sabato 27 novembre 2021

Manuale di sinodalità - Animazione, coordinamento, presidenza

 

Il logo del Sinodo 2021-2023


Il logo del cammino sinodale delle Chiese in Italia



Manuale di sinodalità

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Animazione, coordinamento, presidenza

 

  L’animatore  è un tecnico che lavora su un gruppo per fargli conseguire un risultato collettivo. Presuppone che il gruppo sia composto da persone che non abbiano ancora  fatto società, quindi con relazione interpersonali deboli o frammentate. L’animatore arriva  nel gruppo provenendo dall’esterno e ha ricevuto una specifica formazione, l’animazione essendo, appunto, una tecnica sociale.

  Il coordinatore  è chi, arrivando  in un gruppo che è una società agli inizi e che quindi non si è dato ancora una propria sufficiente organizzazione sebbene abbia individuato propri scopi, dando e togliendo la parola, assegnando compiti e redigendo programmi di attività e resoconti, indirizza il gruppo verso quegli scopi.

  Il presidente  di un gruppo scaturisce  dall’interno del gruppo stesso, svolge compiti di animazione  e  coordinamento, ma, in più, è responsabile  verso il gruppo, al quale deve rendere conto  della propria mansione e dal quale può essere sostituito. La mansione di presidenza, a differenza di quelle di semplice animazione e di coordinamento, è subordinata al consenso  del gruppo e, per questo, deve essere assoggettate a periodiche verifiche: quindi è a termine. La costituzione di un ufficio di presidenza  connota il gruppo in termini democratici. L’esigenza di porre limiti  all’ufficio di presidenza richieda la delibera di un regolamento  per il funzionamento dell’organizzazione del gruppo.

 Un quarto modo di direzione  di un gruppo è quello del gerarca. Il termine richiama subito lo scherzoso appellativo dato ai funzionari dirigenti del Partito nazionale fascista, durante il fascismo mussoliniano. Tuttavia esso è proprio della terminologia delle chiese cristiane più antiche, ai cui vertici vi sono organizzazioni di gerarchi. Gerarca è colui il cui potere sociale è sacralizzato, vale a dire è ritenuto intangibile  per volontà del Cielo. La gerarchia  è il complesso dell’organizzazione dei gerarchi, ordinata in modo piramidale. La sua teoria, come oggi viene espressa nella nostra Chiesa, risale al Trecento ed  è stata sviluppata in modo molto esteso nel Cinquecento, epoca dal quale la Chiesa cattolica iniziò a darsi un’organizzazione che emulava quella degli stati coevi. Gli storici della Chiesa ricordano che, in quei termini, era sconosciuta nel Nuovo Testamento e ai Padri della Chiesa, ma anche, ad esempio, a un teologo universitario come Tommaso D’Aquino. Rappresenta un’integrazione tra la nuova teologia riguardante il Papato riformato a partire dal Papa Gregorio 7°, regnante dal 1073 al 1085 e le scienze universitarie giuridiche. Nell’ordinamento gerarchico della Chiesa cattolica, ogni potere sacro compete solo al clero e ai religiosi, il potere è ordinato per gradi, con al vertice il Papa, e agli altri fedeli cristiani compete solo di seguire docilmente i gerarchi sovraordinati. Il Concilio Vaticano 2° volle scardinare questa organizzazione sostituendo la piramide  con l’immagine del Popolo di Dio. Il clero non sta sopra ma in mezzo. Il logo del Sinodo dei vescovi 2021-2023 rappresenta proprio questa concezione. Essa tuttavia non si è ancora affermata nella prassi ecclesiale, dove tutto è rimasto più o meno come prima del Concilio. Questo è uno dei principali problemi che la sinodalità come ci viene proposta vuole risolvere. E’ anche uno dei motivi di frattura tra Chiesa e società: essa sta portando alla fine della Chiesa.

  Un prete, per formazione e cultura, è portato per istinto, diciamo, ad assumere la direzione gerarchica  dei gruppi che gli sono affidati. Dopo il Concilio, in vari movimenti che sono sorti sfruttando le possibilità di auto-organizzazione aperti dai documenti conciliari, si è sviluppato anche un para-clero, costituito da persone laiche che egemonizzano gerarchicamente gli aderenti a quei gruppi. Ciò ha aggravato il problema gerarchico.

 Un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica è l’esempio pratico di un ordinamento basato su una presidenza. Il prete vi è assistente ecclesiastico, non gerarca. L’Azione Cattolica, però, ha una lunga storia, che ha originato ordinamenti e, da ultimo, un ordinamento prevalentemente democratico, dal 1968. Nel 1906 venne costituita, però, come organizzazione a fini sociali, sindacali e politici ad egemonizzazione gerarchica. Nel 1941 le fu commissionata dal Papa Pio 12° la costruzione di una democrazia post-fascista in Italia e questo l’aprì alla pratica della democrazia. Dal 1968, con lo statuto deliberato quell’anno e approvato dai vescovi italiani, definì se stessa esperienza popolare e democratica.

  La sinodalità che ci viene proposta, che esige  partecipazione anche nelle fasi decisionali, richiede di uscire dalla coercizione gerarchica dei gruppi, per elevarsi alla dirigenza come presidenza e, quindi, anche alla democrazia interna. Al di fuori dell’Azione Cattolica se ne ha scarsissima pratica, come dimostra l’annichilimento del nostro Consiglio pastorale parrocchiale, organo partecipativo previsto dal diritto canonico che nella nostra parrocchia, che io sappia, da anni non si riunisce. Si vive, in genere, la propria spiritualità individualmente, o al più in famiglia, o in gruppo ma sotto egemonia gerarchica.

  I preti, in particolare, mostrano scarsissima familiarità con la sinodalità e diffidano dei processi democratici, dei quali sono portati a vedere più che altro le degenerazioni (sottovalutando quelle, gravissime, del sistema gerarchico). Stupisce, naturalmente, in Italia, dove i preti sono stati così importanti nell’affermazione della democrazia, tanto che il partito che fu egemone nel post-fascismo e fino al crollo dei comunismo nell’Europa orientale trova origine in una formazione, il Partito popolare, fondata e diretta proprio da un prete, don Luigi Sturzo, sulla base di ideologia di  democrazia cristiana risalente ad un altro prete, don Romolo Murri. E’ un disastro prodotto durante il lungo inverno ecclesiale  originato nella seconda metà degli anni ’80, epoca dalla quale anche la nostra parrocchia cambiò radicalmente volto.

  In questa situazione occorrerà passare gradualmente, ma con decisione e più rapidamente possibile, dall’animazione  al coordinamento per arrivare alla fase della presidenza, inducendo autonomia nei gruppi che fanno pratica di sinodalità.

  E’ molto importante tener conto di questo: il processo sinodale  che è stato avviato non è concepito come straordinario, un volta tanto, ma come esperienza di vita ordinaria della Chiesa. La sinodalità si impara facendone pratica, in un lavoro di apprendistato e la sua esperienza matura si può fare solo in un regime di presidenza, vale a dire quando un gruppo ha maturato una sufficiente autonomia ed è diventato capaci di darsi norme di procedura e scopi.

 Un gruppo sinodale, quello in cui si fa pratica di sinodalità, non deve, pertanto, né essere troppo piccolo, tale da non richiedere un vero e proprio ordinamento, perché vi prevalgono le relazioni interpersonali, né troppo grande, diciamo in una condizione in cui non ci si riesca più a chiamare per nome, per evitare che la conseguente spersonalizzazione deprima la partecipazione. Non è quindi condivisibile il suggerimento contenuto nelle Indicazioni di metodo  per il cammino sinodale  delle Chiese italiana di organizzare gruppi sinodali  di non più di una decina di persone. Essi finirebbero per finire nelle mani degli animatori e non sentiranno il bisogno di suscitare una presidenza.

 Eleggere una ufficio di presidenza, meglio sarebbe un ufficio collegiale con partecipazione  paritaria di uomini e donne, e sottoporlo a verifica a scadenza sono le prime importanti decisioni che devono connotare un gruppo sinodale, elevandolo da funzioni puramente consultive verso una gerarchia. Tali decisioni devono essere prese a maggioranza, secondo il regolamento del gruppo (che può prevedere maggioranza qualificate, superiori alla metà più uno dei voti), e, sempre, all’esito di una discussione. Occorre infatti suscitare un reale consenso, non conquistare un voto: questa è una caratteristica che si ritiene propria della sinodalità, ma che, a ben vedere, riguarda anche la democrazia che non sia degenerata in pura demagogia (ne scrissero i primi teorici della democrazia nella Grecia antica).

 Al centro della sinodalità, spiegano gli esperti, vi è la missione. Quest’ultima non consiste nel mantenere in vita una gerarchia  nei secoli, anche se è così che sembra intenderla l’orientamento geracologico (l’espressione è del grande teologo Yves Congar – 1904/1995 -, uno dei maestri del Concilio Vaticano 2°).

  La missione è l’attuazione del vangelo nella società, non solo la sua predicazione. In essa tutti sono coinvolti, sia i chierici che gli altri fedeli cristiani. Naturalmente il primo campo di missione è la stessa Chiesa, che deve essere costantemente riformata secondo il vangelo. La sinodalità come oggi ci viene proposta – e ci viene proposta in modo radicalmente da come fu animata dai gerarchi in passato  - è la via per farlo. Tuttavia lavorare sulla Chiesa non basta: la missione non è quella di far confluire tutto e tutti nella Chiesa, il totalitarismo ecclesiale, ma quello, secondo l’espressione del Concilio Vaticano 2° di ordinare le società secondo Dio (Costituzione Luce per le genti  - Lumen gentium, n.31). Il Concilio ne trattò parlando dei laici, ma, naturalmente, non si volle escluderne i chierici e religiosi, che di questo lavoro avevano un’antica tradizione, risalente almeno al Terzo secolo, quando si dovette far fronte a durissime persecuzioni sistematiche da parte delle  autorità civili.

  Nella missione la Chiesa è in ritardo di due secoli, sosteneva una grande anima come Carlo Maria Martini. Nel campo dei valori, le persone laiche di fede se la stanno faticosamente trascinando dietro, ma il loro magistero – si tratta infatti propriamente di questo – è in genere misconosciuto e diffamato.

  La difficoltà di cambiare è evidente anche nella nostra parrocchia.

  I preti dovrebbero accettare che la sinodalità comporta anche il lasciare spazio agli altri fedeli: non tutto può essere controllato da loro, e, se lo è, allora non si fa veramente sinodalità. Bisogna creare nuove istituzioni di sinodalità, a partire da gruppi sinodali che si muovano verso l’elevazione all’ordinamento basato sulla presidenza.

  Occorre, naturalmente, che il tirocinio di sinodalità avvenga in regime di libertà di espressione, in mancanza della quale si ricade nel degrado gerarchico. Non basta tuttavia che essere tollerati, ma che si tenga realmente conto di ciò che viene detto, in particolare quando raggiunge un ampio consenso.

  Da parte di noi fedeli occorre meno passività, quella passività alla quale, comunque, si  è stati costretti dalle pretese gerarchiche. Se vogliamo salvare la Chiesa  non ci possiamo contentare di venire a messa la domenica, e basta. E’ vero, ci è stato detto che questo è ciò che conta più di tutto, ma, in realtà non era solo alla liturgia  che si voleva far riferimento, ma alla vita intera come eucaristia, e su questo non mi dilungo perché non voglio minimamente assomigliare al para-clero. Leggete, studiate, informatevi. Cercate di ascoltare  con più attenzione i pastori. Siamo troppo distratti. Ne predicano continuamente.

 Lo dico francamente: alle ultime riunioni del nostro gruppo c’era troppa poca gente. Così non va bene. Così si chiude, siatene consapevoli. E addio alla missione, allora.

 Ciascuno non si chieda che cosa fa per lui il gruppo, ma che cosa lui ha fatto per il gruppo e per la parrocchia, a parte fare da platea,  e in ciò parafraso un detto contenuto in un celebre discorso del presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy, cattolico anche lui. Se si va sempre a ricasco dei preti, di para-preti, di animatori e coordinatori inviati dall’esterno, si va poco avanti, si è massa passiva, gregge  in senso pecorile, non cristiano. Si è gregge cristiano quando si  alla sequela del Signore, il Buon Pastore,  che ci vuole attivi: infatti ci ha mandati al mondo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli