domenica 22 agosto 2021

È necessaria la riforma della struttura politica ecclesiale

È necessaria la riforma della struttura politica ecclesiale

 

  Ogni struttura politica ha avuto origine storica ed è tale, vale a dire politica, perché serve per il governo della società di riferimento. Serve  nel senso che ne è strumento. I cristiani hanno tuttavia un’idea più virtuosa di quel servire, nel senso che il governo della società è messo nelle mani di taluni non nel loro proprio interesse, ma in quello dell’intera società, per cui essi lo devono esercitare come colui che serve, e questo è un principio evangelico. Quindi la politica serve per il governo della società, ma, poiché chi la esercita lo deve fare come colui che serve, allora  il governo della società deve servire  alla società, vale a dire essere finalizzato al suo bene, cioè bene comune, che, in un’ottica cristiana, deve essere concepito secondo criteri evangelici, quindi nello spirito dell’agápe. Secondo quest’ultima, ciascuno è ammesso benevolmente alla condivisione della tavola comune nella sua piena dignità di persona umana. Una struttura politica che, pur finalizzata al suo bene, lo umili e lo riduca, disumanizzandolo, ad animale, del quale pure ci si debba prendere cura, non risponde a quel criterio di agàpe. Essa va quindi riformata, in base a quelle semplici considerazioni, che non implicano alcuna sofisticata teologia. Non facendolo, quella struttura politica non serve più, in entrambi i sensi in cui il servire può essere inteso, e diventa oppressiva e fonte di sofferenze ingiuste, oltre che disfunzionale. Questo problema si è riproposto ciclicamente moltissime volte nella travagliata storia politica delle nostre Chiese, che, di solito, ci appare virtuosa nelle biografie personali, ma raramente nel suo aspetto istituzionale, nel quale soni prevalsi decisamente aspri conflitti per questioni di politica nell’interesse proprio di ceti di volta in volta emergenti.

  “Dio ha creato la gerarchia e così ha provveduto piú che a sufficienza ai bisogni della Chiesa fino alla fine del mondo”: così il teologo cattolico Johann Adam Mohler (1796-1838) [v. biografia in Enciclopedia Treccani in line] sintetizzò ironicamente “la concezione diffusa nel suo tempo, secondo la quale Cristo era venuto sulla terra per istituire con  Pietro il primo papà e con gli apostoli i vescovi, e che poi se ne era potuto andare, lasciando la chiesa all’autorità della gerarchia e del diritto” [da P. Neuner, Per una teologia del popolo di Dio, Queriniana 2016]. Mohler considerava la condizione dei laici cattolici al suo tempo come un’odiosa umiliazione del popolo di Dio provocata da quel concetto gerarchico di chiesa e si proponeva di dare un nuovo suono alla parola “laico”. La situazione dei laici cattolici di oggi mi appare di poco mutata.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli