venerdì 5 novembre 2021

Metodi di sinodalitá – 3

 

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Metodi di sinodalitá – 3

 

  L’ “Uomo” della teologia non esiste nella realtà, è una stilizzazione per rendere accessibile alla cultura una materia troppo complessa per essere dominata dal pensiero umano. Questo accade anche negli altri campi delle scienze. Siamo viventi limitati dal punto di vista cognitivo e la riflessione collettiva cerca di superare questo ostacolo. A volte i lettori di teologia e gli stessi teologi sembrano non rendersene conto. Nelle scienze della natura e in quelle sociali è un assioma metodologico. Questo spiega perché non di rado esse non soddisfino i teologi. E perché una vera alleanza tra quelle discipline e la teologia si manifesta spesso problematica. Questo inconveniente risale agli albori del pensiero propriamente scientifico europeo, con lo sviluppo dei primi grandi centri universitari, nell’Undicesimo secolo.

  La sinodalitá ecclesiale è un concetto teologico. Di questo in genere i fedeli non hanno precisa consapevolezza, i teologi, naturalmente, sì. Non sono un teologo e non sto qui a dettagliare, anche  se di ciò ho raggiunto una certa consapevolezza. Basti dire che nella sinodalitá è implicata la cristologia, vale a dire le concezioni che nelle nostre Chiese abbiamo sviluppato su Gesù come fondamento dell’universo.

   La conseguenza è che, in religione, ci si aspetta dalla realizzazione della sinodalità ecclesiale molto più che una convivenza benevola, piacevole e solidale, nella quale ci si aiuta gli uni gli altri e si divide il pane.

  Tuttavia, nella costruzione della sinodalitá ecclesiale, si incontrano non l’Uomo della teologia, ma le persone come realmente sono, situate in una certa società e in un certo corso della storia di quest’ultima. E da ciò non si può prescindere, se si vuole andare avanti, specialmente se lo si vuole fare su larga scala, come i nostri vescovi ora ci esortano a fare.

   Ad esempio, ci si scontra con la limitatezza del tempo a disposizione delle persone. Si tratta di una riscorsa scarsa che quindi le persone cercano di impiegare nel modo più produttivo possibile. A che mi serve ciò che faccio?, ci chiediamo costantemente, anche se non sempre in maniera consapevole. La socialitá, ad esempio, è un’esigenza fondamentale degli esseri umani, innanzi tutto per caratteristiche di specie, ma anche per l’evoluzione culturale delle nostre società, ma, nel corso della nostra vita, non la viviamo sempre con gli stessi scopi e nello stesso modo. La nostra socialità varia a seconda degli ambienti che frequentiamo, non la viviamo nella stessa maniera ad esempio in chiesa e in un partito, ma anche a seconda delle età della vita. Dei giovani adulti con figli la vivono in modo diverso dagli adolescenti e dalle persone più anziane. La socialità è più facile quando si è più giovani e diventa sempre più difficile divenendo anziani. Il principale problema della vecchiaia è la solitudine, l’altro è l’efficienza fisiologica.

 La sinodalitá ecclesiale è strettamente connessa alla socialità espressa dalle persone e ne è molto influenzata.Di questo si dovrà tener conto nell’organizzazione dei gruppi sinodali, vale a dire quelli nei quali, secondo le indicazioni dei vescovi, si inizia a fare tirocinio di sinodalità. Se non lo si fa, le persone non si lasceranno coinvolgere, nonostante tutte le severe intimazioni che la teologia, mediante il magistero, rovescerà sui fedeli. I gruppi sinodali verranno disertati.

  Se non si prova soddisfazione nel partecipare ad un ambiente sociale, si tende ad evitarlo, a non impegnarvi il prezioso nostro tempo in un modo che ce  lo farebbe apparire sprecato. Si tende a non partecipare, quando si ha la sensazione che si tratti di cosa inutile. Ha un bel dire la teologia, ma se tutto ciò che può dare è la sua sofisticata concettuologia, questo non ci fa ardere il cuore. Infatti il Maestro, badate bene, insegnava, ma certamente non fu un teologo. E le riforme dirette dai teologi hanno lasciato quasi sempre a desiderare. Questo spiega anche tutte le efferate crudeltà che sono state espresse dalle socialità religiose – è un dato storico del quale prima si prende realistica consapevolezza, meglio è -, nonostante tutto il parlare di amore dei teologi: in realtà prima si decise di ammazzare, segregare, discriminare, e poi se ne diede una cornice teologica, e naturalmente la si  trovò, perché la capacità argomentativa delle scienze teologiche è divenuta molto sofisticata. Così spesso, storicamente, la teologia è divenuta ancella della politica nel mentre si arrogava la tirannia assoluta su tutto e su tutti, quindi fu strumento della politica, vale a dire del governo delle società, proprio nel mentre si illudeva di strumentalizzarla.

  I processi di secolarizzazione che si sono prodotti progressivamente  con l’affermarsi delle democrazie europee dal Settecento, ma in particolare dalla metà del secolo scorso, hanno significato la desacralizzazione della politica, che ha preso a cercare legittimazione senza riferirsi al soprannaturale, che tuttavia è rimasto un insieme di concezioni molto saldo nella psicologia sociale. Fino agli scorsi anni ’50, in Italia, la pratica liturgica fu parte dell’apparenza di rispettabilità delle persone in società, per cui i non frequentanti, e ancor più i non credenti dichiarati, apparivano strani. Al giorno d’oggi la religione è di poca utilità per l’integrazione politica e, certo, la pratica religiosa determinata più che altro da quell’esigenza era piuttosto superficiale agli occhi dei teologi. Ma faceva affluire le masse in chiesa. Al giorno d’oggi ci viene meno gente, ma sarei cauto a lamentare la scristianizzazione della società. La cartina al tornasole dell’inculturazione religiosa è data dal considerare a chi le persone rivolgono le loro preghiere di implorazione nelle difficoltà estreme della vita, in particolare quando è la stessa vita in pericolo. Credo che il Cielo a cui gli italiani si rivolgono sia ancora quello descritto dalla teologia cristiana. In questo campo, dunque, la religione è ancora utile e quindi praticata.

     Secondo le concezioni dei teologi cattolici le Chiese sono state istituite come via di salvezza. Dicono che rendono presente il Cristo Signore dell’universo. Questa è la dimensione sacramentale della Chiesa. Secondo alcuni altri orientamenti religiosi questo comporterebbe anche che al credente vada tutto meglio, ciò che naturalmente non può dirsi proprio evidente; ma, si sa, se ci si esalta, nello stato euforico che ne consegue si sta veramente meglio per un po’ e la realtà appare come trasfigurata. Ma la sinodalita ecclesiale che ora viene proposta come via ordinaria di fede ai cattolici significa anche qualcosa di diverso, che riguarda ciò che, nel lessico del Concilio Vaticano 2º, è espresso come un ordinare il mondo secondo Dio. Questo richiede di collaborare in molti e di considerare realisticamente come va il mondo, non solo secondo le immaginifiche ma stilizzate sintesi della teologia. Ad esempio: è vero che il nostro attuale modello di sviluppo, se non corretto secondo principi più virtuosi, porterà al disastro ambientale? Ed esige anche di tener conto di come si esprime nel mondo di oggi la socialità, senza accontentarsi delle schematizzazioni della teologia.

 Se noi, ad esempio, proponiamo ai ventenni laici, per i quali la sessualità  è un aspetto fondamentale della persona, una sinodalità secondo la socialità espressa, ad esempio, dai sessantenni, o da persone celibi/nubili per vocazione, o dai monaci, falliremo miseramente il risultato. Una conclusione che trova conferma tanto evidente nell'esperienza della socialità  è però tanto difficile, talvolta, da far accettare in religione, quando ci si lascia trascinare da sogni che presto si trasformano in incubi, come quello di poter indurre nelle altre persone, da noi stessi, con le nostre sole forze, battendo metaforicamente i pugni sul tavolo,  l'Uomo nuovo della teologia, senza tante mediazioni.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli