domenica 3 ottobre 2021

DIALOGARE NELLA CHIESA E NELLA SOCIETÀ

 



Dialogare nella Chiesa  e nella società

 

  Il dialogo è un cammino di perseveranza, che comprende anche silenzi e sofferenze, ma capace di raccogliere l’esperienza delle persone e dei popoli. Quali sono i luoghi e le modalità di dialogo all’interno della nostra Chiesa particolare? Come vengono affrontate le divergenze di visione, i conflitti, le difficoltà? Come promuoviamo la collaborazione con le Diocesi vicine, con e tra le comunità religiose presenti sul territorio, con e tra associazioni e movimenti laicali, ecc.? Quali esperienze di dialogo e di impegno condiviso portiamo avanti con credenti di altre religioni e con chi non crede? Come la Chiesa dialoga e impara da altre istanze della società: il mondo della politica, dell’economia, della cultura, la società civile, i poveri..

 

  Nell’antica filosofia greca il dialogo era uno dei metodi per conoscere il mondo e la società. La parola italiana ci viene appunto dal greco antico e significa proprio quello: il discorrere  per capire, capire mediante il discorso. Presuppone almeno due interlocutori che si riconoscano a vicenda la dignità di partecipare a quel discorrere. Dialogando ci si forma una convinzione e, per i maestri che scelgono quella via, l’insegnare è vissuto un po’ come l’aiutare a partorire, per cui dai maestri greci veniva detto maieutica,  che faceva riferimento all’arte ostetrica. Gli si contrappone il metodo di imporre le idee facendo leva sull’autorità e quindi sulla diversa dignità di chi insegna e di è costretto ad imparare in un certo modo, senza alternative e senza poter discutere.

  Nella nostra Chiesa il dialogo si può praticare solo nelle associazioni di fedeli che lo ammettono, la più grande delle quali è la  nostra Azione Cattolica, con i suoi trecentomila aderenti di ogni età. I movimenti fondamentalisti e integralisti non lo tollerano. Al di fuori dell’associazionismo non c’è alcuno spazio per il dialogo, perché, statutariamente per così dire, la verità  è nelle mani del Papa e dei vescovi e deve essere semplicemente accettata per obbedienza. Questo è molto umiliante, ma la gerarchia ritiene che sia necessario, altrimenti la Chiesa si sfascerebbe.

  Verità, per la gerarchia,   è tutto quello che riguarda la religione, diciamo il campo del sacro, ad esempio i dogmi e molto altro. Non vi rientrano le convinzioni e conoscenze desacralizzate,  secolari, profane, vale a dire quelle che, a sua discrezione, la gerarchia lascia alla società. La loro area è molto variata nei secoli. L’astronomia, ad esempio, non vi rientra più. Inutilmente Galileo Galilei, scienziato vissuto tra il Cinquecento e il Seicento, tentò di dialogarvi sopra. Su di lui prevalse la teologia normativa del suo tempo, ma, alla lunga, essa poi dovette ritirarsi. Ecco, quello fu anche un esempio delle sofferenze  che nella nostra Chiesa possono affliggere chi vorrebbe dialogare. Per la gerarchia sarebbero addirittura virtuose, tanto che poi a volte proclama santi quelli che ha perseguitato e silenziato. In realtà, con il senno del poi naturalmente, sono solo sofferenze inflitte stupidamente, che hanno fatto molto danno alla stessa Chiesa. Un altro che soffrì in quel modo fu Lorenzo Milani. Anche la politica storicamente fu sacralizzata e quindi incarcerata nella verità canonica: questo costò la scomunica al primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele 2°, e a Camillo Benso Cavour, il presidente del consiglio dei ministri che fu tra i principali artefici della nostra unità nazionale, per aver posto fine allo Stato Pontificio, nel 1870. Dopo circa un secolo, però, il papa Paolo 6° definì provvidenziale  quell’evento. Anche a don Romolo Murri, tra gli ideatori di una democrazia cristiana, la politica costò la scomunica. Essa si abbatté  su Roberto Ardigò, che era stato prete e addirittura si pensava che avesse buoni numeri per diventare vescovo di Mantova,  uno dei nostri maggiori filosofi, per aver sostenuto l’autonomia delle scienze, principio che fu accolto durante il Concilio Vaticano 2°. Non visse nel secolo giusto.

  Il modo in cui la gerarchia ecclesiale intende ed esercita la propria autorità ci impedisce il dialogo. Questo perché a nessuno è riconosciuta pari dignità rispetto  agli autocrati. Essi ritengono di dover regnare  per diritto divino e vi hanno costruito sopra una teologia giustificativa. Dicono però che anche noi, persone laiche, siamo in qualche modo “re”, ma in realtà, al loro cospetto,  siamo definiti sempre sudditi  e si pretende da noi  docilità. Quando oggi si parla di sinodalità  come via di riforma della Chiesa   si mette in questione anche questo modo di governare. Ma non illudiamoci: la riforma potrà venire solo dal basso, per via sperimentale, piano piano, in un tempo lungo, e ci vorrà pazienza e perseveranza,  perché nessun autocrate fa spazio ad altri nel suo potere se non vi è costretto dalle circostanze, ad esempio se intorno a lui la società  è tanto cambiata che le consuetudini del passato appaiono obsolete anche a lui. Però un certo modo di regnare comincia a sembrare tale anche agli stessi gerarchi. Ci saranno quindi ancora molte sofferenze per impossibilità di dialogo nella nostra Chiesa. Nella biografia di una grande anima della nostra Chiesa come Giuseppe Toniolo, che tanto fece per il nostro associazionismo, è narrato il suo vivo dolore per le incomprensioni con il Papa del suo tempo: impariamo da lui la perseveranza nel cercare il dialogo, non cedendo alla tentazione di rompere. La Chiesa, se paragoniamo  la nostra a quella del suo tempo è molto cambiata. Certo non basta una vita sola per vedere la fine del processo.

  Il principale problema che abbiamo in materia di dialogo è che nella nostra Chiesa si rifiutano i principi democratici, perché, si pensa,  il potere in materia di fede può essere solo autocratico  e sacralizzato. Questo ostacola anche  i rapporti tra le varie componenti del laicato, così come tra parrocchie e Diocesi. Non vi può essere vero dialogo nel popolo senza democrazia. All’interno dell’autocrazia il dialogo in quel senso, ma con molti limiti, è ammesso solo quando ci si riunisce tra vescovi. Il vescovo, invece, nella sua Diocesi, quindi verso i suoi sudditi tra clero, religiosi e persone laiche è un monarca assoluto, mentre egli stesso è suddito di chi è sopra di lui e difficilmente può resistergli. Negli anni ’60 una grande anima come il cardinal Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, fu vittima di questa condizione e fu spinto alle dimissioni per aver criticato, nell’anno in cui fu celebrata per la prima volta la Giornata mondiale della pace (!) i bombardamenti a tappeto statunitensi in Vietnam. Sopra di lui c’era un’altra grande anima, Giovanni Battista Montini, Paolo 6°, il Papa che l’anno precedente aveva istituito quella Giornata mondiale della pace con un magistero ispirato: in quell’occasione egli fu, come si dice, vittima delle circostanze ed evidentemente non vide altra soluzione che chiedere la testa del suo confratello nell’episcopato.  

  Per quell’impossibilità di un vero dialogo, mi pare che ora ogni parrocchia viva come in un mondo a sé, anche se i rispettivi preti a volte si sentono, si incontrano, se non altro nelle occasioni create in Diocesi. Le persone laiche invece ci vivono come confinate e, per un’esperienza religiosa  un po’ più in grande, devono aderire ad un’associazione e movimento nazionali. Questo poi le disamora alla vita parrocchiale. Per quelli che scelgono quella via, la vita di fede è essenzialmente fuori della parrocchia, dove si va solo per sentir messa o portare i bambini  e ragazzi al catechismo, fin quando non li si può più tenere  e allora non si vedono più. Col tempo, questo modo di fare ha finito per rendere alcune parrocchie solo come strutture di supporto alle associazioni e movimenti che la abitano, e questo è stato molto sensibile nella nostra parrocchia in anni passati. Vi è cominciata ad affluire gente da fuori, non interessata alla parrocchia, ma ad un movimento che l’abitava. Ciò ha finito per rendere un po’ estranea la parrocchia al quartiere. Così poi non ci portavano più bambini e ragazzi per la formazione di base. Ad un certo punto, veramente molto tardivamente, la Diocesi ha rilevato il problema e ha tentato di porvi rimedio, mandando preti in supporto. Ma non è bastato, nonostante il valore di quel clero, che si è fatto rapidamente apprezzare e a cui vogliamo bene. La Chiesa non è fatta solo di preti. Rimane il fatto che, al di fuori di associazioni e movimenti, non ci sono occasioni di dialogo per le persone laiche  e quindi la situazione non può essere veramente corretta. E non ci sono perché, almeno finora, si pensava che non servissero veramente, e che, a parte preghiere e sacramenti, e un po’ di attività caritativa, le persone laiche non avessero veri motivi, dopo l’infanzia e la prima giovinezza, per frequentare la parrocchia.  Non certo per dialogare. Questo si riflette sui metodi e contenuti della formazione per le persone laiche che appare gravemente insufficiente. Il lavoro che esse devono fare in società non è quello dei monaci, appunto perché prevalentemente orientato all’azione sociale,  e invece spesso si cerca di insegnar loro una spiritualità monacale.

