fatti storici sui quali si è ragionato molto. Non posso dire, lo ammetto francamente, di essere stato proprio sottomesso  ai Papi della mia vita, che comunque mi sono stati tutti veramente  molto cari, ma certo ho avuto per loro un grandissimo rispetto, soprattutto tenendo conto della mia pochezza rispetto a loro, i quali furono realmente grandi anime. Perché è così che mi hanno educato a fare in Azione Cattolica e capisco che ci sono buoni motivi per farlo.

  E ora che Papa Francesco, il Papa, non un qualche Papa del passato, ma proprio il nostro Papa, ci esorta in modo così accorato a che  in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, si cerchi di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, e, ora, per partecipare alla consultazione del Popolo di Dio  che è in corso nel cammino sinodale, dovremmo utilizzare mezze misure, fare un po’ e un po’, continuando a spendere anche per altro questi pochi mesi, fino al 15 agosto dell’anno prossimo, in cui siamo chiamati a rispondere alla domande  dei vescovi su temi cruciali per noi, per loro e per tutti gli altri? E, nell’informare le altre persone sulle nostre attività di quest’anno, dovremmo mettere il Sinodo accanto a quell’altro che faremo, come se non fosse l’evento epocale che è, come se noi non fossimo chiamati, dal Papa (!), a metterci tutta l’anima?

 Ragioniamo insieme su questo  in modo sinodale  e decidiamo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli