martedì 24 agosto 2021

Catecumenato, catechesi, formazione permanente

Catecumenato, catechesi, formazione permanente

 

  Uno degli sviluppi più infelici della fase attuativa dei principi deliberati durante il Concilio Vaticano 2º è stato quello che ha riguardato la formazione permanente alla fede della gente, in particolare dei laici, in genere confusa, per quanto riguarda questi ultimi, con catecumenato catechesi e vista come troppo legata a una pressione psicologica comunitaria e molto meno alla decisione in coscienza e al dialogo sociale. Questo è sostanzialmente dipeso dalla storica e persistente diffidenza di clero e religiosi verso la libertà delle scelte personali, per lo più declinata come libero arbitrio, con una connotazione negativa.

  Il catecumenato, antica istituzione che  l’ultimo concilio ha inteso riprendere e ravvivare, è l’attività di iniziazione alla fede delle persone che chiedono il battesimo e quindi è arbitrario (e umiliante per chi ne è oggetto) intendere come tale la catechesi e la formazione permanente di chi ha già ricevuto il sacramento. La catechesi è l’istruzione religiosa su principi, liturgia, etica personale e comunitaria: serve a rendere capaci di partecipare consapevolmente alle liturgie e alla vita comunitaria tra i cristiani. Catecumenato e catechesi sono affidati a persone incaricate  dal vescovo o dai sui collaboratori, dopo una specifica formazione (che non sempre, però, si ha tempo e modo di fare, con la conseguenza di insegnamenti a volte discutibili, se non francamente bizzarri). La formazione  permanente è quella che si consegue interagendo da cristiani nelle società in cui si è immersi, non solo nella Chiesa, e significa esserne parti attive; essa comprende l’apostolato e, in particolare, l’apostolato dei laici, ma soprattutto quell’azione che consiste nell’ordinarle secondo Dio, secondo l’espressione usata nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa  Luce per le genti – Lumen gentium, del Concilio Vaficano 2º. La formazione permanente compete ad ogni cristiano, senza necessità di un mandato gerarchico: essa è prima di tutto autoformazione, personale e comunitaria, che si attua nelle relazioni sociali, poi anche acquisizione culturale, perché altrimenti è povera, ma soprattutto tirocinio, personale e comunitario, perché si impara ciò che si osa sperimentare e si impara anche da quelli che, con il senno del poi, vengono riconosciuti come errori o, addirittura, colpe. La formazione permanente non deve ridursi ad una acculturazione teologica, perché la teologia, qualsiasi teologia, non è sufficiente per quello che necessita per raggiungere i suoi scopi, quindi occorre acculturarsi anche ad altre competenze, deve essere capace e innanzi tutto disposta a imparare dalle competenze altrui, e non deve risolversi nel ripetere lezioncine catechetiche, o addirittura proporsi di inscenare un  qualche passato storico o di cristallizzare la situazione in cui si vive. Il passato, anche quello piuttosto mitizzato delle origini, è pieno di incubi da non risvegliare. È chiaro che si è molto al di là della semplice istruzione. Nel campo della formazione permanente, che anche  costruisce, modella, forma, le società di riferimento, i laici possono anche validamente sostenere le attività che vengono ritenute proprie della gerarchia, comunque si voglia intendere questa espressione, obiettivo che si consegue anche contenendone le pretese autocratiche ed autoreferenziali e facendone risaltare invece le connotazioni ministeriali, quindi di servizio e funzionali.

Mario Ardigó- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli