giovedì 7 ottobre 2021

Sinodalità ed ecologia

 



Sinodalità ed ecologia


  La sinodalità è pensata come un modo di vivere insieme la fede diverso da ora, sia nell’esercizio dell’autorità, che si vorrebbe più partecipata sia nell’assunzione di responsabilità, nella quale si vorrebbe coinvolgere le persone laiche. Questo essenzialmente perché, dal punto di vista di chi comanda ora,  i sistemi democratici hanno affrancato la gente dal dominio della gerarchia, per cui si conforma ai precetti da quest'ultima formulati nella misura in cui li ritiene giusti e se non obbedisce non subisce conseguenze gravi. E questa è già una forma di partecipazione alle decisioni comuni. Però senza responsabilità: infatti la Chiesa, come società, sta progressivamente svanendo senza che le persone laiche, la grande maggioranza della gente di fede, se ne dia eccessiva pena. Ma messa così, sarebbe troppo poco per indurre un cambiamento. Quindi questo discorso è stato collegato all’ecologia politica.

  L’ecologia, una scienza, studia i viventi nell’interazione con i loro ambienti. Cerca in questo, come ogni scienza, di avere una visione realistica, affidabile. L’ecologia politica è invece un’ideologia che si è sviluppata nella seconda metà del Novecento e si base sul presupposto che nelle società umane si possa fare qualcosa per costruire  ambienti più favorevoli alla vita, e in particolare a quella umana, e che ciò comporti anche di regolare le attività umane che incidono sulla natura intorno a noi. Questa idea si basa sul presupposto che gli esseri umani possano realmente incidere sull’ecologia ambientale, non solo sulle loro società. Questa convinzione ha preso piede soprattutto dopo che, con l’impiego dell’arma atomica, nel 1945, ci si è resi conto che l’energia nucleare maneggiata dagli umani era effettivamente in grado di distruggere e rendere inabitabili gli ecosistemi in cui le società umane sono integrate. Successivamente, dagli anni ’60 del Novecento, si è acquisita consapevolezza dell’importante incidenza delle attività industriali su quegli ecosistemi.

   In religione si cerca di integrare questi pensieri sull’ecologia con la dottrina formulata su base scritturistica. Si pensa, così, che la natura, quindi diremmo oggi anche gli ecosistemi, sia stata voluta buona e che si sia corrotta per il peccato dell’uomo. Questa visione, dal punto di vista ecologico-scientifico, è irrealistica  e quindi assai problematica nella costruzione sociale. Fino ad epoca recente le società umane non sono state veramente in grado di influire sulla natura; potevano guastare o migliorare solo le relazioni sociali tra gli umani. Innanzi tutto fino alla metà del Novecento l’umanità era molto meno numerosa di oggi e poi la potenza industriale, che fino ad oggi si è basata sullo sfruttamento di risorse naturali non rinnovabili, era molto minore.

  L’idea di una natura buona  è tutta umana. L’equilibrio naturale studiato dall’ecologia come scienza è fondato sulla violenza ed è precario: il fatto che tutti mangino tutti, nelle catene alimentari,  realizza un’economia  di risorse. Di questa realtà si prese coscienza nel corso dell’Ottocento ed essa fu sconvolgente. Per altri versi ci fu chi pensò di accettarla come norma sociale e i fascismi dello scorso secolo furono i movimenti politici che più marcatamente inglobarono questa idea.

  Cambiando modi di organizzazione sociale per ridurre la pressione umana sui sistemi ecologici, probabilmente potremo sostenere più a lungo un’umanità che rapidamente si sta facendo più numerosa, anche se i tassi di crescita della popolazione sembrano diminuire in certe parti del mondo. Altrimenti, probabilmente, abitare il pianeta sarà progressivamente più penoso anche perché, come in natura, si ricorrerà alla violenza per sopravvivere in ambienti fattisi ostili. Cambiare modi di vivere è divenuto quindi una esigenza ecologica, non più solo etica. Questa esigenza di cambiamento è posta in relazione, ora, in religione, con quella che riguarda la Chiesa, e che è basata essenzialmente su altri problemi. Ciò che le accomuna è però l’idea che si debba fare qualcosa per rendere più accogliente l’ambiente in cui si vive, perché ci dobbiamo vivere sempre più numerosi e questo comporta che non possiamo farlo seguendo gli antichi costumi di prevaricazione e violenza, sull’ambiente e sulle persone. Essi sono fondati sullo spreco, di risorse, e anche di persone. Mettere ai margini una persona significa sprecarla.

 Su queste concezioni c’è però ancora molto da riflettere per raccordare meglio ecologia politica e sinodalità, come viene proposto.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli