mercoledì 8 settembre 2021

Un’affermazione inaccettabile sul metodo democratico

 

Un’affermazione inaccettabile sul metodo democratico

 

14. I Pastori, costituiti da Dio come «autentici custodi, interpreti e testimoni della fede di tutta la Chiesa», non temano perciò di porsi all’ascolto del Gregge loro affidato: la consultazione del Popolo di Dio non comporta l’assunzione all’interno della Chiesa dei dinamismi della democrazia imperniati sul principio di maggioranza, perché alla base della partecipazione a ogni processo sinodale vi è la passione condivisa per la comune missione di evangelizzazione e non la rappresentanza di interessi in conflitto. In altre parole, si tratta di un processo ecclesiale che non può realizzarsi se non «in seno a una comunità gerarchicamente strutturata». È nel legame fecondo tra il sensus fidei del Popolo di Dio e la funzione di magistero dei Pastori che si realizza il consenso unanime di tutta la Chiesa nella medesima fede.

[dal Documento preparatorio  per la  16° Assemblea generale ordinaria del  Sinodo dei Vescovi (2021-2023)]

 

  Ritengo del tutto  inaccettabile questa affermazione che si legge nel Documento preparatorio per la  16° Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2021-2023):

« la consultazione del Popolo di Dio non comporta l’assunzione all’interno della Chiesa dei dinamismi della democrazia imperniati sul principio di maggioranza ».

  Una consultazione popolare  che non si faccia con metodo democratico a) non consente il dialogo franco, libero e aperto sui temi e problemi tra le persone che compongono quel popolo, e b) conseguentemente impedisce che si manifesti una volontà collettiva popolare con riferimento a ciò su cui si è consultati. Quindi non sarà una vera consultazione popolare. Ciò che verrà fatta passare come tale ne sarà solo una sorta di mimesi poco affidabile.

  Si procederà allora, come al solito, con voci attribuite al popolo, ma in realtà riferibili a consulenti scelti arbitrariamente dai vescovi, e in genere a loro graditi,  o su indicazione delle istituzioni, anche laicali, che di fatto hanno acquisito maggiore capacità di influenzare la cosiddetta gerarchia e, in questo modo, concorrono a comporre il sistema di potere clericale che sovrasta la parte rimanente del popolo. Quest’ultimo, privo di procedure democratiche, dovrà presentarsi solo in forma sparsa, in genere come insieme di comparse che devono leggere quello che è scritto sul foglietto  che viene messo loro tra le mani.

  Se rifiuta la democrazia anche quando si tratta di consultare il popolo, e soprattutto di ascoltarne le proposte, e non su una qualche sofisticata questione teologica ma sul modo di fare Chiesa insieme,  vale a dire di stare e procedere insieme come Chiesa, allora la Chiesa assume di fatto la configurazione di un emirato.  

  E’ veramente impressionante che un rifiuto così plateale, addirittura orgoglioso,  di qualsiasi  procedura democratica in una  consultazione popolare su come fare Chiesa insieme sia stata contemporanea ad una analogo rifiuto da parte delle nuove autorità afgane, che propongono un duro fondamentalismo religioso. Si tratta di modi assai simili di coniugare fede e vita sociale.

  Come si farà, con queste premesse a raggiungere uno dei dichiarati obiettivi della sinodalità che, secondo il Documento preparatorio sarebbe:

• accreditare la comunità cristiana come soggetto credibile e partner affidabile in percorsi di dialogo sociale, guarigione, riconciliazione, inclusione e partecipazione, ricostruzione della democrazia, promozione della fraternità e dell’amicizia sociale?

 Ricostruire una democrazia di cui si diffida profondamente e che si espunge dall’ambito ecclesiale? E dove la dovrebbero imparare le persone laiche di fede? E perché dovrebbero proporla alla società civile quando la loro Chiesa la rifiuta proprio lì dove vorrebbe  consultare?

  Infine: si mira al consenso unanime  sul governo della Chiesa, in tutte le sue articolazioni, oltre che sulla fede? Esso non è alla portata degli esseri umani:  può solo essere contraffatto. Di questo bisogna realisticamente prendere atto. Dove c’è ancora la possibilità di dire la propria, come appunto teoricamente accade quando si è consultati, sempre vi saranno minoranze di dissenzienti, ad esempio sull’organizzazione delle attività di una parrocchia o sull’impiego di certe risorse materiali per un fine invece che per un altro. Il metodo democratico, che, nella concezione contemporanea, non si risolve solo nel criterio della decisione a maggioranza ma comprende tutta una serie di principi a tutela principalmente delle minoranze e della dignità delle singole persone, consente di procedere senza annientare i dissenzienti e quindi senza annullarne la dignità di persone con il pretesto che, sulle singole questioni, siano erranti. In democrazia il dissenso viene accettato e, dove si esprime un organo collegiale, viene evidenziato con relazioni o proposte di minoranza (accade ad esempio nel lavoro della Corte europea dei diritti umani, e nel lavoro del nostro Parlamento). In questo modo, chi consulta può avere di fronte la panoramica completa degli orientamenti e quindi dire di aver realmente consultato.  Senza democrazia c’è l’emirato, la decisione che cala dall’alto con la pretesa di intangibilità sacrale e che può solo essere accettata pena l’esclusione e l’emarginazione.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli