Parlare di ciò che non va in un’organizzazione è semplice, molto più difficile programmarne la riforma, soprattutto quando si tratta di una struttura di elevata complessità come sempre è quella di una delle Chiese cristiane storiche. Essa ha a che fare con aspetti molto delicati della psicologia umana e ingloba relazioni sociali e interpersonali molto profonde. Questo dovrebbe suggerire prudenza e progressività nei riformatori in modo che i cambiamenti che si cerca di indurre possano essere assimilati in modo non traumatico. Il processo sinodale attualmente in corso è la via migliore per tentare una riforma, perché, nella sua fase di ascolto, consente di cogliere i segnali di sofferenza che si manifestino nel corpo sociale e di porvi tempestivamente rimedio.
Una correzione a livello della burocrazia ecclesiastica, che è molto sviluppata nella Chiesa cattolica, di solito non causa problemi, perché quel livello di amministrazione si svolge piuttosto lontano dalla vita religiosa dei fedeli. Ma ciò è vero anche nelle istituzioni di prossimità. Nel 2015, ad esempio, nella nostra parrocchia abbiamo vissuto una fisiologica sostituzione del parroco, essenzialmente per questioni di anzianità, senza che ciò abbia causato particolare turbamento nella routine pastorale, anche se poi diverse modifiche sono state apportate, ma più che altro aggiungendo.
Quando invece si incide sull’immaginario che circonda il fatto religioso, che non va inteso come qualcosa di falso ma come la ricezione personale delle spiegazioni religiose sul senso dell’esistenza e sul rapporto con il soprannaturale, si rischia di destabilizzare la psicologia delle persone. Qualcosa di simile dovette avvenire nel Quarto secolo in Italia, nella veloce fase di passaggio al cristianesimo come religione di stato in sostituzione dell’antico politeismo. In questa prospettiva si comprende la saggezza dell’episcopato nel cercare di mantenere viva la religiosità popolare legata a tradizioni locali, qualche volta svalutata dai riformatori radicali, in quanto sorregge nelle fasi di crisi le psicologie individuali. Così, ad esempio, è apprezzabile in parrocchia la tradizione rinnovata di celebrare la festa di san Clemente papa, al quale la parrocchia è intitolata.
Chiesa sinodale è anche quella che benignamente accompagna i fedeli nella comprensione di quelli che, con espressione che rimanda ad immagini evangeliche, vengono definiti segni dei tempi.
Una svolta traumatica mi parve, ad esempio, quella che, dall’inizio degli anni Novanta, si ebbe tra noi con la forte accentuazione della pastorale secondo una particolare impostazione neo-comunitaria, che comportò anche qualche modifica liturgica e incise molto sull’architettura della nuova chiesa parrocchiale.
Nella fase di ascolto sinodale dovremo cercare di capire in che modo e in che misura costruire una rinnovata convivenza ecclesiale che risponda agli obiettivi di apostolato evangelico indicati dall’episcopato per i tempi che stiamo vivendo. Le persone non sono materia inerte o semplice gregge che si possa condurre qua o là indifferentemente. Il riformatore dovrà fare breccia nei loro cuori con lo strumento fondamentale per fare Chiesa, vale a dire il vangelo, soprattutto con la pratica del vangelo. È la via che ci viene indicata dal Papa, quella che ha in Francesco d’Assisi uno degli esempi più trascinanti.
Il cammino sinodale è una via aperta e nuova: non si può sapere da subito dove ci condurrà. Quando si dice che si è condotti dallo Spirito è appunto questo che si vuole intendere. La nostra è, del resto, una fede nella quale ci si aspetta che siamo fatte nuove tutte le cose, ma in un modo nel quale ogni lacrima sia asciugata dai nostri occhi, cosa che solo secondo lo Spirito può riuscire, mentre storicamente le rivoluzioni che abbiamo preteso di attuare da noi soli hanno anche causato efferate crudeltà e lutti. Anche di questo purtroppo è piena la nostra tremenda storia religiosa.
Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte sacro, Valli