  Nella società civile le persone laiche vivono un’esperienza completamente diversa, in cui hanno diritto di parola, partecipano, influiscono collettivamente in varie maniere  e misure, e comunque in qualche modo contano. Vi si pratica la democrazia, anche se essa è sempre insidiata dalla prevaricazione violenta. L’Azione Cattolica è stata storicamente una delle principali scuole di democrazia per gli italiani: questo è stato in massima parte frutto del pensiero e dell’azione delle persone laiche che l’hanno animata. Si sono dimostrate capaci di non essere solo esecutrici ma di poter ragionare anche sui principi e di poterli anche insegnare (anche ai gerarchi). In questo vi è stato un vero e proprio magistero laicale. In questo l’Azione Cattolica si è emancipata da esse solo un braccio della gerarchia, secondo i suoi statuti delle origini, nel 1906. La nostra Repubblica deve molto all’impegno dei cattolici e questo sin dalla sua fondazione. Un’azione che è stata molto importante anche nella costruzione dell’unità europea, in tutte le sue fasi, ma, in particolare, nell’allargamento all’Europa orientale, che si presentava molto problematico. Tutto questo è poco considerato dalla gerarchia, che ancora, quando parla di radici cristiane dell’Europa, si riferisce prevalentemente ai tempi tremendi (per la violenza per motivi religiosi che espressero e quindi per la sconfessione pratica del vangelo) a cui risalgono le grandi cattedrali europee, che ora sono più che altro piene di turisti, si stanno trasformando in musei, e gli stessi gerarchi se ne lamentano. Un’Europa che ha consentito oltre settant’anni di pace non è molto apprezzata dai nostri vescovi, ne diffidano per quella democrazia che contiene e che ne è stata il motore, fattore di concordia tra i popoli, democrazia che, per il ruolo centrale che nella sua costruzione hanno svolto i cristiani,  è stata declinata anche secondo i principi cristiani, per cui  è diventata tanto diversa da altre bellicose democrazie, come quella statunitense. La democrazia è vista con sospetto per la libertà che esprime: si pensa che su quella via poi la gente vorrebbe mettere in questioni i dogmi sui quali storicamente la gerarchia ha costruito la sua efferata cosiddetta ortodossia,  o si darebbe a chissà quali  altre fantasie. Non si vorrà mettere ai voti la Trinità? Non si rende conto, la gerarchia, di quanto la sua teologia normativa sia diventata estranea alla maggior parte dei fedeli, per cui non sarebbe certamente quello il problema principale. I più, al di là della formula dell’antico Credo  che si recita a messa, nemmeno sanno di che si tratta e che cosa comporta. Interesserebbe tanto poco e a tanti pochi che non arriverebbe nemmeno a discutersene. Ma, ad esempio, introducendo principi democratici in una parrocchia, si potrebbe discutere di come usare locali e arredi, di come organizzare un appropriato progetto formativo per le persone laiche, di come programmare assemblee per orientarsi dialogando,  di quanto debito fare e per che cosa. Dico discutere  non solo nel senso di consultare  una limitata accolita di nominati, ma di farne partecipi tutti, mediante strumenti di pubblicità validi, di poterne discutere in assemblee, di avere un vero peso nelle decisioni mediante eletti dal basso, come già prevede del resto la normativa canonica. Questo è il metodo che pratichiamo nella società civile e chi ci viene vietato quando entriamo  in Chiesa, veramente un altro mondo in questo.

 Dialogo con altre religioni e con chi non crede: a che punto siamo?, ci chiedono i nostri vescovi. Alle Valli  non constato contatti tra fedeli di diverse religioni e tra noi c’è anche poca consapevolezza di che cosa esse siano, insieme a molti pregiudizi che ci derivano dal passato. Con chi non crede siamo in contatto tutti  giorni, nella vita in società, e certamente una qualche influenza abbiamo, se non altro per far conoscere attraverso noi la dimensione religiosa, ma questo, che è propriamente apostolato, non ci viene riconosciuto: alcuni ci vorrebbero brutalmente  piazzisti del vangelo e, poiché non lo siamo, questo è un altro elemento di insoddisfazione verso di noi. Nei rapporti con chi non vive la fede occorre una certa delicatezza e la capacità di mediare nel suo mondo ciò che intendiamo comunicargli: questo richiede di conoscerlo bene. Non basta strillargli addosso le parole della fede. Farlo è controproducente.

  Organizzare occasioni di dialogo in parrocchia: questa la proposta pratica che rivolgo al Consiglio pastorale parrocchiale per partecipare anche noi al processo sinodale che tra qualche giorno inizierà.

 A proposito: la sinodalità, prima di essere teoria, è pratica e richiede di farne tirocinio provando a dialogare riconoscendosi pari dignità: ciò che è risultato tanto difficile nelle nostra parrocchia,  e anche tra persone che sono sicuramente buone, ma che, essendo state formate alla religione in un certo clima, quando si incontrano al di fuori dei loro soliti raggruppamenti, diffidano le una delle altre e pensano che, dialogando, debbano rinunciare  a qualcosa di importante del loro modo di vivere la fede, di doversi amputare qualcosa, qualche parte di sé. Ma non è questo il risultato della sinodalità. E’ una paura che deriva da un certo integralismo che ci è entrato dentro e che non solo non è essenziale in religione, ma è anche dannoso. Ci divide, ci confina. Dobbiamo invece cercare di aprirci alle altre persone per indurle a fare altrettanto. In fondo condividiamo molti grandi principi ed  è su questo, su quello che ci unisce, che bisogna fondare il tirocinio di sinodalità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli