giovedì 29 luglio 2021

Cambiare la parrocchia dal basso

 

Cambiare la parrocchia dal basso

 

    Se si è d’accordo che gli ultimi 75 anni  dell’Europa occidentale contengono un’evoluzione straordinaria anche della vita religiosa, oltre che di quella civile e politica, allora è su questo che è meglio concentrarsi per  progettare un modo rinnovato di vivere la Chiesa nella parrocchia. Di solito, seguendo il metodo delle teologie cristiane, si inizia invece dal riflettere come si fu nei primi secoli, e questo per l’importanza che si attribuisce, in particolare nella nostra confessione religiosa, alla tradizione, che, con riferimento alle principali convinzioni di fede, tra i cattolici si scrive con la “T” maiuscola, Tradizione. Ma di quei tempi, in particolare quando si risale al Primo secolo, si sa poco e la memoria che la tradizione ecclesiale ci ha tramandato fino ad oggi non è completamente affidabile. Inoltre i processi sociali di organizzazione che si svilupparono nelle Chiese delle origini non contengono quella novità dei tempi contemporanei a cui ho fatto riferimento. Essa può essere sintentizzata in questo modo: ai tempi nostri le Chiese cristiane storiche non si combattono più e, addirittura, in genere si stimano, collaborano, perciò progressivamente vengono meno o sono attenuate le condanne che si scagliarono reciprocamente contro nel loro tremendo passato. Questa situazione è nuova nel senso che non c’è mai stata nei secoli passati, e questo fin dalle origini, nelle quali, in particolare, tra cristiani si fu veramente molto bellicosi. Essa non ha avuto ancora una soddisfacente sistemazione teologica e quindi anche una legittimazione da quel punto di vista. In un certo senso, anzi, la teologia è rimasta piuttosto indietro e ragiona come se si vivesse ancora nei tempi delle divisioni dure, per cui, ad esempio, vive male il fatto che sussistano ancora più organizzazioni cristiane e non una sola. A ben vedere, però, l’ideale di una unità nel senso di soggezione politico-amministrativa delle Chiese ad un unico centro di potere o almeno di coordinamento è il risultato di metamorfosi culturali che non si produssero subito fin dall’epoca detta apostolica, ma che caratterizzarono l’espansione dei cristianesimi solo a partire dalla metà del Secondo secolo e, soprattutto, la loro integrazione come ideologia politico-religiosa nella riforma dell’antico Impero romano. La formulazione delle nostre principali convinzioni di fede, dei dogmi, ne dipende, risalendo ad un arco storico tra il Quarto e il Nono secolo.

   Una ricostruzione storica sintetica della storia della parrocchia come istituzione religiosa locale si trova in

https://www.treccani.it/enciclopedia/parrocchia-e-parroco_%28Enciclopedia-Italiana%29/

una voce scritta dal grande specialista di diritto ecclesiastico e storico della Chiesa Arturo  Carlo Jemolo (1891-1981).

  Da essa emerge che la parrocchia, come istituzione territoriale locale di decentramento burocratico-religioso, risale al massimo al Quarto secolo, epoca a cui risale anche gran parte del cristianesimo ancora confessato nella nostra Chiesa e in cui i cristianesimi divennero ideologia politica dell’Impero romano, in particolare sacralizzando il potere dei suoi imperatori. Nel Secondo Millennio e, in particolare, dal Cinquecento, quando la nostra Chiesa volle darsi un’organizzazione amministrativa e politica analoga a quella degli stati nazionali che  a quell’epoca cominciarono a formarsi, la burocrazia parrocchiale svolse una funzione molto importante, come ancora ora, quella della tenuta dei registri parrocchiali, dove vengono annotate informazioni su Battesimi, matrimoni, morti. Le parrocchie furono a lungo, come in fondo ancora sono tra i cattolici, la sede principale della formazione religiosa di base del popolo di fede e il centro liturgico di prossimità per le persone comprese nel loro territorio. Dopo il Concilio Vaticano 2° si volle riformarle in senso comunitario, operazione che non può dirsi, in genere, riuscita.

  La teologia spesso dà un’immagine della parrocchia diversa da quella reale, perché vi riflette certe sistemazioni culturali su come vive il Cielo che si vorrebbero riprodurre, in maniera per così dire analoga, sulla Terra, nelle società dei fedeli. Così facendo i ruoli sociali assegnati agli attori di questa società locale non ne facilitano l’adattamento ai tempi nuovi, in particolare privando del tutto di voce e competenza il laicato, facendone solo un gregge curato dal parroco e dal clero che con lui collabora.

 Non mi interessa, e del resto non ho competenza in merito, discutere quella teologia, posto che è più semplice partire da alcuni importanti principi che si sono affermati durante il Concilio Vaticano 2° e che sono anche alla base delle democrazie europee avanzate. I principali sono quelli della libertà di coscienza e del pluralismo, il secondo prodotto dal primo. Va detto che essi sono il risultato di una vera rivoluzione culturale nella nostra Chiesa, che si è cominciata a manifestare veramente, in Europa, dal Secondo dopoguerra, quindi dal 1945, benché i fermenti culturali, e  in particolare teologici, dai quali derivò li vediamo manifestarsi a cavallo tra Ottocento e Novecento.

 Una formulazione della libertà di coscienza si ha nel Decreto sulla libertà religiosa Della dignità umana del Concilio Vaticano 2°, al paragrafo n.3:

 

L'uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso. Infatti l'esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da un'autorità meramente umana non possono essere né comandati, né proibiti. Però la stessa natura sociale dell'essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa e professi la propria religione in modo comunitario.

 

 In quella formulazione, per ciò che posso capire, c’è tutta la teologia fondamentale che serve per riorganizzare la vita parrocchiale maggiormente in senso comunitario.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli